RAGIONAMENTO TERZO
A – Il gallo non è riuscito a svegliarti, vero, Giusto? È quasi giorno e tu indugi a letto: che vuol dire?
G – Sento che mi sto arrabbiando con te.
A – Perché t’ho interrotto il sonno?
G – Non m’importa del sonno, ma sono seccato perché stavo facendo un bellissimo sogno.
A – E quale?
G – Non saprei spiegarti. Me ne stavo tranquillo a pensare alle cose che ci siamo dette e ho capito più cose nel sonno che ieri nella veglia. Parlo del vuoto; mi sono ricordato che dalle mie botti non veniva vino se il cocchiume era otturato e ho anche capito il trucco di quel tale che vinse la scommessa dello stare più a lungo possibile sott’acqua immergendosi con un vaso di legno capovolto sul capo, dentro il quale l’acqua non entrava perché c’era l’aria.
A – E da dove credi sia venuto questo sogno?
G – Che ne so! Da dove vengono tutti gli altri.
A – No, Giusto, questo sogno proviene da me e gli altri provengono dai miei poteri inferiori e dagli spiriti dormienti. Sono sogni più o meno bizzarri a seconda del tuo stato d’animo e dell’aver più o meno alzato il gomito.
G – Deve essere piaciuto anche a te, visto che eravamo uniti.
A – Allora hai già capito che l’anima o il corpo, presi da soli, non sono l’uomo! Ma non avertela a male, perché il vino buono fa buon sangue e il buon sangue fa gli spiriti più chiari, e questo giova anche a me.
G – Mi aspettavo che tu continuassi “e il buon sangue fa buon uomo, e il buon uomo se ne va in paradiso”.
A – Vèstiti, forza, e siediti, in modo che possiamo parlare.
G – Intanto che mi vesto, siediti anche tu.
A – Caro Giusto, tu non sei ancora convinto che io sono incorporea e immortale. Ma ti voglio dire che quello che hai fatto non è propriamente un sogno, perché non è generato dalla tua natura sensitiva come gli altri sogni; è stata opera mia, ma con l’aiuto dei sensi. Mentre tu dormivi, mi sono raccolta in me stessa e ho elaborato i concetti di cui tu ora sei cosciente; questo l’ho fatto senza di te, per il motivo che sono immortale.
G – Sei convincente, non posso fare a meno di crederti. So che non puoi ingannarmi. Ora che sono vestito, ti domanderò alcune cose.
A – Tutto ciò che vuoi.
G – Prima di tutto dimmi perché ti sei lagnata di esserti trovata male con me, sia da giovane che da vecchio.
A – Avevo buoni motivi.
G – Non ho mai fatto danno a me stesso, e quindi neppure a te.
A – Ma non hai fatto ciò che io vorrei.
G – Come, non mi pare! Dimmi allora in che cosa ti ho contrariata, in modo che possa migliorarmi.
A – Niente di grave. Non sai che io sono la creatura più nobile al mondo?
G – Sì, l’ho sentito dire sovente.
A – Non sai che sono tutta divina e tutta spirituale e sono stata fatta direttamente dalle mani di Dio?
G – L’ho letto nella Bibbia, ma questo riguarda l’uomo intero.
A – La nostra unione, Giusto, è tanto meravigliosa che ciò che si dice dell’uno si dice anche dell’altra. Tu, da solo, sei terrestre, corporeo e senza ragione; sono io che ti rendo animale divino e creatura ragionevole.
G – E in che modo?
A – Troppo lungo a dirsi. Sappi soltanto che, unendomi a te come forma di te mediante lo spirito vitale, ti rendo partecipe della natura degli Angeli. In te finiscono le creature terrestri e corporee, in me hanno inizio quelle divine e spirituali; insieme siamo un solo individuo, il gran miracolo della Natura, come ebbe a dire Mercurio Trimegisto (o Ermete Trimegisto, mitico fondatore dell’ermetismo).
G – Tutto vero, ma per quale motivo me lo ricordi, che c’entra con le tue lagnanze su di me?
A – Io, nobile creatura, non ho il mio fine in questo mondo. Dio aveva collocato l’uomo nel paradiso terrestre, ma la colpa dell’uomo causò in lui anche la perdita della giustizia originale; per questo ora tu mi sei disubbidiente.
