Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 10 di 24
Capitolo 16° – La presa di Palermo (1860)
Precedeva una piccola avanguardia, comandata dal maggiore Tükery e da Missori… Un distaccamento di picciotti, comandati da La Masa; Il battaglione Bixio, coi carabinieri genovesi; Garibaldi e il suo stato maggiore; Il battaglione di Carini; Il resto dei picciotti.
La guida Nullo fu il primo garibaldino che entrò in Palermo… in un istante i garibaldini, con Bixio alla testa, furono a Fiera Vecchia vittoriosi.
La sera del 27 maggio, ventidue giorni dopo l’imbarco a Quarto, Garibaldi era già padrone di quasi tutta Palermo. Reagì il generale Lanza che, ritirate le truppe dai quartieri, bombardò la città. Nelle prime 24 ore il solo Castellamare (forte di Castellamare) lanciò 2600 bombe. Il 28 maggio, i garibaldini guadagnarono nuovo terreno, In un solo giorno si accertarono 537 cadaveri di non combattenti uccisi nelle loro case; mentre i soldati compievano l’opera perpetrando le loro gesta di saccheggio, di uccisioni, di stupri, di incendi… In quel giorno 28 le perdite fra i garibaldini furono gravi. Furono tutti combattimenti separati, sempre nella proporzione, contro il nemico, di uno a dieci.
Nella notte dal 28 al 29 alcuni navigli della flotta napoletana fecero vela a Termini. Ivi presero a bordo due battaglioni di bavaresi, li portarono a Palermo. La mattina del 29 gli attacchi sono generali, ma la città è irta di barricate, e i borbonici sono respinti su tutti i punti.
Lanza si trovò costretto a chiedere un armistizio a Garibaldi, per seppellire i morti che cominciavano ad imputridire. Scrive Garibaldi: “Ciò richiese un armistizio di ventiquattro ore, e Dio sa se noi ne avevamo bisogno obbligati come eravamo di fabbricar polvere e di cartuccie che si sparavano appena fabbricate. E qui giova ricordare che nessun soccorso d’armi o di munizioni ci venne dai legni da guerra ancorati nel porto o sulla rada, compresa una fregata italiana, in quei giorni solenni, in cui avremmo pagato a peso di sangue alcuni mazzi di cartuccie.”
La situazione, comunque, era tutt’altro che bella: Palermo mancava d’armi e di munizioni; le bombe avevano smantellato parte della città; il nemico vi stava dentro con le migliori sue truppe, e ne occupava le posizioni più forti; la flotta infilava le strade con le sue artiglierie, e i cannoni di Palazzo Reale e di Castellamare l’aiutavano nell’opera di distruzione.
Da Garibaldi: “Il valore dei Mille, ed in generale dei difensori di Palermo, era stato grande. Il loro contegno e quello della popolazione non s’erano smentiti un momento; si era disposti infatti di seppellirsi sotto le ruine della bellissima capitale, e conviene confessare che il risultato fu magnifico, come non si poteva aspettare di più. Quando si videro capitolare quei ventimila soldati del dispotismo davanti ad un pugno di cittadini votati al sacrificio e al martirio, sembrò proprio un portento perché erano truppe superbe, e che si battevano bene. Perdemmo in Palermo il valoroso Tükery, ungherese”. Dopo l’arrivo del rinforzo dei bavaresi e il ritorno delle truppe di Corleone, Lanza si trovava alla testa di 24.000 uomini e non aveva difetto di munizioni, ma ai 24.000 uomini dei regi egli (cioè Garibaldi) non aveva da opporre che ottocento uomini dei Mille e duemila insorti mancanti di tutto.
