Libri da leggere – PIETRO BEMBO – Parte 5 di 22

RAGIONAMENTO  QUINTO

G – È la campana di Santa Croce che rintocca? Sì, è lei, allora è ancora presto per alzarsi. È l’usanza dei Frati Minori quella di suonale il mattutino a mezzanotte, quando il sonno è più profondo. A loro non pesa, ma per me è meglio fare ancora un sonnellino, anche se il tempo speso nel sonno è tempo perso. Allora sarebbe più opportuno alzarsi; ma, poi, che farò? Potrei tentare di parlare con la mia anima, anche se, continuando a farlo, rischio di impazzire. Ecco, è venuta a dirmi che si può essere dotti e sapienti anche senza conoscere il greco o il latino, che, se lo dicessi ai sapienti attuali, mi prenderebbero per babbeo. Per conto mio, non ho mai sentito dire che si possa essere sapiente nella lingua volgare, ma pazzo sì. E non conosco uomini famosi se non nel genere della lingua latina. O forse non ho capito, per cui sarebbe meglio parlare ancora. Anima mia, anima mia cara, vogliamo parlare un po’?

A – È un grande piacere per me, Giusto, perché, mentre mi concentro per parlare con te, non sono occupata in cose materiali nelle quali usualmente tu mi costringi.

G – Per me stesso il mio lavoro non è gratificante, lo svolgo quasi per forza d’inerzia.

A – Vorresti forse vivere sempre in ozio?

G – No, ma vorrei usare meglio del mio tempo.

A – Figurati per me, che ho una natura molto meno affine della tua al lavoro che fai.

G – Non lo so. Vedo che così ha voluto Dio, attribuendo all’uomo il lavoro come la cosa più faticosa e più pesante che avrebbe potuto pensare.

A – Piano piano mi dai ragione, vedi? Ricordi quando ti dicevo che è più faticoso costruire un paio di zoccoli che studiare Aristotele? La ragione è che lo studio è proprio della natura dell’uomo e lo guida alla perfezione.

G – È pur necessario procacciarsi da vivere.

A – Certo, ma tutto sta nell’accontentarsi del necessario, lasciando il superfluo, perché è quest’ultimo che provoca mille affanni all’uomo. Devi sapere, Giusto, che la maggior virtù che si può comunicare agli uomini è l’abitudine ad accontentarsi di poco.

G – Lo credo. L’ho provato sulla mia pelle. Se avessi voluto avere di più, avrei dovuto fare il disonesto.

A – Sarebbe male per i signori, Giusto, se tutti gli uomini avessero questa tendenza, vista la loro bramosìa per il bel vivere e per il prestigio sociale. Non così era il sapientissimo filosofo Diogene che, alla proposta di Alessandro Magno di chiedere qualsiasi cosa avesse desiderato, rispose di essere pago del suo poco avere, e gli chiese soltanto di farsi un po’ più in là, dato che gli toglieva il sole.

G – Dipendere da se stessi è bellissimo, il che significherebbe essere amico dei signori, non già servo. Elevarsi, infatti, si fa con la virtù, non con la servitù.

A – Allora non lamentarti di quel che sei. Tutti hanno qualche insoddisfazione,

G – Un mio amico soleva affermare che a ciascuno manca solamente una cosa, e quella egli desidera soprattutto; e, se ha tutto, vuole ancora qualcosa in aggiunta e non sia accontenta mai.

A – Non lamentarti allora di dover lavorare un po’, se a ciascuno manca qualcosa.

G – Lavorare un poco sarebbe un piacere, ma lavorare sempre è una condanna.

A – Ecco, dici come tutti. Ma che cosa ti manca?

G – Cinquanta ducati di reddito, per star bene.

A – E se li avessi, poi ti mancherebbe ancora qualcos’altro, e via di questo passo, come quel tale che, non contento di aver acquistato un podere, già pensava ad appropriarsi dei poderi confinanti con il suo.

G – Tutti hanno preoccupazioni, ma c’è chi ne ha di più e chi ne ha di meno. Io devo solo lavorare, è questa la penitenza che devo fare?

