Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 8 di 24
Capitolo 9° – Il passaggio del Ticino (1859)
La sera del 21 maggio 1859 i Cacciatori delle Alpi giungevano a Borgomanero. Il Carrano così racconta: “il generale ha pochi bisogni; mangia poco, beve acqua, e dorme benissimo nel suo cappotto all’americana sulla nuda terra”. Alle tre dopo mezzogiorno del 22, i battaglioni si mossero da Borgomanero per Castelletto e, con alla testa Garibaldi, marciarono risolutamente verso Sesto Calende. Sorgeva l’alba del 23 allorquando i volontari, ansiosi di toccare il suolo di Lombardia, esuli tutti, in massima parte lombardi, si affollavano sulle grandi barcacce del porto, pazzi di gioia. Scena indescrivibile! I volontari nella reciproca gioia si abbracciavano, si inginocchiavano, baciavano la terra lombarda.
I prigionieri, dopo interrogati, furono mandati in Piemonte. Lasciata in Sesto Calende la compagnia De Cristoforis, il generale, col resto della brigata, marciò, per la via di Corgeno, Varano e Bodio, su Varese, ove giunse la notte del 23.
Scrive Garibaldi: “Urban era il generale austriaco destinato allo sterminio nostro. Le prime notizie ch’io ebbi di quel feroce nemico, venendo dalle parti di Brescia, erano nientemeno ch’egli comandava 40.000 uomini, Vi erano nemici a Laveno, e s’avanzava un corpo dalla parte di Milano: v’era proprio d’avere i brividi.”. Urban era il 25 (maggio) a Camerlata, dichiarando alle autorità comasche per terrorizzarle: “Domani mattina mi porterò a Varese con seimila uomini e dodici pezzi, attaccherò Garibaldi, e lo impiccherò lui e i suoi briganti!”.
Garibaldi ordinò la difesa di Varese. La destra era affidata al colonnello Cosenz, la sinistra a Medici, il centro al colonnello Ardoino. I cittadini che avevano potuto essere armati vegliavano sulle barricate coi garibaldini, La penuria dei fucili era grande, e duemila che erano stati spediti per ordine di Cavour intopparono in Arona in un commissario regio, che li distribuì alla guardia nazionale. All’apparire dell’alba (26 maggio 1859), Garibaldi era in vedetta dal punto più eminente della villa occupata dal suo quartier generale, e fu il primo a scorgere l’avanguardia della colonna austriaca.
Gli austriaci, ingagliarditi, si avanzavano sempre, mandando alte grida di disprezzo contro la briganta Garibalda, ma furono respinti e messi in fuga. I contingenti di Bixio, inseguendo le retroguardie in fuga, fecero prigionieri alcuni austriaci.
Fu solo a San Salvatore che Urban si decise di far fronte. Garibaldi, nell’ora decisiva delle battaglie, alla testa dello stato maggiore, col figlio Menotti, con le poche guide al comando del Besana, si diresse al poggio ove Medici, Sacchi, Gorini, Simonetta, coi loro valorosi soldati, sostenevano il combattimento, rianimarono i volontari e si spinsero con impeto contro i nemici “che precipitarono nel burrone, da dove non si videro più ricomparire” scrisse Garibaldi stesso.
Due ore prima del tramonto i Cacciatori delle Alpi erano tutti riuniti in Varese. Si ebbero 18 morti e 66 feriti, dei quali tre morirono poco dopo. Circa 200 dovevano essere stati i caduti austriaci, 30 i prigionieri. Scrisse Garibaldi: “Bella e cara gioventù, speranza d’Italia. Tra i feriti non si udiva un lamento. Tra i morti v’era pure un figlio, il primo ch’ella perdette, di quella donna, un figlio dell’incomparabile madre dei Cairoli, la matrona pavese. Ernesto, il più giovane dei tre ch’essa aveva mandati, cadeva combattendo, sul cadavere di un tamburino nemico, ch’egli aveva ucciso di baionetta. E quanti altri di cui non conoscevo le madri giacevano su quel campo di strage, o mutilati o morenti, col desiderio di vedere ancora una volta la desolata genitrice. Donne italiane! io scrivo commosso, vedete: e lo credereste? ho pianto nel narravi della Cairoli. Sì, le donne di Varese supplivano alle madri dei nostri feriti, e, bisogna confessarlo, anche i feriti nemici dividevano le cure di quelle sante donne”.