Ma la debolezza dei borbonici risiedeva nel fatto che i capi non erano più padroni dei soldati; la disorganizzazione era entrata nelle file; il fradiciume del sistema borbonico aveva guadagnato l’esercito. Soldati da saccheggio, da incendi, da stupri, da assassini, non soldati di battaglia. Garibaldi non era soltanto invulnerabile, ma ancora invincibile, e gli ufficiali in gran parte, ignoranti quanto i soldati, per scusare la propria incapacità, fomentavano le superstizioni dei loro subordinati. Le diserzioni dei regi ai garibaldini crescevano di giorno in giorno. Lanza chiese un prolungamento dell’armistizio, in modo da poter inviare a Napoli il generale Letizia, incaricato delle trattative, per avere istruzioni sul da farsi, e Letizia ripartì per Napoli il tre giugno, ritornando il cinque con in tasca la più vergognosa e inverosimile capitolazione.
Scriveva Dumas: “Vi ha una cosa veramente ben curiosa, è di vedere ventiquattromila napoletani, armati di quaranta pezzi di cannone, relegati nei loro forti, nelle loro caserme e nei loro vascelli, guardati da ottocento garibaldini che, due volte al giorno, portano loro da bere e da mangiare. Ogni giorno (era l’otto giugno), due navi a vapore arrivano da Napoli portandone via due o tre mila, che si imbarcano con segni manifesti di gioia. Di mano in mano che i napoletani si imbarcano, le barricate diminuiscono di altezza e di larghezza; esse non sono più guardate che da fanciulli da dodici a quindici anni, armati di lancia. I picciotti abbondano; a ogni istante si sente rantolare un tamburo sfondato; è una compagnia di picciotti che arriva dal nord, da mezzogiorno, dall’oriente, dall’occidente, e che entra nella città col suo tamburo, la sua bandiera e il suo monaco, cappuccino o francescano, col fucile in ispalla. Siccome i soldati di Garibaldi sono vestiti di camiciotti rossi, il colore rosso è divenuto alla moda, e tutte le stoffe rosse hanno raddoppiato di prezzo. Una semplice camicia di cotonina rossa costa quindici franchi. Ne risulta che le strade e le piazze di Palermo hanno l’aspetto di un vasto campo di papaveri.”
Nessuna potenza osò dichiararsi solidale di un regime che co’ suoi orrori s’era da se stessa appartata dalla civiltà Il solo pontefice di Roma aveva osato benedire ai massacri per scomunicare le vittime. In ciò aveva mille volte ragione frate Pantaleo, che, ravvisando il Messia in Garibaldi, additava l’Anticristo nel pontefice di Roma. Non è facile riassumere l’opera del rinnegato Lanza in poche righe. Abbiamo detto che il bombardamento durò tre giorni. I colpi erano specialmente diretti contro i monumenti, gli stabilimenti di beneficenza e i conventi. Dieci o dodici palazzi furono rasi al suolo. Mille e cinquecento case furono sfondate e rovinanti erano in preda alle fiamme. Tutto il quartiere situato presso la Porta De Castro fu saccheggiato; gli abitanti, derubati prima, furono la maggior parte sgozzati; fu fatta una razzia di fanciulle, che, portate, col permesso de’ superiori, al palazzo reale, vi furono in balìa di quelle belve per dieci giorni e dieci notti; né tutte ebbero salva la vita. In una sola casa furono passati a fil di spada il padre, la madre, i bambini; una sola ragazza fu salva, portata come bottino da un soldato, Giovanna Splendore. La fanciulla fu salvata da un capitano garibaldino e affidata alle cure della famiglia del marchese Milo; il terrore l’aveva resa muta. Nel medesimo quartiere, i soldati sfondano una porta: la famiglia è composta di due giovani sposi e di due bambini. La casa è incendiata, e sotto gli occhi dei genitori i bambini sono gettati nelle fiamme; dopo l’orribile supplizio si uccidono i genitori.
Ai Sette Angeli tre conventi di donne sono incendiati, con gran parte delle recluse. I vasi sacri delle chiese derubati, le madonne rotte, spogliate degli arredi; nulla rispettato. E il papa benediva! Lo stesso agente della Confederazione svizzera, generale C. Hirzel protestò presso il generale Lanza per una sessantina di persone rinchiuse nel convento dei Benedettini bianchi e arse vive nell’incendio appiccato.