A – Così accade a chi non si accontenta. Che cosa c’è di più dolce che vivere della fatica del proprio sudore? Questi sono gli uomini che il profeta Davide ha chiamato beati. Sappi che chi ha molto, avrà anche molte preoccupazioni. E queste ultime superano il piacere del possesso. Inoltre chi ha molto ha anche più nemici, come già diceva Seneca il filosofo. Ma torniamo ora all’argomento di ieri: mi riferisco al tuo dubitare di essere pazzo se mi credi, ma tu un po’ lo sei, come tutti.

G – Vuoi dire che ognuno sia pazzo?

A – Pazzo proprio, no; ma quasi. Ogni uomo ne ha l’inclinazione, chi più, chi meno; ma c’è una differenza: che i sapienti lo sanno mascherare e i pazzi palesi lo danno a intendere. Te lo voglio provare prendendo a esempio te stesso: quante volte hai camminato sul pavimento di casa tua posando i piedi sulle piastrelle ed evitando di toccare le commessure?

G – Sì, mille volte! E ho indugiato anche a numerare i travicelli del soffitto, e a fare altre cose puerili.

A – Se ti fossi comportato così in pubblico, non ti sarebbero corsi dietro i fanciulli, come usano fare con i pazzi?

G – È vero, ed è vero anche il proverbio che dice: se la pazzia fosse un dolore, in ogni casa si udrebbe urlare.

A – Ti dirò ancora che non esiste uomo famoso che non abbia dato segni di pazzia, ma sono stati ammirati, perché l’hanno saputa dissimulare bene. Torniamo però al nostro ragionamento: dimmi, dove hai sentito dire che, se non sei letterato, sei condannato a lavorare come per un castigo di Dio?

G – Nella Bibbia, dovresti saperlo.

A – E tu la capisci la Bibbia?

G – Certo, non sai che è scritta in volgare? E perché me lo domandi?

A – Perché, allora, se le scienze fossero divulgate in volgare, tu le comprenderesti.

G – Per quanto riguarda le parole, sì; ma per arrivare al significato ci vuole altro.

A – È sufficiente che tu non provi difficoltà a capire le parole. Non credere che coloro che sanno di greco e di latino conoscano anche tutti gli autori e tutte le scienze di quelle lingue. Per arrivare a tanto occorre l’aiuto di maestri e interpreti e ci si arriva non senza grande fatica. E questo vale anche per la lingua volgare. Ma per me basta per ora che tu ammetta che non sono le lingue a fare sapienti gli uomini, ma le scienze, e che le lingue si imparano per acquisire le scienze.

G – Ma le scienze risiedono nella lingua latina. Che cosa puoi imparare con la nostra?

A – È colpa dei Toscani se non hanno inserito le scienze nella loro lingua: i Romani lo avevano fatto per la loro.

G – Forse perché la nostra lingua non è abbastanza ricca di termini.

A – Per questo basta inventarli alla bisogna.

G – È lecito creare parole nuove in una lingua?

A – Sì, se si tratta di una lingua in uso.

G – E quali lingue definisci morte?

A – Quelle che non si parlano più, come il greco e il latino; per esse non è lecito inventare parole nuove.

G – Neppure a coloro che la conoscono?

A – Perché una lingua morta non sarebbe naturale per loro.

G – Ma nella nostra sì, vero?

A – Sarebbe auspicabile. Credi forse che il greco o il latino alle origini comprendessero un vocabolario così ricco come l’ebbero al tempo della loro massima fioritura?

G – Credo di no.

A – Puoi esserne sicuro. Ogni lingua segue una sua evoluzione, non essendo stata generata dalla natura nella sua forma definitiva e perfetta. Cicerone e Severino Boezio coniarono termini nuovi per trattare argomenti di filosofia e di logica.

G – Le presero da altre lingue?

A – Certo.

G – E da quali?

A – Dai Greci, e i Greci dagli Ebrei, e gli Ebrei dagli Egizi. Hai forse udito affermare che non si possa dire una cosa che in precedenza non sia mai stata detta? Gli stessi Romani studiavano le lingue straniere per cavarne il meglio e arricchire la propria lingua.

