Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 9 di 24
Capitolo 13° – La partenza da Quarto (1860)
A Rosalino Pilo, che invocava l’intervento di Garibaldi a guida delle forze di insurrezione a partire dalla Sicilia, Garibaldi rispondeva, il 15 marzo 1860, da Caprera: “Oggi la causa del paese è nelle mani dei faccendieri politici, che tutto vogliono sciogliere con trattative diplomatiche; bisogna aspettare che il popolo italiano conosca l’inutilità delle mene di questi dottrinari. Allora verrà il momento d’agire. Oggi saremmo biasimati dalla grande maggioranza.”
Il 12 aprile 1860 Rosalino Pilo scriveva ai siciliani: “Eccomi finalmente a terra. Quindici giorni di navigazione non mi fecero giungere in tempo all’inizio della rivoluzione di Palermo, avvenuta il 3 corrente[1]. Porteremo tutte le granate pronte e le munizioni e merceremo per attaccare i regi a Catania e altrove. Più paesi della provincia di Messina già sono in insurrezione, Milazzo è insorta. Barcellona è insorta e tutti i paesi del vicinato di Barcellona e di Patti hanno inalberato il puro vessillo tricolore; la Sicilia sente più di ogni altro paese che si deve far questione d’essere Italiani. È venuto il tempo d’essere audaci; ma d’essere audaci non come il vigliacco La Farina che se ne sta a Torino a fare il buffone.”
A Garibaldi stava sul cuore Nizza. L’imperatore (Napoleone III) aveva detto a Vittorio Emanuele: “Il vostro governo pagherà le spese di guerra, e noi non penseremo più a Nizza e alla Savoia.” – Ma, per le annessioni dell’Italia centrale, la questione dei compensi tornò sul tappeto. Garibaldi era stato eletto deputato di Nizza nelle elezioni di marzo. Il 7 aprile, a Torino, svolse col deputato Robaudi l’interpellanza in favore di Nizza italiana. Il generale aveva sempre giudicato Cavour avverso; dal 7 aprile lo considerò come nemico. Da ciò le incertezze che ancora lo trattenevano dall’accorrere in Sicilia, in soccorso dell’insurrezione che, in apparenza domata, era tuttavia latente. Il La Farina rifiutò al Bertani la consegna di mille fucili che teneva in un magazzino in via Assarotti.
La spedizione dei Mille era imminente, ma, come scrisse Rüstow, “Cavour si mostrò decisamente ostile a quella impresa, egli vietò la consegna di armi e ricusò qualsiasi soccorso di denaro anche indirettamente.” Già alla fine di aprile stavano in Genova e nei dintorni radunati 1085 individui, accorsi alla chiamata dell’amato generale, pronti a imbarcarsi: 150 erano di Brescia, 60 di Genova, 190 di Bergamo, 170 di Pavia, 150 di Milano, 30 di Bologna, 50 toscani, 60 di Parma e Piacenza, 27 di Modena, 110 emigrati veneti. La partenza della spedizione venne fissata per la sera del 5 maggio da Villa Spinola. Non tutti i compagni antichi e gloriosi di Garibaldi ebbero eguale fiducia in lui. Medici rimase a terra, dichiarando pazza l’impresa. Nino Bixio si impadronì di due vapori della compagnia Rubattino, il Piemonte e il Lombardo. I volontari attendevano in mare (su barche), mare agitatissimo, dalle nove della sera. Alle tre i volontari, mezzi morti dal mal di mare, salivano a bordo dei due vapori, che all’alba facevano rotta per il sud.
Capitolo 14° – La insurrezione in Sicilia (1860)
Direttore di polizia (borbonica) era allora Salvatore Maniscalco; protetto da Del Carretto andò in Sicilia col principe di Satriano, figlio del celebre Filangieri. Si distinse per atti di violenza vandalica, fu accoltellato ma guarì. Il re di Napoli (Francesco II) paga la ferita di Maniscalco con una rendita annua, e il terrore incomincia. Orrori inauditi, figlie stuprate davanti alle madri; povere donne gettate in carcere e, per di più, nelle carceri, nuove invenzioni di torture. L’istrumento angelico, il berretto del silenzio. Col Maniscalco faceva il paio il generale Salzano, brigante nelle bande di Fra Diavolo fin dalla sua gioventù, distinguendosi specialmente come ladro. Nel 1860 lo troviamo generale comandante in capo la piazza e la provincia di Palermo. Gli insorti di Palermo si erano dato convegno nel convento dei frati minori della Gancia. Un frate li tradì e l’insurrezione fu soffocata nel sangue da Maniscalco e Salzano. Seguirono saccheggi, incendi, fucilazioni, massacri di donne e bambini.