Il 13 giugno Garibaldi congedò le squadre irregolari siciliane. Egli doveva quindi contare sui suoi Mille, assai ridotti dal fuoco, sui contingenti sperati dall’alta Italia e sulle truppe siciliane regolarmente organizzate nell’isola da La Porta, Fardella, Corrao. Attendeva a formare due brigate: una al comando di Bixio, l’altra sotto Türr. Orsini intanto attendeva alacremente a creare l’artiglieria, e doveva crearla di sana pianta, perché non solo mancavano il materiale, ma anche gli opifici per costruirla. Le due brigate almeno poterono disporre ciascuna di una batteria. Affluivano volontari in massa dal nord. Il 21 giugno giungeva a Palermo Medici con 2500 volontari circa.
Un decreto del Dittatore, che colmò di gioia tutta Palermo, fu quello che condannava alla demolizione il forte di Castellamare, terrore della città; esecutore del decreto il popolo. Con Garibaldi e per Garibaldi quel popolo generoso mutava natura: i suoi difetti diventavan virtù, le virtù latenti si rivelarono in tutta la loro pienezza. Per poco, perché quanto prima la Sicilia sarà inondata dagli agenti di Cavour, intenti a distruggere l’opera anche moralmente e intellettualmente redentrice di Garibaldi.
Narra Mario: “Nel corso d’un mese si visitarono quasi tutti codesti conventi e stabilimenti pii. Il Generale aveva di mira di penetrare i misteri sin allora inviolati di quelle antisociali clausure. Mai lo vidi sì profondamente turbato come durante la visita a un ospizio di trovatelle. Egli udì dal loro labbro la pietosa istoria dei supplizi cotidiani: il pane infetto, i cibi scarsi, la mondizia negletta[1], il non loro peccato rinfacciato. Il Generale piangeva al loro pianto”.
Partirono verso l’interno le colonne di Türr, Bixio, Medici. Medici si scontrò il 17 luglio con le forze, doppie di numero, del generale Bosco. Accorsero in suo aiuto Cosenz con 1500 uomini e Garibaldi che fissò il giorno 20 per un attacco generale su Milazzo.
Capitolo 17° – La battaglia di Milazzo (1860)
Lo scontro fu durissimo, Garibaldi stesso rischiò di essere ucciso, salvato provvidenzialmente dall’intervento del colonnello Missori. Le perdite dei garibaldini… furono enormi: 750 fra morti e feriti, un quinto delle truppe che avevano preso parte all’azione. I napoletani ebbero solo due ufficiali e 38 uomini morti, 83 feriti, 31 dispersi.
Francesco II sperava allora di salvare le province di terraferma, cedendo la Sicilia a Casa di Savoia, componimento al quale Cavour si era adattato con entusiasmo. Eravamo sempre al primo programma: il Piemonte ingrandito. Bosco aveva vantato che sarebbe rientrato a Messina sul cavallo di Medici: Garibaldi volle che i cavalli di Bosco fossero rilasciati a lui, Garibaldi, che ne faceva dono a Medici, il quale entrò in Messina su un cavallo di Bosco. Era l’umiliazione più grande che si potesse infliggere al vinto Francesco II, che per salvare il suo trono di Napoli, si affidava a Cavour, spediva ordine a Clary (comandante delle truppe riunite in Messina) di trattare lo sgombro completo dell’isola, purché Garibaldi si impegnasse a non operare nel continente. Fra Medici e Clary, il saccheggiatore e incendiatore di Catania, fu conclusa e firmata una convenzione il 28 luglio 1860.