G – Una cosa lodevole davvero.

A – Per di più c’erano pochissimi Romani che scrivessero in greco, come invece fanno i Toscani con il latino. Con tutto ciò i Toscani non raggiungono mai quel candore descrittivo e quello stile che era proprio dei Latini.

G – Ma li possiamo giustificare, dal momento che si esercitano in una lingua che non è la loro.

A – Anzi, meritano di essere rimproverati due volte. Albino Romano, per esempio, scrisse in greco, scusandosi di non usare l’eleganza dovuta per il fatto che lui greco non era; sai che cosa gli obiettò M. Catone, deridendolo? Ecco che cosa: “Povero Albino, hai preferito doverti scusare di un errore commesso, piuttosto che decidere di non commetterlo”.

G – Non potrei contraddirti.

A – I Romani valutavano l’importazione di qualche bella opera nella loro lingua nella stessa misura del conquistare una città o un regno. Boezio, nel proemio alla sua traduzione dei Predicamenti di Aristotele, riteneva di non essere meno utile, insegnando le arti della sapienza greca, di coloro che avevano conquistato a Roma qualche città o provincia.

G – Parole degne di un cittadino romano, poiché dovere di un cittadino è sempre servire la patria.

A – Per questo la lingua latina ha detenuto il monopolio della descrizione scientifica e per questo chi vuole impadronirsi delle scienze deve prima conoscere il latino. Se la stessa cosa avessero fatto i Toscani, non si dovrebbero sprecare quattro o sei anni nell’apprendimento del latino per approdare alle scienze. E, in più, l’apprendimento sarebbe facilitato, per via della padronanza che noi abbiamo della nostra lingua naturale. Tant’è che coloro che scrivono in latino vanno incontro a pesanti difficoltà quando devono esprimersi oralmente in latino.

G – È vero, e per i Romani fu anche motivo della diffusione della loro lingua.

A – Non solo a Roma, ma i Romani imposero l’uso della loro lingua ai popoli assoggettati.

G – E come facevano?

A – Era decretato per legge che gli ambasciatori a Roma, se volevano essere ascoltati, dovevano parlare nella lingua di Roma; e che tutti i processi dovevano essere verbalizzati nella lingua romana. Ragion per cui tutti i nobili, gli avvocati, i procuratori stranieri erano costretti a impararla.

G – È così che Roma divenne tanto grande!

A – Questo non era solo un modo di agire dei Romani, ma di tutte le altre civiltà: così fra gli Ebrei, fra i Greci, fra i Latini i quali tutti, salvo rarissime eccezioni, usavano la lingua naturale propria.

G – E da dove viene il vezzo dei Toscani di scrivere in latino?

A – Dall’amor proprio, non dall’amore per la patria e per la lingua loro, credendo così di essere più illustri.

G – Facevano allora come quel mio medico che mi ordinava ricette con parole incomprensibili, quasi esotiche, ma poi si riferivano a erbe comunissime.

A – Si tratta proprio di questo, Giusto. Se i Toscani, infatti, traducessero le scienze nella loro lingua, questa acquisterebbe presto anche maggiore reputazione, dal momento che piace molto ed è ricercata per la sua bellezza e bontà naturale. Non sanno questo i forestieri i quali, volendola troppo ripulire, la guastano, come farebbe una bella donna credendo di farsi più bella con il troppo lisciarsi.

G – Come può avvenire tutto ciò?

A – Mentre cercano di adornare la nostra lingua a imitazione del latino, i nostri scrittori ne deturpano la facilità e l’ordine naturale che essa possiede; e la guastano ancora di più quando credono di prendere a prestito termini adeguati dal Petrarca e dal Boccaccio, ma poi li usano a sproposito.

G – Come fece Francesco della Luna che, sistemando un architrave sopra la loggia dell’Ospedale degli Innocenti a Firenze, aveva fatto una cattiva imitazione del tempio di San Giovanni da cui l’aveva tratta. Ma perché, allora, tanti letterati condannano chi traduce qualcosa in volgare, adducendo il motivo che il volgare non è adatto a tali arricchimenti?