G – Già le so queste cose, arriviamo alla conclusione.
A – Allora avrai capito che il fine mio e tuo non risiede nelle cose terrestri, ma nella contemplazione della verità. Io sono stata messa in te per questo scopo.
G – Ma in che cosa ti ho dato disturbo?
A – Caro Giusto, non voglio parlare dei difetti naturali, ma piuttosto dell’avermi sempre impegnata in questo mestiere così insignificante, quello del bottaio. Credi sia stato edificante mobilitare i miei poteri per farti fare botti, zoccoli e altre cianfrusaglie del genere? E abbia per questo dovuto rinunciare a contemplare la bellezza di questo universo, mantenendo lo sguardo verso il basso, contrariamente alla mia natura?
G – Per certi versi mi pare tu abbia ragione, per altri no. Considera anche la mia natura che ha bisogno di esercitare arti meccaniche che sono necessarie, persino a te, perché se io soffro neppure tu ti trovi in piena efficienza.
A – Non voglio eliminare le arti meccaniche, ne riconosco l’utilità.
G – Ma pensa se tutte le anime volessero che la loro parte complementare si desse alla contemplazione e agli studi!
A – Non precisamente, ma dovrebbero occuparsi di cose materiali le anime alle quali è toccato un corpo imperfetto o impedito.
G – Per questa via sarebbero la maggioranza quelli che dovrebbero interessarsi di cose materiali. La maggioranza degli uomini non è stata favorita dalla natura.
A – Gli uomini usano molte cure e precauzioni nella semina di un campo, non così nella procreazione dei figli: qui non fanno che seguire le loro passioni istintuali. Ma non è il caso mio, perché a me è stato dato un corpo ben formato. Tu avresti potuto esercitare ugualmente bene la contemplazione, ma mi hai sempre soggiogata a fare lo zoccolaio. Ho ragione di lagnarmi?
G – E che volevi che facessi? Ho ereditato l’arte da mio padre. Inoltre ero povero, e non potevo studiare.
A – Se tu fossi stato ricco mi sarei lagnata in altro modo, ma per questo ti giustifico.
G – E allora di che ti lamenti?
A – Del fatto che, una volta raggiunto l’agio e la sicurezza economica, non ti sei dato a pensare a me e non ti sei curato di ricercare la perfezione.
G – E come avrei potuto farlo?
A – Dedicandoti a qualche scienza, aprendoti alla cognizione della verità che è il mio ultimo fine.
G – Insomma, allora?
A – Distribuendo il tuo tempo fra il mestiere e lo studio.
G – Volevi che facessi lo zoccolaio e insieme studiassi?
A – Proprio così.
G – E la gente, che avrebbe detto?
A – Che cosa si dice a Bologna di un Iacopo sellaio che è riuscito a coniugare le due cose? E a Venezia di un calzolaio che era anche letterato?
G – E come avrei trovato il tempo?
A – Quello che sprecavi nel gioco o nelle chiacchiere. E credi poi che chi studia faccia quello soltanto? Trova anzi tempo abbondante per andare a spasso. Pensa al tuo concittadino Matteo Palmieri che, pur facendo lo speziale, divenne talmente esperto di lettere da essere stato inviato dai Fiorentini come ambasciatore nel regno di Napoli, tanto che quel Re ebbe a dire: “Figuriamoci che cosa sono i medici a Firenze, se così sono gli speziali”.
G – So che dici la verità, e quella sarebbe stata la mia inclinazione, ma c’erano due ostacoli: il mestiere materiale che facevo e la fatica dello studio.
A – Ecco il punto! per il primo ostacolo ti ricordo soltanto Ippia che costruiva finimenti per cavalli, e fu un grande sofista; ma per quanto riguarda il secondo ti assicuro che nulla è più facile al mondo che studiare e acquisire conoscenza.
G – Credevo il contrario!
A – Ogni cosa, aiutata dalla propria natura, raggiunge la perfezione senza difficoltà; e la perfezione dell’uomo è la conoscenza della verità: questo non costa fatica. Credi forse che la terra duri fatica ad esercitare la forza di gravità?
G – No.
A – E che il fuoco incontri difficoltà a salire in cielo?
G – Neppure.
A – E le piante a nutrirsi, a crescere e a produrre semi? E gli animali a procreare?