Un pugno d’uomini (non più di tremila), male armati, senza cavalleria, l’artiglieria assente, che il 20 maggio passano l’alta Sesia varcano il Ticino nella notte dal 22 al 23, piombano su Varese; il 26 battono Urban, avanguardia o retroguardia, che si voglia, di un esercito di duecentomila uomini. L’ardimento di quel pugno d’uomini già quasi alle porte di Milano, stupì il mondo.
Capitolo 10° – San Fermo (1859)
“Io sapevo quanto vale attaccare un nemico sconquassato da una prima batosta, per forte ch’egli sia, e non volevo perdere l’occasione.” Così scrisse Garibaldi nelle Memorie. Infatti, senza perder tempo, all’alba del 27 si poneva in marcia, percorrendo la strada da Malnate e Como. Alle tre pomeridiane giunse in Cavallasca con l’intiera brigata.
L’attacco era diretto all’oratorio di San Fermo. Qui caddero il capitano De Cristoforis, il sottotenente Pedotti, ma gli austriaci furono scacciati, e la colonna marciò per Como. Così ne scrisse Garibaldi: “Ma quando conobbero essere noi italiani, i fratelli, allora successe una scena impossibile a descriversi. Fu come lo scoppio di una mina: in un lampo la città fu illuminata, le finestre gremite, e le strade ingombre. Le campane tutte tempestarono a stormo e non contribuirono poco, io credo, a spaventare i fuggenti nemici. La popolazione era frenetica! Uomini, donne, bambini s’erano impadroniti de’ miei militi: abbracciamenti, pianti, grida, pazzie, eran all’ordine della notte! I pochi a cavallo, duravan fatica per non essere rovesciati, e tirati giù per le gambe, massime dalle ragazze, la cui bellezza sembrava autorizzarle a padroneggiare i concittadini liberatori”.
Garibaldi creava gli eroi. Garibaldi, che combatté sempre in condizioni di disperante inferiorità, contro i più agguerriti nemici, vinceva perché la vittoria era in lui; perché il suo fascino mutava gli uomini in titani; e i suoi entusiasmi si trasfondevano nei compagni d’arme. A San Fermo: Degli ufficiali, tre morti: De Cristoforis, Pedotti, Castellini; feriti, Guerzoni e Daneo; diciotto cacciatori morti, 45 feriti.
Garibaldi aveva pensato di approfittare della momentanea inazione di Urban, che si era ridotto a Monza per riordinare la propria divisione, per piombare rapido sul forte di Laveno e, ratto come un fulmine, tentare un colpo di mano, ma l’assalto al forte Castello fallì, L’infausta impresa costò sei morti e diciotto feriti, tra i quali due capitani e due sottotenenti. Il sottotenente Gastaldi, ferito alla gamba, restò in potere del nemico; con lui, alcuni militi. La brigata si disponeva a marciare su Varese, ma giunse la notizia che Urban con forze imponenti, un vero esercito, marciava per la stessa meta.
La brigata giunse a Cuvio il 31 maggio (1859). Da Cassina Rasa, Garibaldi, col cuore sanguinante, assisté all’esodo di centinaia di famiglie che si rifugiavano ai monti per sottrarsi alle vendette dell’Urban (il quale aveva ammazzato, con un colpo di pistola, un giovane che aveva osato guardarlo). Tutta Varese si era data alla montagna. Un proclama di Urban agli abitanti di Varese imponeva la contribuzione di tre milioni di lire austriache entro poche ore, più 300 bovi, tabacco e sigari e tutto il corame, e dieci cittadini dei più facoltosi come ostaggi.
Un calesse con un’avvenente fanciulla, la figlia del marchese Raimondi, e un prete, il cappellano di Fino, giunse a Garibaldi per invitarlo a correre in soccorso di Como. Poco lontano dagli Austriaci che presidiavano Varese i Cacciatori delle Alpi sostavano nei campi tra Robarello e Sant’Andrea.
Dopo il due giugno, con una marcia faticosissima sotto un forte temporale e nel freddo, la colonna raggiunse Como.