A – Tutte le lingue sono adeguate a esprimere qualsiasi concetto, e allora quella che tu dici non è una ragione. La ragione del loro rifiuto risiede nella maledetta invidia, come già ti dissi, e nel desiderio di primeggiare.

G – Hai ragione. Rammento che il fiorentino Bernardo Segni fu segnato a dito per aver tradotto in volgare la Retorica di Aristotele, con la giustificazione che è deplorevole che ogni volgare possa apprendere ciò che altri hanno conquistato a fatica studiando i libri greci e latini.

A – Sentenza spregevole! Perché non c’è cosa migliore che facilitare a tutti l’accesso al sapere.

G – Ma quelli dicono ancora un’altra cosa: che ciò che viene tradotto perde parte della forza e della bellezza originarie.

A – La bellezza e la forza si conservano, perché ogni lingua possiede proprie capacità espressive, e la toscana forse più delle altre. Dante e il Petrarca, infatti, hanno sopravanzato di molto i poeti greci o latini in numerose occasioni.

G – Sì, ma nelle traduzioni si deve prestare attenzione più al senso che alle parole.

A – Io so che si traduce a motivo delle scienze, non tanto per vedere la forza o la bellezza delle lingue. Altrimenti i Romani non avrebbero tradotto le opere di Magone Cartaginese (i 28 libri sull’agricoltura), né i Greci quelle degli Egizi e dei Caldei. L’essenziale è, nel tradurre, dire le cose nel modo più elegante possibile e contemporaneamente conoscere bene le due lingue e possedere i concetti scientifici che si trattano, con un opportuno adattamento dei modi di dire.

G – Quei letterati aggiungono che, traducendo, si travisa l’intenzione dell’autore.

A – Ma come può essere, se chi scrive lo fa per farsi capire da tutti?

G – Allora per te è un bene tradurre le scienze nella nostra lingua.

A – Non solo, ma affermo che è anche un modo per combattere l’ignoranza. E dovrebbero essere i prìncipi a incoraggiarlo, come padri dei popoli, almeno per le cose indispensabili.

G – Quali?

A – Le leggi, quelle divine e quelle umane.

G – Con quale utilità per gli uomini?

A – Come, con quale utilità! Amerebbero di più la cultura che loro appartiene, già fin da bambini, come succede fra gli Ebrei.

G – Non meraviglia come gli Ebrei conoscano così bene la loro legge. Dovrebbero vergognarsi invece i Cristiani che danno in pasto ai loro figli letture futili, e non pensano che ciò che s’impara da piccoli non si scorda più.

A – E come si rispetterebbero di più i precetti divini se si comprendesse che cosa significano! Dimmi: come fanno gli uomini a lodare Dio se non capiscono ciò che recitano? Sai bene come il parlare delle gazze e dei pappagalli non è vero parlare, ma imitazione di suono, allo stesso modo per noi, il leggere e il cantare i salmi, senza comprenderne il significato, è simile a un gracchiare di gazze e a un ciarlottare di pappagalli. In nessun’altra religione succede questo: ognuno loda Dio nella propria lingua. Così la pensava anche l’Apostolo Paolo, quando scriveva ai Corinti.

G – Perché allora non si è passati direttamente dall’ebreo al volgare?

A – Perché allora, a causa della promiscuità di genti barbariche in Italia, l’unica a essere ampiamente diffusa era la lingua latina. Se prendiamo le leggi degli uomini, ad esempio, i Romani ne presero molte dai Greci, ma le codificarono nella loro lingua. Così Licurgo, Solone e gli altri legislatori greci emanarono le leggi in lingua greca.

G – Se esse sono così indispensabili, perché non si traducono in volgare sia le leggi sacre sia quelle civili?

A – A motivo dell’avarizia dei preti e dei frati i quali, non sazi delle decime loro destinate, insufficienti a mantenere il loro tenore sontuoso di vita, fanno delle leggi qualcosa di esoterico per confondere i poveretti e per sfruttarli.

G – Questo è male per chiunque si dia a spillare denaro con l’inganno; e in questo sono maestri i preti, i frati e i notai.