Pochi giorni dopo il 4 aprile, in seguito al propagarsi dell’insurrezione, tutte le comunicazioni telegrafiche erano interrotte, ma gli insorti comunicavano fra loro mediante telegrafi ottici.
Il 18 aprile si verificò uno scontro acerrimo fra gli insorti e le truppe comandate da Wittembac, Cataldo e Bosco presso Carini. Ebbero la meglio gli insorti, ma i militi borbonici si confortarono della giornata perduta commettendo ogni sorta di orrori e coronandola – dopo aver dato la morte ai feriti, saccheggiata Carini, violate le fanciulle, uccisi gli inermi – con l’incendio, il divertimento favorito dei soldati di Francesco II. Gli insorti lasciarono 250 morti e feriti; i regi oltre 300, fra i quali 20 ufficiali.
Rosalino Pilo (e il suo compagno Corrao) aveva percorso la Sicilia in tutti i sensi, annunziando l’arrivo di Garibaldi. I ragazzi, incontrando dei birri, cantavano: “Garibaldi viene! Viene Garibaldi!”
Tutta la flotta borbonica fu sguinzagliata intorno alle coste di Sicilia per prendere il filibustiere, o mandarlo a picco. Salzano e Maniscalco non trovarono di meglio che raddoppiare i rigori dello stato d’assedio, che era stato tolto; il principe Castelcicala rimise in vigore le disposizioni adottate, nel 1849, da Filangeri per soffocare la Sicilia. Tutte le truppe che erano in Sicilia, 50.000 uomini, furono concentrate nei due punti opposti di Palermo e di Messina.
Si raccoglievano truppe presso Napoli, nella Basilicata, nelle Calabrie.
Capitolo 15° – Lo sbarco di Marsala (1860)
Garibaldi scrisse a Raffaele Rubattino per scusare la violenza della cattura del Lombardo e del Piemonte. Nel caso che tutta la Nazione negasse di indennizzare la società Rubattino, Garibaldi impegnava allo scopo tutto quanto aveva dato e poteva dare la sottoscrizione nazionale per un milione di fucili.
Garibaldi comandava Il Piemonte; il Lombardo fu affidato alla direzione esperta di Nino Bixio. Persero tempo per via di un maniaco suicida che si buttò più volte in mare e fu salvato. La perdita di tempo fu provvidenziale perché consentì allo Stromboli, capitanato da Caracciolo, di uscire dal porto di Marsala. Altro tempo fu perso per via della barca che portava le munizioni e che s’era sviata. Garibaldi mandò il suo aiutante di campo Türr al forte di Talamone e si fece consegnare centomila cartucce, 300 fucili, 4 cannoncini con 300 cariche. Per questa consegna il governatore del forte fu poi licenziato.
Da Talamone Garibaldi scriveva a Bertani: “Nella notte della nostra partenza si smarrirono due barche di Profumo che portavano le munizioni, i cappellozzi, tutte le carabine e revolvers, 230 fucili, ecc. – Nel giorno seguente cercammo indarno tali barche per molte ore, e proseguimmo.” A Talamone i volontari si trovarono in 1062, esclusi quelli di Zambianchi e un mazziniano che non volle proseguire, protestando contro la bandiera di Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele”. I volontari furono divisi in sette compagnie; comandanti delle compagnie erano Bixio, Orsini, Stocco, La Masa, Anfossi, Carini, Cairoli. Sirtori fu nominato capo di stato maggiore; intendente Acerbi, aiutante di campo Türr.