La dinastia dei Borboni opprimeva il popolo. Già Ferdinando II, giovane[2] sosteneva: “Il mio popolo non ha bisogno di pensare.” Il re Ferdinando ebbe un solo intento: conservarsi la corona. Si fece un esercito contro il suo popolo; debellato a Velletri da un pugno d’uomini condotti da Garibaldi, era però stato sempre vincitore contro il suo popolo. Così le città non erano armate contro il nemico, ma contro il suo popolo. L’abbiamo veduto a Palermo: per combattere Garibaldi si sterminava la città, si uccidevano gli inermi, mentre i soldati incendiavano e saccheggiavano. Gladstone da Napoli calcola a diciottomila i detenuti politici; gli esuli non si contano; il numero dei sospetti a trecentomila. S’intende che ai sospetti appartengono le migliori intelligenze del regno. Il 22 maggio 1859 moriva re Ferdinando e gli succedeva Francesco II. Il suo governo è più che mai la negazione di Dio.
Cavour avrebbe bensì voluto non solo la Sicilia, ma anche Napoli: quest’ultima però da Garibaldi non la voleva. Cavour, anzitutto intrigante, voleva Napoli dall’intrigo. Voleva Vittorio Emanuele re di Napoli, proclamato prima dell’intervento di Garibaldi, con l’accettazione anche di un Borbone a viceré. Su un punto intendevasi coi messi del Borbone: arrestare Garibaldi.
Cavour mise in giuoco Vittorio Emanuele: lo consigliò di scrivere la seguente lettera (del 23 luglio 1860): “Generale, Voi sapete che non ho approvato la vostra spedizione, e mi son sempre tenuto estraneo alla medesima. Nel caso che il re di Napoli acconsentisse al completo sgombro della Sicilia, in questo caso, io credo, sarebbe per noi il più saggio partito astenersi da ogni ulteriore tentativo contro il Regno di Napoli”. Non si lasciò scuotere Garibaldi e rispose: “Sire, a vostra maestà è nota l’alta stima e l’amore che vi porto: ma la presente condizione dell’Italia non mi concede d’ubbidirvi, come sarebbe mio desiderio. Chiamato dai popoli, mi astenni fino a quando mi fu possibile; ma se ora in onta a tutte le chiamate che mi arrivano, indugiassi, verrei meno ai miei doveri e metterei in pericolo la santa causa dell’Italia. Permettetemi quindi, sire, che questa volta vi disubbidisca. Appena avrò adempiuto il mio assunto liberando i popoli da un giogo aborrito, deporrò la mia spada ai Vostri piedi, e Vi ubbidirò fino alla fine dei miei giorni.”
Cavour inviò in Sicilia il marchese di Torrearsa e il La Farina, incaricati di spingere all’annessione immediata della Sicilia al Piemonte.
Traditore era Cavour, il quale scriveva a Persano (giunto con La Farina a Palermo), il 13 luglio, che bisognava, per premunirsi, impossessarsi di tutti i bastimenti di Garibaldi, accordando le dimissioni a ufficiali di marina sicuri (anzi la parola adoperata da Cavour era fidati), perché, passando al servizio di Garibaldi, all’occasione lo tradissero, mettendo i legni da essi comandati sotto gli ordini di Persano. Intanto La Farina riusciva a far pubblicare la legge elettorale per l’approvazione dell’annessione della Sicilia alle altre provincie dell’Italia liberate. Per il 10 luglio la Commissione elettorale era convocata. La Farina continuò a tempestare, a calunniare, a minare l’autorità di Garibaldi nell’isola, sì che Garibaldi, perduta la pazienza, nella notte dal 7 all’8, lo fece arrestare e riconsegnare a Persano, che l’aveva accompagnato a Palermo sulla Maria Adelaide, perché lo riportasse o lo rimandasse nel luogo dal quale era venuto.