A – Ciò non sarebbe accaduto se gli uomini avessero avuto più cognizione delle Sacre Scritture. E il motivo che non si traducano le leggi umane sta nell’empietà di molti dottori e avvocati i quali, per meglio ingannare, stipulano i contratti nel loro bel latino che capiscono poco essi stessi e meno ancora gli altri. Stupisce di molto che gli uomini abbiano sopportato tali angherie.

G – Sarebbe molto più utile che volendole, queste angherie si facessero nella nostra lingua, perché ci sarebbe modo di difendersi e non si creerebbero tanti malintesi causa di mille questioni.

A – Credo sia proprio per questo che non usano la nostra lingua. Ti voglio dire, allora, che non dobbiamo stupirci dei sacerdoti e degli avvocati che si presterebbero ad asservire i prìncipi che volessero vender loro l’acqua e il sole.

G – Non devi dir male dei preti e dei frati, non spetta a noi farlo.

A – Ecco dove sta il pregiudizio, nella cattiva conoscenza delle Lettere Sacre! Non siamo forse tutti figli di Dio e fratelli fra noi?

G – Sì, lo siamo.

A – E i fratelli non sono fra loro tutti uguali?

G – Certo che lo sono.

A – Se siamo uguali fra noi, ognuno ha il diritto di riprendere qualsiasi altro.

G – È vero, ma dalla loro parte c’è in più la dignità sacerdotale.

A – Non è forse superiore alla dignità sacerdotale quella di essere figli di Dio? Come vale di più essere figlio di un principe che non suo ministro.

G – Allora io sono più del Papa.

A – Questo no, perché, oltre ad essere cristiano al tuo stesso livello, egli è stato eletto da Dio come suo ministro e per questo lo devi onorare come tuo superiore. Ma nessuno può impedirti di criticarlo se sbaglia in quanto uomo e cristiano, nei modi dovuti, si capisce. Come fece l’Apostolo Paolo con Pietro.

G – Sono d’accordo con te, ma ho le mie riserve, per il motivo che i religiosi, oltre l’autorità, hanno il potere della scomunica e, in difetto di questo, quello della maledizione.

A – Certamente, se non avessero altre armi che le loro maledizioni, farebbero come quel soldato che, avendo derubato un frate di metà del suo vestito, sentendosi intimare dal frate che il mal tolto gli sarebbe stato restituito il giorno del Giudizio, gli rispose: “Visto che mi resta tanto tempo, mi prendo anche il resto del tuo vestito” e, con questo, lo spogliò.

G – E non possono più fare i miracoli che si facevano un tempo.

A – La stessa cosa disse San Tomaso d’Aquino a Papa Innocenzo IV. Il Papa gli fece notare: “Vedi, Tomaso, la Chiesa non può dire, come diceva anticamente, non possiedo oro né argento” e Tomaso aggiunse: “Ma non dice neanche più àlzati e cammina” (come aveva detto Pietro).

G – Quante cose conosci, anima mia! Ma come hai fatto a saperle senza di me, visto che siamo una cosa sola?

A – Sarebbe troppo lungo a spiegarsi. Facciamo per un’altra volta. Ora è giorno ed è tempo che tu ti dia da fare.

G – Sì, è già chiaro, ma come passa il tempo, e non ce ne accorgiamo quando si parla di cose interessanti!

A – Quando penso fra me al piacere che incontrano quelle anime che, separatesi dai loro corpi, sono tornate alla contemplazione della somma verità, non mi meraviglio che l’Apostolo Paolo avesse espresso il massimo desiderio di abbandonare il corpo per unirsi con Cristo. Anch’io talvolta, mentre il corpo dorme, sono libera di evadere e di inoltrarmi fra una moltitudine di belle e varie creature sensibili sino ad ascendere alla contemplazione di cose celesti e divine, anche se i legami con il corpo mi impediscono di elevarmi oltre. Felici sono quelle anime sciolte da legami materiali: ad esse si rivela persino il futuro. Ohimé, ora sento che Giusto sta per svegliarsi. Torniamo dunque ai nostri doveri; se lui vorrà, parleremo ancora insieme.