Capitolo 11° – Dopo la battaglia di Magenta (1859)
Urban. Al suo ritorno da Monza a Varese, non trovò una città, ma il cadavere di una città. I profughi dirigevansi specialmente al vicino santuario della Madonna del Monte.
Nella mattina del primo giugno la testa di colonna dell’esercito francese era giunta a Novara.
Il 4 giugno, la sanguinosa e gloriosissima vittoria di Magenta, riportata dai francesi, e la conseguente ritirata degli austriaci al Mincio. Il vescovo di Como aveva ardentemente invocato una visita del tenente maresciallo Urban, per mettere a dovere i suoi cari diocesani. Invece di Urban, gli capitò la non dolce sorpresa della risurrezione dei Cacciatori delle Alpi, per i quali si preparava a recitare dei de profundis. Il giorno 5 giugno era stata bensì confermata a Garibaldi la notizia della vittoria di Palestro, ed egli, rinunciando al progetto di gettarsi sulla via di Urban, – la brigata Cacciatori essendo ridotta a meno di duemila uomini – pensò di assecondare i desideri di Gabriele Camozzi, che avrebbe voluto i Cacciatori delle Alpi sulla via della sua Bergamo nativa.
La notte del 5 al 6 giugno, la brigata dei Cacciatori delle Alpi, imbarcata su quattro piroscafi del lago, passò a Lecco. Il sei marciò per Chiusa a Caprino; il sette si recò lungo il Brembo a Brembate, poi ad Almenno, dove a Garibaldi si unirono gli ungheresi Türr e Teleki.
Alle tre di mattina dell’otto, la brigata marciava risolutamente alla volta di Bergamo, mentre gli austriaci si ritiravano.
La brigata vi soggiornò dall’otto giugno alla sera dell’undici. Nel giorno nove, il generale Garibaldi fu chiamato dal re a Milano. Il re e l’imperatore avevano fatto il loro ingresso trionfale nella capitale lombarda il giorno otto, tre giorni dopo la battaglia di Magenta. Il generale ritornò fra i suoi Cacciatori il giorno dieci.
L’undici mattina la brigata fu riunita sulle mura della città alta, per la distribuzione delle ricompense decretate dal re ai Cacciatori che maggiormente si erano distinti durante la campagna.
La notte del 14 giugno Garibaldi ricevette l’ordine del re di portare la sua colonna su Lonato.
Cosenz e Türr sostennero una lotta impari contro gli austriaci nei pressi di Castenedolo. Combattevano da tre ore contro nemici forse sette volte superiori (fu l’attacco inopportuno di Türr che costrinse Cosenz a suonare la carica, facendolo cadere nell’agguato tesogli, per cui si trovò di fronte l’intera brigata Rupprecht – settemila uomini). Garibaldi ordinò la ritirata (15 giugno). Ne mancavano molti all’appello: 120 feriti, 15 morti. Degli ufficiali, due morti, quattro feriti. Un quinto degli ufficiali, e più che decimati i due battaglioni.
Scrive Garibaldi: “Codesta giornata, detta dei Treponti, fu la più contrastata e la più micidiale a cui si trovarono i nostri esser stati obbligati di dividere la brigata, lasciandone due terzi in protezione di quelle cavallerie ed artiglierie che dovevano avanzare e che mai si videro. Si sapeva o non essere il quartiere generale dell’imperatore d’Austria a Lonato, centro di un esercito di dugentomila uomini? E se si sapeva, perché mandarmi a Lonato con mille e ottocento uomini? E perché promettere d’inviarmi i reggimenti di cavalleria e una batteria d’artiglieria, per la salvezza dei quali la mia piccola brigata fu sul punto d’essere interamente distrutta, mentre non solo nulla si mandava, ma nulla ho mai più saputo di tale batteria e di tale cavalleria? Fu dunque un tranello in cui si voleva avvolgermi per perdere un pugno di valorosi che davan sui nervi a certi grandi maestri di guerra!” – Il tedesco Rüstow scriveva nel 1860 di Garibaldi: “… e poi si avrà cura perché egli non prenda la miglior parte di quella gloria tanto necessaria a Napoleone III ed a Vittorio Emanuele.”