Capitolo 18° – Sbarco di Garibaldi in Calabria (1860)
A fine luglio 1860 Garibaldi disponeva di: 1085 uomini della prima spedizione sbarcata a Marsala; 2500 della spedizione Medici; 1600 della spedizione Cosenz; 1500 della spedizione Sacchi, partita da Genova il 19 luglio, e arrivata a Spadafora al principio d’agosto: in tutto 8285 uomini. Deduciamone un migliaio fra morti e feriti, gli ospitali o inabilitati alla guerra. Aggiungiamo i depositi dei nuovi volontari, i siciliani arrolatisi nei battaglioni di volontari e, diffalcati i 4000 siciliani che si dovevano lasciare a Messina, per guardare la città dalla cittadella occupata dal nemico, avremo un maximum di truppe disponibili in dodicimila uomini, di fronte a un esercito che ammontava a più di centomila, continuamente in aumento per gli arrolamenti di truppe straniere fatte in Austria, la massima parte bavaresi. Garibaldi, indispettito, meravigliava come l’alta Italia lo avesse assolutamente abbandonato e de’ promessi rinforzi più nulla arrivasse, ultima spedizione Sacchi di mille e cinquecento uomini appena. Pensò, appunto, per scindere le forze del nemico, di tentare varî piccoli sbarchi in località diverse. Valevasi anche dello stratagemma di spargere le voci le più svariate per confondere il nemico, mentre scriveva a Bertani perché gli inviasse uomini e fucili.
Da parte di Mazzini, Bertani e Pianciani si preparava una spedizione[3] verso lo Stato pontificio, come scriveva W. Rüstow, che ne era il capo di stato maggiore: “La forza di questa spedizione ascendeva a novemila uomini. Il governo piemontese mandò Farini a Genova, onde influire in via amichevole su Bertani, e impedire quella spedizione su le Romagne. Bertani si portò nei primi d’agosto in Sicilia onde convenire con Garibaldi sul da farsi”. Tra il 7 e il 13 agosto la spedizione si avviò, ma Cavour scrisse a Persano di impedire qualsiasi sbarco negli Stati pontifici. Così dice Persano: “Il viaggio di Bertani in Sicilia aveva aumentato le paure di Cavour e, in omaggio agli ordini di lui, le navi sarde mandate nel Golfo degli Aranci (Sardegna), di mano in mano che i vapori arrivavano li facevano ripartire con le lusinghe e con le minaccie per la Sicilia; quindi il concentramento di volontari, che doveva avvenire presso Terranova[4], non avvenne.
Dopo aver saputo da Bertani della spedizione di Terranova, nella mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, in Sardegna, imbarcatosi sul Washington, con Bertani.
Ma Garibaldi, che aveva come progetto il passaggio oltre lo stretto di Messina, così scriveva: “Giunti in quel porto[5], trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto a Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’opinione sul progetto per Napoli[6]. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perché fosse più comoda, passammo alla Maddalena a far carbone[7], di là a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, tornammo a Punta di Faro” – A custodia delle coste occidentali della Calabria meridionale, il governo borbonico aveva disposto due brigate, comandate dai generali Briganti e Melendez. Si potevano calcolare le loro forze a circa dodicimila uomini; una riserva altrettanto forte agli ordini del generale Viale era nei pressi di Monteleone.
Si può asserire che le forze concentrate dai borbonici nella Calabria meridionale ascendessero a circa trentamila uomini. Nella notte dall’8 al 9 d’agosto Garibaldi imbarcava a Torre di Faro 400 uomini su venti barche, avanguardia che spediva in Calabria. Frattanto avvenivano senza contrasto altri piccoli sbarchi. A Taormina e Giardini si raccolsero i 4500 uomini di Bixio e di Eberhard. Le divisioni Medici e Cosenz e la brigata Eber erano presso Messina e Torre del Faro, 8000 uomini circa; dietro a Spadafora stava la brigata Sacchi, di circa 1200 uomini e, dietro Milazzo, la divisione Rüstow, di 4000. Circa 20.000 uomini, senza contare i 4000 siciliani di guarnigione in Messina, a guardia della cittadella. Orsini aveva organizzato un discreto corpo d’artiglieria. Il generale Sirtori, durante l’assenza del dittatore, aveva disposto due piroscafi, il Torino e il Franklin ai Giardini, porto di Taormina.