G – Che bella dormita! Ho una sensazione piacevolissima.

A – Lo devi a me, Giusto, e in piccola parte all’esserti tenuto leggero ieri sera a cena.

G – Grazie, anima mia cara, ma, dimmi, come hai fatto?

A – Durante il sonno ho potuto riacquistare parte della mia libertà e quindi ritirarmi in me stessa, per negoziare certi concetti.

G – Non capisco: che significa negoziare?

A – Null’altro che trattare e occuparsi a fondo di qualcosa; è un termine che deriva dal latino negocium (faccenda, in volgare).

G – E dev’essere anche recente, se non mi ricordo d’averlo udito pronunciare.

A – Infatti; non t’avevo detto che sta nell’evoluzione delle lingue l’acquisire termini nuovi? Allora stiano zitti quei critici che sostengono essere impossibile tradurre le scienze nella nostra lingua per povertà di vocaboli.

G – Va bene, ma torna a ciò che stavi dicendo prima.

A – Il sentirmi libera mi consentiva di attingere un piacere così grande che una parte di esso penetrava anche in te, producendo quel sonno ristoratore che hai appena lodato.

G – Se tu mi ami veramente, perché non fai sì che ogni volta il sonno sia così piacevole?

A – Spesso a motivo della diversità fra la tua e la mia natura. Quante volte, costretta dalla tua parte più passionale, devo cedere e lasciare che tu faccia cose contrarie alla mia natura? Essere sopraffatta da una potenza che mi è inferiore mi avvilisce, e tu stesso ne risenti. È così che la nostra unione diventa una lotta continua che ci impedisce di riposare. Se, invece, tu mi ubbidissi e lasciassi a me la guida, noi potremmo vivere in completa pace.

G – Hai sicuramente ragione; pensavo proprio di chiederti alcuni consigli per assicurare una buona convivenza fra noi. Ma prima toglimi quel dubbio che mi hai lasciato l’altra mattina: come fai a sapere tutte queste cose senza di me.

A – È una domanda difficile, che ha causato già molti errori, tanto che sarebbe meglio tu rinunciassi ad averne risposta, perché sapere quel che non si deve sapere crea maggiore confusione. Posso tuttavia parlartene, ma voglio che tu non ti limiti a formulare giudizi tuoi; tu dovrai affidarti prima di tutto all’insegnamento della religione cristiana che ti darà il lume della fede, rivelato da Dio perché l’uomo possa raggiungere la perfezione che è la contemplazione della prima e ineffabile verità.

G – Voglio ubbidirti in tutto, d’ora in poi.

A – Questo grazie alla tua vecchiaia che ti ha indebolito e intiepidito. Si può piuttosto dire che non sei tu ad aver abbandonato i vizi, ma sono i vizi che non vogliono più te. Ma con questo non vorrei che tu rimpiangessi una vita dissoluta, visto che sei sulla buona strada.

G – Ogni cosa ha la sua età, inutile negarlo. Ma ora basta, voglio piuttosto che tu mi sciolga quel dubbio.

A – In mezzo a molte opinioni, due sono state le scuole filosofiche principali che hanno disquisito attorno alla mia natura: una, capeggiata da Platone e dagli Accademici, che mi considera immortale, creata da Dio e infusa in te; l’altra, capeggiata da Aristotele e dai suoi Peripatetici, che ritengono io abbia avuto origine insieme al corpo, senza pronunciarsi troppo chiaramente sulla mia natura immortale o mortale. Quando mi considera unita al corpo, Aristotele dice che sono mortale; quando mi considera come intelletto agente, indipendente dal corpo, dice che sono immortale. Chi, leggendo Aristotele, cerca di interpretare queste affermazioni, resta dunque interdetto.

G – Forse non lo sapeva neppure lui.

A – Lo credo proprio. Tanto che egli si comportò come tutti quelli che amano più la gloria del mondo che la verità: quando non sanno una cosa, non volendolo confessare, le creano attorno una gran confusione, nella convinzione di dare a intendere, a chi legge i loro scritti, che quella cosa non vogliano proprio dirla, non già che la ignorino. In materia di religione, poi, certi teologi, piuttosto di ammettere la propria ignoranza in argomenti di fede, si sono buttati sulla speculazione filosofica, che è l’esatto opposto della fede in quanto non procede al di là dell’ordine e dei princìpi naturali.