La brigata dei Cacciatori delle Alpi, il 17 al tramonto, entrava compatta, col generale alla testa, in Gavardo. All’alba del 18 Bixio informava che aveva occupato Salò sgombra dagli austriaci. Il nemico si ritraeva dietro il Mincio.
Suo intento era passare nella valle dell’Adige, ma gli giunse ordine di occupare la Valtellina. Al quartier generale dell’esercito franco-sardo era pervenuta notizia di un corpo di 30.000 austriaci in marcia dal Tirolo per la Valtellina. Il 20 giugno 1859 la brigata di Cacciatori delle Alpi lasciava Salò, marciando alla volta di Gavardo. Dopo la rotta di Magenta (4 giugno), gli austriaci si posero in completa ritirata. Il mattino del 5 rientrarono in Milano le prime truppe austriache di ritorno da Magenta ed uscivano quasi immediatamente da Porta Romana.
Pavia venne abbandonata il 7 giugno, Piacenza nei giorni 9 e 10, così Brescia e Ancona. Bologna fu sgombrata dagli austriaci il 12. La duchessa di Parma recossi in Isvizzera, il duca di Modena al quartier generale di Francesco Giuseppe. Sul terreno del quadrilatero l’esercito austriaco si riorganizzava: l’imperatore Francesco Giuseppe ne assunse personalmente il comando, e al di lui fianco stette il generale Hess. Giulay fu posto fuori d’attività. L’intero esercito fu diviso in due: del primo fu nominato comandante il generale Wimpffen; del secondo il generale Schlick. L’imperatore indirizzava un proclama ai volontari tirolesi: “Contro questo nemico alleato della rivoluzione contro il dominio legittimo, e da Dio istituito, un popolo fedele, capace di combattere e di vincere, come i suoi padri, pel suo Dio e per la patria.” (204)
Capitolo 12° – La battaglia di Villafranca (1859)
La brigata dei Cacciatori delle Alpi da Bergamo giunse a Pontida, il 26… verso sera fu a Lecco, dove l’attendeva il generale. Da Lecco la brigata andò, trasportata sui piroscafi, a Colico…
… da Colico a Morbegno, e quindi a Sondrio, il capoluogo della Valtellina. In Sondrio si unirono alla brigata un mezzo battaglione di adolescenti, formato in Valtellina… Da Sondrio Garibaldi passò a Tirano… Il 9 luglio 1859 un portaordini austriaco si presentò a Medici, che aveva combattuto valorosamente presso lo Stelvio contro le truppe del generale Huyn, con un dispaccio che annunciava l’armistizio proposto dalla Francia fino al 15 agosto.
Gli austriaci avevano ripassato il Mincio il 23 giugno e il 24 si verificò lo scontro. I francesi a Solferino e i piemontesi a San Martino, alla sera bivaccavano vincitori. Gli austriaci ripiegarono a Verona. Negli Stati pontifici, non appena gli austriaci sgombrarono Ancona, e dopo gli avvenimenti di Bologna del 12 giugno, insorsero Cesena, Ravenna, Urbino, Rimini, Jesi, Fano, Ancona, Fossombrone.
Il papa, non fidando nelle truppe italiane, diede ordine al generale Schmid, comandante di una brigata di mercenari stranieri, di attaccare la città di Perugia, e, malgrado un’ostinata eroica difesa, la prese d’assalto. Gli orrori commessi dai mercenari in Perugia fecero inorridire il mondo civile. I generali papalini Allegrini e Kalbermatten riuscirono a domare le Marche.
Alte furono le proteste del papa per la missione di Azeglio (Massimo D’Azeglio, con molti ufficiali, inviato da Vittorio Emanuele come commissario militare), munito di pieni poteri per le provincie di Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì, sino a Cattolica. L’armistizio, accettato dalle parti sino al 15 agosto, portò all’incontro di Villafranca dove i due imperatori, il 12 luglio, firmarono i preliminari di pace, prevedendo la cessione della Lombardia ai francesi, escluse le fortezze di Peschiera e Mantova; la Francia avrebbe rimesso al re di Sardegna i territori ceduti; si sarebbe formata una Confederazione italiana con il papa presidente onorario; ritorno del granduca di Toscana e del duca di Modena nei loro Stati. Garibaldi ricevette l’ordine da Cialdini di occupare con i suoi Cacciatori delle Alpi anche le valli Camonica, Trompia e Sabbia. Il 10 luglio avevano raggiunto Garibaldi anche i Cacciatori degli Appennini.