Gli ordini a Zambianchi, lasciato in Talamone con una sessantina di uomini, erano di penetrare negli Stati romani al grido di “Vittorio Emanuele e Garibaldi!”. Scrive Garibaldi: “Dovendo agire in Sicilia, non era male apparire anche con una diversione nello Stato pontificio, minacciando codesto Stato e quello del Borbone verso tramontana, con cui si otteneva di occupare per alcuni giorni l’attenzione del nemico, o dei nemici, verso quella parte, ed ingannarli sul vero obiettivo dell’impresa.” La spedizione si rimise in viaggio alle tre e mezza del mattino del giorno 9 (maggio 1860)… facendo una breve fermata a Santo Stefano… dove furono distribuite le camicie rosse e le armi e ritirati i cannoni da Orbetello.
Ci fu un nuovo incidente: Il Piemonte, più veloce, perse di vista il Lombardo, mentre sopraggiungeva la notte. Ma Bixio “scorgendo noi che in luogo di aspettarlo com’era successo avanti, vogavamo con tutta velocità nella sua direzione, ci prese per un piroscafo nemico e cercò di allontanarsi da noi dirigendosi a tutta forza a libeccio. Ad onta del rumore delle ruote, la mia voce fu conosciuta e tutto fu riparato”. L’undici maggio, alle dieci ore della mattina, Garibaldi sulle alture di Favignana scorse una nave mercantile inglese proveniente da Marsala. Volle interrogare il capitano: in porto a Marsala non vi erano navi da guerra napoletane. Scrive Garibaldi: “Il primo progetto di sbarco fu a Sciacca; ma il giorno essendo avanzato e temendo d’incontrare incrociatori nemici, si prese la determinazione di sbarcare nel più vicino porto di Marsala.”
Sbarcarono con qualche difficoltà, sotto i tiri dello Stromboli e di una fregata borbonica a vela.
Alla mattina del 12 maggio, Garibaldi con i suoi mille lasciò Marsala per penetrare nell’interno dell’isola, e prese la direzione di Salemi, a circa venti miglia da Marsala. Alla notizia dello sbarco, Salzano ripristinò lo stato d’assedio. Il 13 e il 14 maggio, da Salemi, Garibaldi assume la dittatura militare e dà inizio alla formazione di un esercito siciliano. Il decreto rimase lettera morta: i siciliani rifuggivano dalla coscrizione. Non più di 4.000 siciliani vennero al di qua dello stretto di Messina, seguendo l’esercito di Garibaldi.
A Salemi Garibaldi fu raggiunto dai fratelli Santanna con circa duemila picciotti. All’entusiasmo dei Salemitani si univa quello del basso clero, fra cui un frate francescano, il padre Giovanni da Castelvetrano o fra Pantaleo, il nuovo Ugo Bassi della spedizione. Padre Giovanni partì per Castelvetrano, sua terra natale, e ritornò il giorno dopo con 150 picciotti.
A contrastare Garibaldi, il brigadiere Landi si era avanzato, il 14, da Alcamo a Calatafimi. Disponeva di circa tremila uomini, più quattro pezzi d’artiglieria e duecento cavalli. Garibaldi informato dei movimenti di Landi, si pose in marcia per Vita, la mattina del 15. Garibaldi poteva contare su circa 1500 uomini, la metà delle forze di Landi. Garibaldi, giunto sulle alture di Vita, fa fare alt alla sua truppa e con tre ufficiali – Türr, Türkery e Missori – sale una montagna a destra della strada, per esaminare gli apprestamenti del nemico. Scende e dà le sue disposizioni.
La battaglia si scatenò attorno alle alture di Vita. Scrive Garibaldi: “L’ordine di far pochi tiri fra i nostri si adattava a quella specie di catenacci che ci aveva regalati il governo sardo, i quali si rifiutavano quasi sempre al fuoco; ed anche in tale occasione fu grande il servizio reso dai prodi figli di Genova, che, armati delle loro buone carabine ed esercitati al tiro, sostenevano l’onore delle armi. Calatafimi! Avanzo di cento pugne, se all’ultimo mio respiro, i miei amici mi vedranno sorridere per l’ultima volta d’orgoglio, sarà ricordandoti; poiché io non rammento una pugna più gloriosa!”.