G – Chi sono questi teologi?

A – Quelli che volgarmente sono chiamati Scolastici, che hanno passato tutte le cose al vaglio della loro dottrina.

G – Mi meraviglio che Dio non li abbia puniti.

A – Questo a causa della sua somma bontà.

G – Qualsiasi principe, credo, si sarebbe adirato con un suo servitore troppo impiccione. Mi sembra quasi un voler chiedere ragione a Dio delle sue azioni. Ma, dimmi, sono questi teologi coloro che appartengono alla scuola parigina?

A – Proprio quelli.

G – Ma non li sta a sentire più nessuno, me l’ha detto Bartolo il cartolaio.

A – Rendiamo grazia ai Luterani che in ogni modo hanno ottenuto che gli uomini tornassero a leggere le Sacre Scritture.

G – È proprio vero che, come si dice, da un grande male può provenire qualche bene. Ma torniamo al nostro ragionamento.

A – Come ti ho accennato, Platone mi riteneva immortale e divina, creata da Dio e ripiena di conoscenze che persi quando scesi in te per purificarmi. Solo attraverso gli studi quelle conoscenze mi tornavano in mente. Per questo Platone diceva che imparare era nient’altro che ricordarsi, non apprendere qualcosa di nuovo.

G – Una sentenza che mi piace!

A – Figuriamoci allora se tu sentissi le ragioni che egli ne porta a conferma! Ed esse sono numerose, le stesse adottate da Origene e da Agostino. Origene diceva che noi eravamo simili agli Angeli, scontrandosi in questa opinione con la Chiesa.

G – Mi fai venire in mente il nostro concittadino (Matteo Palmieri) secondo il quale le nostre anime erano gli Angeli indecisi fra il peccare e il servire Dio, tanto che scendevano in noi per scegliere una delle due vie. Questa sua opinione venne alla luce postuma e, in conseguenza di essa, i suoi resti vennero riesumati e sepolti altrove. Pensi tu che queste convinzioni gli siano valse la dannazione?

A – No, non credo, perché egli fu pur sempre timorato di Dio e rispettoso del prossimo, come vuole la religione cristiana. Egli, per di più, era convinto di essere nel vero, ed aperto al cambiamento, ove necessario.

G – Allora, non è che con la riesumazione del corpo anche l’anima fosse cacciata all’inferno?

A – Sarebbe una vera tragedia se, chi è capace di riesumare un corpo, avesse anche il potere di mandarci all’inferno! Dal purgatorio ne salvano, così dicono, ma solo quelle che a loro conviene.

G – Non mi preoccupo del purgatorio, visto che si possono acquistare le indulgenze.

A – Non ne danno più, indulgenze: infatti, se da una parte rendevano, dall’altra arrecavano gravi danni.

G – Come, danni!

A – Vedi ad esempio l’eresia luterana (incoraggiata anche dalla copiosa elargizione di indulgenze operata da Leone X). Valga come esempio quel tale che riuscì a far liberare dal purgatorio l’anima del padre con la promessa di un fiorino, che poi non pagò.

G – È simile a ciò che Carlo Aldobrandi fece ai frati Francescani. Costui doveva versare ogni anno due fiorini per un lascito a suffragio dell’anima dello zio. Successe però che Giulio II concesse un’indulgenza: Carlo ne comprò una per suo zio e, con quella, non ritenne più necessario pagare i due fiorini.

A – Ah, Giusto, la Chiesa non è fatta di questa pasta, non di questi frati che, appreso come evitare di lavorare, esercitano l’inquisizione per ingrassare e non per fare carità al prossimo.

G – Non so, ma per me è male non essere sepolto nel cimitero.

A – Si vede che tu sei corpo, Giusto, non pensi che alle cose materiali. Non vedi che questa è una di quelle cose che torna a loro utilità e non a nostro beneficio?

G – Quale utile ne ricavano?