A campagna finita, i Cacciatori delle Alpi assunsero l’aspetto di un piccolo esercito: undici i battaglioni di nuova formazione, tre compagnie di bersaglieri, tre di adolescenti, tre plotoni di guide a cavallo (comandati dal prode capitano Simonetta), tutti giovani volontari, i quali, coi sei primi battaglioni e con i Cacciatori degli Appennini, formarono una divisione di cinque reggimenti di fanti, comandati da cinque colonnelli: Cosenz, Medici, Ardoino, Boldoni e Marocchetti. Il 7 agosto 1859 Garibaldi, invitato dal governo toscano, si dimise da generale dell’esercito sardo e assunse il comando delle truppe toscane… e il comando dei Cacciatori delle Alpi fu affidato al maggiore generale Pomarè.
Garibaldi scriveva a Edoardo Campos – Madrid: “La mia regola di condotta sul terreno della politica sarà sempre la stessa: Libertà, Unione, Indipendenza. Ecco i tre emblemi del mio scudo di guerra”. La sera del 15 agosto, il generale partiva per Modena. Poco dopo anche il corpo dei Cacciatori delle Alpi terminò la propria storia.
Il Carrano, capo di stato maggiore di Garibaldi nel 1859, così ci descrive il generale: “Il generale Garibaldi procedé sempre a capo dei suoi battaglioni, primo a dare l’esempio, nei combattimenti sollecito e ratto come un fulmine, portando sospesa al polso destro la corta sferza di cuoio all’americana, e legato sotto il mento o sopra il petto, coprente il capo, o cascante sulle spalle, un fazzoletto di seta rossa. Ha mezzana statura, ampio il petto, gambe erculee, ond’egli inforca il cavallo come se vi fosse nato sopra. Parla poco e dice molto, opera moltissimo, corregge e loda breve, osserva e vede e avvisa sicuro, muta spesso di posto a fronte del nemico, spia di continuo. Cari gli sono i luoghi alti, dominanti. Riposa sul campo fra i suoi, dorme bene al sereno sul suo poncio, mantello all’americana, e con esso si copre ampiamente a cavallo sotto la pioggia. Nel più forte degli assalti faceva suonare al trombettiere, che lo seguiva sempre, una diana[1] che egli stesso andava componendo a sua fantasia, fischierellando nel cavalcare o nel camminare”.
Giunto in Toscana, invocato dai governi di Firenze, Modena e Bologna, dove, nell’imminenza di un’aggressione da parte del duca di Modena e dei mercenari del papa, eravi tanto bisogno del suo braccio, Garibaldi incontrò la diffidenza degli uomini di Stato, che, diffidenti e gelosi, si giocarono della buona fede, serena e perfino infantile, di lui. La lunga lista degli ufficiali dei Cacciatori delle Alpi, ch’egli aveva presentato, non fu accolta; non furono accolti neppure molti dei militi che faticosamente lo avevano seguito dalla Valtellina.
Le Marche si agitavano e avrebbero voluto insorgere, mal tenute a freno dai generali papalini Schmid, Allegrini e Kalbermatten. L’esercito pontificio stava per fare irruzione nelle Legazioni[2].