G – No, tutto ciò accede sempre, se non vi sono impedimenti.
A – Allora sai che nulla dura fatica nell’acquistare la propria perfezione; ogni cosa si dirige verso il proprio fine, nello sforzo di diventare simile al Motore primo (Dio). Per l’uomo, il fine e la perfezione risiedono nel conoscere. Tu stesso puoi constatare la forza del desiderio di sapere in ciascun uomo.
G – Sto incominciando a capire.
A – Ti voglio dire di più: ti sarebbe molto più facile studiare e comprendere un’opera di Aristotele che lavorare il legno.
G – Questa è una grande rivelazione!
A – È così. Dimmi, quale piacere ti viene dal costruire botti e zoccoli?
G – Il piacere del guadagno, necessario per il mio sostentamento.
A – Ma questo può venire anche dagli studi: quale altro piacere intravedi?
G – Nessun altro.
A – Neppure io, anzi soffro molto nell’essere costretta in un mestiere così materiale.
G – Perché allora così poca gente si dedica agli studi, tanto più quelli che potrebbero?
A – Dalla cattiva educazione ricevuta e dal mal vezzo del vivere nel mondo e anche da chi considera essere lo studio una cosa estremamente difficile.
G – Sì, è vero, è una cosa che deprime anche me. Fanno come quei medici che aggravano le prognosi per poi dimostrare la loro bravura di guaritori.
A – Ma c’è un motivo più grave ancora.
G – Quale?
A – Ora non ho tempo di dirtelo, già è giorno; te lo dirò domattina, se vorrai.
G – Sì, ti prego.
A – Bene, aspetterò che tu mi chiami, non sarò io a svegliarti.
G – Così farò.
RAGIONAMENTO QUARTO
G – Ho dormito male questa notte: che mai vorrà dire? Però non sento alcun male. Qualcuno direbbe: è la vecchiaia, dormire male e vegliare peggio. Ma sarà per il mio capriccio di voler parlare con la mia anima, ma che mi ha procurato tanto piacere. A meno che sia un sogno, dato che queste cose non succedono normalmente, anche se Davide nei suoi Salmi parlò una volta con la propria anima, come si legge nell’Introito della Messa, pur senza riceverne risposta. Ma ora so di essere sveglio, vediamo se vuole ancora parlare con me, la chiamerò. Anima! O anima mia!
A – Giusto, che vuoi?
G – Non è un sogno, proseguiamo allora il discorso di ieri. Ma non voglio più che tu esca da me, ho già corso un bel rischio a lasciarti uscire.
A – Quale rischio?
G – Tu avresti desiderato che io avessi studiato; e se, una volta fuori di me, ti venisse di entrare in un altro corpo, in quello di uno studioso? Per me sarebbe la fine.
A – Non corri questo pericolo, Giusto; già ti dissi che era solo la mia parte divina a separarsi da te, l’unica che può stare senza di te.
G – Allora non ho nulla da temere; sarebbe il colmo vedere un altro con il cervello suo e con il mio, con la possibilità di mettermi nel sacco a suo piacimento.
A – Non sarà mai che io possa entrare in un altro corpo.
G – Per quale motivo?
A – Perché appartengo a te, non ad altri. È come una inclinazione a dimorare in te, nella ricerca della perfezione che non ho ricevuto da Dio come è invece stato per gli Angeli, altrimenti non avrei bisogno di te. Ogni anima è dunque differente da ogni altra per l’appartenenza che ha con il proprio corpo.
G – Questo non lo capisco molto bene.
A – Non te ne meravigliare. Neppure il vostro Scoto (Giovanni Duns Scoto, fra i più notevoli pensatori del sec. XIII) che denominò la propria anima con il termine eccheità (“questa cosa qui”, cioè quel principio per cui ciascuna cosa è sé stessa e si differenzia da tutte le altre), non riuscì a intenderla perfettamente.
G – Lasciamo andare, perché non vorrei fare la sua fine, che fu sotterrato vivo, e che capiterebbe anche a me se mi trovassero senza te (andar via di testa). Resta allora con me e, a scanso di pericoli, preferisco non vederti.
A – Visto che hai tanta paura, ti accontento. Sappi che non posso uscire da te, se non con la morte, perché sono la tua forma, non la tua guida.