A – Come, non sai! Si fanno pagare i funerali a peso d’oro! Tanto che il Pontano definì i cristiani come la più infelice e misera gente al mondo, dato che si dovevano comperare anche la terra per farsi seppellire.

G – In vero è una cosa assai empia.

A – E l’hanno anche messa fra le opere di misericordia, quando invece dovevano chiamarla opera di lucro.

G – E diceva bene frate Succhiello (un predicatore burlone), che le opere erano soltanto sei: egli le predicava tutte, ma, quando arrivava a “seppellire i morti”, commentava “io non dirò nulla; ma chi non li vuol seppellire se li tenga in casa”. Bando alle ciance, ora, vai piuttosto avanti tu.

A – Bene. Aristotele e i suoi seguaci, affermando, così pare, che io sia mortale, che sia nata con te e che nulla possa fare senza te, sostengono che io non so nulla da me stessa, ma posso apprendere grazie a un lume che ho in me, l’intelletto agente, per mezzo del quale posso capire i princìpi e poi tutte le cose. Se anche tu avessi questa opinione, non potresti mai capire come io possa sapere queste cose senza te; per altro verso, se segui l’opinione di Platone, non vai incontro a difficoltà alcuna.

G – Che devo dunque fare? Se non ti spieghi, ne capisco meno di prima.

A – Non stupirti, è così che procede la sapienza del mondo: chi le presta cieca fiducia, più impara e meno sa e più diventa inquieto. Aveva ragione Salomone a dire: “Chi aggiunge sapienza all’uomo, gli aggiunge dolore”.

G – Come posso dunque soddisfare questo mio desiderio?

A – Ricorri al lume della fede.

G – Sarebbe come diventare ancora più incerto.

A – Perché?

G – Perché le verità di fede sono molto più difficili di quelle naturali.

A – Sì, ma per chi vuole comprenderle con il lume naturale e rifiuta di procedere con la semplicità del cuore.

G – Come si ottiene il lume della fede?

A – Con il prepararsi a riceverlo e poi con il chiederlo a Dio, come fecero gli Apostoli.

G – Come si fa a prepararsi?

A – Prima di tutto con la convinzione che c’è un intelletto superiore che ci trascende, senza la presunzione di penetrare le ragioni del suo agire.

G – È vero, sarebbe proprio da stolto e da presuntuoso negare ciò che non si arriva a intendere.

A – Molti però lo fanno e sicuramente non raggiungeranno mai il lume della fede, a motivo della loro superbia. Ma poi è necessario esercitarsi molto negli studi delle Sacre Lettere, nutrire amore e rispetto per la religione, perché chi disprezza la propria religione non merita di essere chiamato uomo.

G – Lasciamo da parte quel che ne pensano i savi del mondo, dai quali non ho mai ottenuto risposte soddisfacenti; dimmi piuttosto come la pensa la religione cristiana.

A – Devi credere, è la verità, che, appena i corpi sono formati, Dio ci crea divine e immortali e ci infonde in voi. Ci crea tutte uguali, ma ci elargisce alcuni doni particolari che ci aiutano meglio a raggiungere la perfezione. Né questo è disdicevole, come non lo è per un artigiano vasaio la determinazione di foggiare vasi con requisiti diversi.

G – Immaginavo che foste tutte uguali, ma pensavo che le differenze che constatiamo negli individui originassero dal corpo e non direttamente da Dio.

A – Così pensa chi ragiona con il lume naturale. Devi ancora sapere che, se io so certe cose che tu non pensavi, questo è anche un dono di Dio: illuminando me, mi consente di illuminare e guidare te.

G – So che dici il vero, anima mia; mi hai così rassicurato che voglio seguire sempre i tuoi consigli. Dimmi allora che cosa debbo fare per mantenermi con te in questa così dolce unione e in tutto il mio agire.

A – Sarà meglio, perché io stessa non posso operare bene se tu non sei ben disposto a tua volta. Ma, visto che il giorno è avanzato e l’argomento è alquanto lungo, rimandiamo a domattina, e tu va a dedicarti al tuo lavoro.

Immagine di Copertina tratta da Art and Traditions.

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