Garibaldi imbarcò 1200 uomini sul Franklin e 3100 sul Torino. Taormina fu lasciata, il 19 agosto, a dieci ore di sera, le prore verso Melito, all’estremità meridionale della Calabria. Il Torino fu cannoneggiato e saccheggiato, poi incendiato[8] dagli equipaggi borbonici del Fulminante e dell’Aquila. Il Franklin, già in cattive condizioni alla partenza, consentì a mala pena lo sbarco. L’attacco dei garibaldini costrinse la guarnigione, che difendeva il forte di Reggio, a issare bandiera bianca il giorno 22 e a ritirarsi il dì seguente. L’attacco di Reggio era costato ai garibaldini 147 fra morti e feriti. Si calcola che delle truppe dei generali Melendez e Briganti deponessero le armi circa 9500 uomini. Il generale Briganti, insultato come traditore, fu aggredito da una parte dei suoi, fatto a pezzi, derubato.
L’insurrezione avvampava dovunque. L’indisciplina delle truppe borboniche assumeva l’aspetto di un vero ammutinamento. Il generale Viale si dimise. Il generale Ghio, sostituto di Viale, fu costretto alla resa. Garibaldi mandava agli insorti di Sala Consilina la seguente: “Dite al mondo intero che coi miei bravi Calabresi ho fatto abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio. I trofei della vittoria furono dodici cannoni, diecimila fucili, trecento cavalli, alcuni muli ed un immenso materiale da guerra”. In dieci giorni i trentamila uomini concentrati dal Borbone nelle Calabrie erano completamente disfatti quasi senza combattere; quattro generali, sostegno del trono, erano scomparsi dalla scena, Viale, Melendez, Briganti e Ghio, senza parlare dei minori. Dallo sbarco di Garibaldi nelle provincie di terraferma, l’insurrezione, ch’era stata lenta da prima, avvampò universale in tutto il regno. Nella Calabria, dopo i primi inauditi successi, tutte le località insorsero.
In Basilicata, il 19 agosto, a Tito, la guardia nazionale cacciava la gendarmeria. Il 20 vi erano a Potenza più di diecimila armati. Il 22 se ne contavano quindicimila. A Foggia, nella Capitanata, la rivoluzione scoppiò il giorno 17. Insorti il Principato[9], la Terra di Lavoro[10], gli Abruzzi. Oramai la linea di difesa dei regi era da Salerno-Ariano-Avellino. Sul finire dell’agosto occupavano quella linea circa ventimila uomini; altrettante truppe avevano alle spalle Salerno, scaglionate da Nocera a Napoli. Altri quarantamila uomini aveva in riserva il Borbone, nelle fortezze di Capua e di Gaeta, e dispersi negli Abruzzi.
I ministri non dividevano le illusioni di Francesco II e Liborio Romano, fin dal 22 agosto, presentava al re il seguente indirizzo, tacitamente accettato da tutto il ministero, ma da lui solo firmato: “Per una serie di cause veramente deplorabili e coincidenti, sulle quali preferiamo di gettare un velo, vediamo la gloriosa dinastia fondata dal magnanimo Carlo III, e per 126 anni durata fino a voi, a voi Sire, il cui cuore è la sede dei più bei fiori delle virtù morali e religiose, – vediamo questa dinastia per il destino dei tempi e la bassezza degli uomini condotta a tal punto che il ritorno di una reciproca fiducia fra popolo e principe riesce non solo difficile, ma anzi impossibile. Teniamo per nostro dovere di proporre e consigliare a Vostra Maestà: Che Vostra Maestà si allontani per qualche tempo dal paese e dal palazzo dei Vostri avi. Noi ci troviamo al cospetto dell’Italia, che si è gettata sulla via della rivoluzione, collo stendardo di Savoia in pugno. D’altra parte, la Francia e l’Inghilterra, tengono le loro mani protettrici sul Piemonte. Qual conto può fare il governo della marina regia, che è, diciamolo francamente, in piena dissoluzione? Né si può riporre una maggior fiducia nell’esercito di terra: esso ha sciolto ogni vincolo della disciplina, della subordinazione”.