Scrive Garibaldi: “Al principio del 1859, mi tenevano come una bandiera per chiamare i volontari. I troppo giovani, i troppo vecchi e i difettosi erano destinati a me, a cui s’imponeva di non comparire in pubblico, per non spaventare la diplomazia. La mia presenza nel centro era accettatissima alle popolazioni e all’esercito, e quanto più tale sentimento era manifesto, tanto più diveniva insopportabile ai governanti gelosissimi dell’aure popolari, Nell’Italia centrale, agli ultimi mesi del 59, centomila giovani si sarebbero serrati intorno a me, e con loro si volgeva certo favorevole la diplomazia europea; oppure coi soli trentamila riuniti nei Ducati e nelle Romagne potevasi decidere in quindici giorni la sorte dell’Italia meridionale. I governanti così non stimarono, quindi si collegarono ad abbassarmi ed annientare l’azione mia. Intanto io trascinai una ben deplorabile esistenza per alcuni mesi, facendo poco o nulla, in un paese ove si poteva far tanto, convinto sia un delitto doversi macellare reciprocamente per intendersi! Infine, l’interessante per quei signori, era di sbarazzarsi del mio individuo, senza eliminare intieramente il mio nome, di cui abbisognavano per farsi belli colle plebi. A loro sembrò di aver trovato un espediente a tante miserie, nominandomi secondo capo delle truppe della lega; questa lega poi erano tre provincie della penisola, i cui forti governi per non dispiacere a certi padroni, non ardivano di chiamarsi Italiani! Ecco in che modo si va costituendo questo umile e vergognato nostro paese! Qui cominciarono i bassi intrighi per disgustarmi. I miei poveri Cacciatori, venuti in folla, erano maltrattati. Giungevano scalzi, colla loro giacchettina di tela, stanchi, affranti dal viaggio. A Rimini qualunque ordine, qualunque parola ecc., si davano al generale Mezzacapo, che trovavasi essere mio subordinato. Mi toccava inghiottir veleno, colla speranza di giovare a questa mia sventurata terra. Con me intanto si usavano astuzie: fu suggerita l’idea di far giurare i volontari per diciotto mesi: i volontari eran colla ferma di sei mesi dopo la guerra. Poco mancò perdessimo l’intera divisione Mezzacapo[3]. Pesava sulla nostra povera patria quella fatalità che da tanti secoli la tiene incatenata; sotto una forma o sotto un’altra, essa trova sempre in se stessa quel germe maledetto che ne contraria il progresso. D’ogni tempo fu martoriata dalle discordie: oggi poi vi si aggiunge uno stormo di dottrinari: sostenuti da chi non vuole l’Italia grande (1859), ne addormentano gli slanci generosi. Mentre io preparavo tutto per agire, di nascosto si mandava ordine ai miei subordinati di non ubbidirmi. Non solo i generali Mezzacapo e Roselli, miei subordinati, avevano ordine di non ubbidirmi, ma lo stesso mio stato maggiore aveva ordine di andare a mettersi a disposizione del colonnello Stefanelli, preposto al comando della divisione toscana. Cotesta gente cercava di allontanarmi con ogni specie di contrarietà e miserabili stratagemmi. Io aspettavo qualche cosa dal Re. Ma nulla giunse! Mi fece capire con poche parole che le esigenze del di fuori lo obbligarono allo statu quo e che credeva meglio tenermi da parte per qualche tempo. Tornai a Genova per trovarmi pronto pel vapore che partiva per la Maddalena il 28 novembre 1859.” – Avvilito, Garibaldi lanciava agli Italiani un proclama il 19 novembre 1859: “La miserabile volpina politica che turba il maestoso andamento delle cose italiane deve persuaderci più che mai che noi dobbiamo serrarci intorno al prode e leale soldato dell’indipendenza nazionale, incapace di retrocedere dal sublime e generoso proposito”.
Garibaldi ritrovò la fanciulla, figlia del marchese Raimondi[4], latrice di notizie sulla strada di Robarello. Ospite, nel dicembre 1859, in casa Raimondi, dove l’ammirazione per la figliuola divenne amore. Non fu respinto e parve riamato. L’unione fu consacrata nella cappella di Fino, dal medesimo cappellano incontrato per via con la fanciulla; era la mattina del 24 gennaio 1860. Nella stessa giornata giunse una lettera a Garibaldi, nella quale si svelava il nome di un rivale felice. Non negò la fanciulla, e Garibaldi scomparve. Pochi giorni dopo era a Caprera, come risvegliato da un triste sogno[5]. L’amante moriva, dopo lunga prigionia, in Siberia, martire della santa causa polacca.
[1] (diana: motivo musicale di “carica”)
[2] (Legazioni: Bologna con la Romagna e Ferrara; Urbino con le Marche; Perugia con l’Umbria; Velletri con il Lazio meridionale)
[3] (per via delle diserzioni e dei congedi, visto il prolungamento della ferma)
[4] (vedi sopra)
[5] Il matrimonio non fu annullato che nel gennaio 1880.
Immagine di Copertina tratta da Meer.