A Bixio, a cui per stanchezza parve inevitabile la ritirata, Garibaldi si rivolse: “Bixio! Qui si fa l’Italia o si muore!” Poi, sguainata la spada, si lancia nella mischia, furibondo come leone ferito.
Landi era in fuga. Il 18 giunse la colonna a Palermo, disfatta come dopo una lunga disastrosa campagna, portando il terrore nei soldati borbonici superstiziosi, con la narrazione dell’invincibilità dei garibaldini fatali e dell’invulnerabilità del loro capo. La mattina del giorno 16, Garibaldi poté entrare in Calatafimi, accolto come salvatore da quella popolazione giubilante.
Il 16 maggio 1860 Garibaldi scriveva a Bertani: “Ieri abbiamo combattuto e vinto. La pugna fu tra Italiani – solita sciagura – Il nemico cedette all’impeto delle baionette dei miei vecchi Cacciatori delle Alpi – vestiti da borghesi – ma combatté valorosamente e non cedé le sue posizioni che dopo accanita mischia corpo a corpo. I soldati napoletani avendo esaurito le loro cartuccie, scagliavan sassi contro di noi disperati.” Le perdite nel combattimento di Calatafimi, 140 tra morti e feriti nel campo borbonico, 70 circa fra i garibaldini. Ancora Garibaldi: “Ho veduto delle pugne forse più accanite e più disperate, ma in nessun modo ho veduto militi più brillanti dei miei borghesi filibustieri di Calatafimi.
Il 16 maggio, da Calatafimi, Garibaldi scriveva a Rosalino Pilo perché si ricongiungesse a lui con i suoi siciliani. Il 17 Garibaldi era ad Alcamo, il 18 a Palermo. Landi, in fuga, contrastato dai cittadini di Partinico, si avventò sulla città. I soldati, padroni della città, si diedero all’assassinio e al furto. Tutto fu saccheggiato e messo in rovina. Dove non poterono penetrare, appiccarono l’incendio. Rovine sopra rovine di palazzi, di case, e sotto le macerie sepolte famiglie intiere. 95 case bruciavano, il saccheggio non aveva più limiti; inaudite le oscenità bestiali della soldatesca briaca di sangue.
Scrive Garibaldi: “Miserando spettacolo! Noi trovammo i cadaveri dei soldati borbonici, per le vie, divorati dai cani! La sera del 18 Garibaldi uscì da Partinico. Essendosi riuniti a lui i volontari di Rosalino Pilo, Garibaldi contava in tutto sotto i suoi, quattromila uomini. Rosalino Pilo rimase ucciso il 20 maggio in uno scontro a San Martino, sulla via di Monreale.
Il 17 maggio il principe di Castelcicala veniva richiamato e lasciava l’isola, rimpiazzato dal generale Lanza.
Il giorno 25, alle ore tre pomeridiane, Orsini (con la sua artiglieria) giungeva a Corleone, accolto dalla popolazione con entusiasmo. La stessa mattina del 25 i regi osarono una ricognizione a Piana del Greci; la trovarono sgombra, ma rinvennero ben anche i carri abbandonati[2] sulla strada di Corleone. – Segni evidenti della ritirata frettolosa di Garibaldi. Si decise l’inseguimento. Salzano stesso si mise alla testa delle sue truppe: seimila uomini. Il 28 Orsini, sopraffatto, era in fuga, inseguito da Salzano il quale consentiva così a Garibaldi l’entrata in Palermo.
Scrive Garibaldi: “Solamente dopo due giorni dalla nostra entrata in Palermo, seppero i capi nemici d’esser stati da noi ingannati, e ch’eravamo giunti nella capitale, mentre ci credevano a Corleone. La sera del 26, al principio della notte, s’iniziò la nostra marcia su Palermo, scendendo per un sentiero coperto e assai difficile, che conduce da Gibilrossa sullo stradale di Porta Termini. Alcuni incidenti successero nella notte, dimodoché, quando giungemmo agli avamposti nemici di Porta Termini, era giorno fatto”.
[1] Si trattava del 4, in realtà.
[2] Abbandonati a motivo del pessimo servizio offerto dal treno utilizzato.
Immagine di Copertina tratta da 150 anni.