Lo zio del re, Leopoldo conte di Siracusa, il 24 agosto 1860 scriveva al nipote: “Le popolazioni dell’Italia superiore, inorridite dalle nuove stragi di Sicilia, respinsero coi loro voti gli ambasciatori di Napoli; e noi fummo dolorosamente abbandonati alla sorte delle armi, soli, privati di alleanze ed in preda al risentimento delle moltitudini, che da tutti i luoghi d’Italia si sollevarono al grido d’esterminio lanciato contro la Nostra Casa. Sire, salvate, perché ancora ne siete in tempo, salvate la Nostra Casa dalle maledizioni di tutta Italia! Seguite il nobile esempio della nostra Regale Congiunta di Parma, che allo irrompere della guerra civile sciolse i sudditi dall’obbedienza, e li fece arbitri dei propri destini”.
Il re non accettò le dimissioni[11] e non partì. Tutto era pronto per tentare il colpo di Stato il giorno 30 agosto. Cospirazione di preti, di donne e di militari. La regina madre ne teneva le fila da Gaeta: erano del complotto i figli di lei, fratellastri del re, il nunzio apostolico, che aveva a’ suoi ordini i vescovi di Gaeta e di Nola. L’esercito, appoggiato su quello di Lamoricière, doveva marciare all’incontro di Garibaldi, dopo aver ristabilito il potere assoluto in Napoli. Liborio Romano sventò tre tentativi di questo genere, facendo fallire i piani della reazione, la camarilla, come la chiamavano a Napoli.
Il conte di Trani e il duca di Caserta sembra fossero gli autori del proclama, che suonava così: “Da quattro mesi un avventuriero, alla testa di bande composte di tutte le nazionalità, si è gettato sul regno ed ha sparso il sangue dei nostri fratelli. Col pretesto di unire ciò che non fu mai unito, vuole renderci piemontesi, toglierci il cattolicesimo, e, dopo aver annichilito la religione, erigere nelle provincie un governo repubblicano sotto la barbara dittatura di un Mazzini, di cui egli sarà il braccio e la spada. Ma Sire, noi siamo napoletani da secoli. Il vostro avo immortale Carlo III ci tolse al giogo straniero. Vogliamo restare napoletani, vivere e morire tali, con quella bella e saggia costituzione, che quel gran re ci ha data. Sire! liberate dunque il vostro popolo. Ve lo domandiamo in nome della religione, che vi ha consacrato re; in nome delle leggi ereditarie, che vi hanno trasmesso lo scettro dei vostri avi. Sguainate la vostra spada e salvate la patria. Quando si ha il diritto e la giustizia per sé, si ha Dio al suo fianco”.
Mentre Garibaldi procedeva trionfalmente nelle Calabrie, il governo di Cavour raddoppiava i suoi inani[12] tentativi per provocare, prima dell’arrivo dell’eroe in Napoli, una rivoluzione annessionista al Piemonte. Nel porto di Napoli, su naviglio piemontese, arrivava il generale Nunziante, ancora brutto di sangue calabrese, ma da Cavour convertito alla buona causa, il quale doveva slanciare dal suo bordo una quantità di manifesti incitanti all’annessione l’esercito borbonico.
[1] (Lasciata in giro, non raccolta)
[2] Poi padre di Francesco.
[3] Denominata Spedizione di Terranova.
[4] Terranova: sulla costa NE della Sardegna, tra Olbia e la Costa Smeralda nei pressi del Golfo degli Aranci.
[5] Il Golfo degli Aranci.
[6] Con partenza da Terranova.
[7] Frattanto visitò la sua Caprera diletta.
[8] Con una sola vittima: un macchinista inglese che si era attardato.
[9] Con “Principato Ultra” e “Principato Citra” – fino al 1860 e al nuovo ordinamento del regno, corrispondenti alle province di Avellino e di Salerno – si indicano due regioni storiche del regno di Napoli: il Beneventano con Avellino e Salerno con parte della Lucania.
[10] Territorio bagnato dal Volturno, corrispondente in gran parte alla provincia di Caserta.
[11] Dei ministri.
[12] Vani.
Immagine di Copertina tratta da AleBooks.