G – Ma se ti ho vista!
A – Ti è solo sembrato.
G – Vuoi farmi credere che, quando vedo una cosa, è solo apparenza?
A – Ti dico che ti è sembrato.
G – E in che modo?
A – Vengo da quelle immagini che sono nella tua fantasia e mi sono mostrata a te come succede nei sogni: così ti è parso di vedermi.
G – E mi puoi ingannare così?
A – Posso, e in questo modo gli spiriti ingannano gli uomini.
G – Esistono proprio gli spiriti?
A – Ne dubiti forse?
G – Non so. Molti saggi dicono che sono cose fallaci che appaiono solo ai poveri di spirito, che nascono dalla depressione e fanno fare cose stravaganti.
A – Questi sono saggi presuntuosi. Dimostrano di non conoscere abbastanza i Vangeli e di non prestarvi fede. Ti dico che gli spiriti esistono e che possono fare trasformazioni; hai mai sentito parlare di streghe che si trasformano in gatte?
G – Anche le streghe esistono?
A – Magari no! Ma ci sono per via dei nostri peccati. Vai a leggere che cosa dice il Conte della Mirandola (Pico) a proposito. E i Canonisti (studiosi di diritto canonico) si sarebbero scomodati nel disporre una legge particolare se esse non fossero vere?
G – Interessante, ma lasciamo andare. Tu, piuttosto, m’hai levato un gran peso dicendo che non puoi uscire da me. Ma riprendiamo il discorso di ieri. Dimmi: perché certi dotti scoraggiano la gente dallo studiare, come se si trattasse di una fatica insopportabile?
A – Tu sai, Giusto, che i buoni sono in minoranza. Non stiamo a disquisire sul motivo.
G – È vero, e sono in crescita, tanto da temere la fine del mondo. Basta vedere la degradazione da cinquant’anni a questa parte. Non voglio parlare dei religiosi, ché tu non mi dia dell’eretico, ma di onesti se ne trova uno su cinquanta. Una volta, ricordo, prima dei vent’anni di età non sapevamo che cosa fossero Bacco e Venere; e oggi, appena un bambino nasce, gli si dà l’una per balia, l’altro per educatore.
A – Responsabilità dei loro padri che godono nel vedere i lori piccoli parlare male e bere vino, senza pensare al male che fanno loro e alle conseguenze future. Ma torniamo a noi. Devi sapere che, così come la bontà degli uomini nasce dall’amore, il quale desidera il bene altrui ….
G – Quanto è vero! Se ci fosse amore, non sarebbero necessarie le leggi, sarebbe come vivere nell’età dell’oro.
A – …. così la malignità nasce dall’opposto dell’amore, il quale genera invidia e dolore.
G – Non solo i maligni sono invidiosi, ma anche i disonesti.
A – I disonesti soffrono di una imperfezione che causa numerose tristi conseguenze. Sono quelli che cercano di emergere con modi illeciti, senza curarsi degli altri. Neppure le belve si comportano come loro, perché esse feriscono senza sotterfugi e senza frodi.
G – Parole sagge, anima mia, e vere!
A – Così è anche per i letterati fra i quali i disonesti non fanno che distogliere gli uomini dagli studi.
G – Come lo fanno?
A – Dicendo che nulla al mondo è più arduo che lo studio.
G – Comincio a capire di più.
A – Le lettere, quando trovano un uomo saggio e buono, lo migliorano; quando trovano un pazzo e cattivo, lo rendono peggiore. Ci sono stati uomini di lettere che, a disprezzo dell’onore di Dio, di se stessi e del mondo, hanno scritto in danno e offesa di altri. Non voglio parlare di quelle opere palesemente perverse come la Cortigiana (forse dell’Aretino) e il Dialogo dell’Usura (dello Speroni), volte rispettivamente contro Lucrezia Romana e contro Alessandro Magno, ma di quelle che, sotto false apparenze, insegnano ogni scelleratezza che si possa pensare, come il Libro de le Tre Castità e la Soluzione de’ Miracoli e molte altre che sarebbero da bandire.
G – Quant’è vero! Non tutto dovrebbe essere pubblicato.
A – I letterati buoni di natura cercano di comunicare le virtù donate loro da Dio, esortano alla virtù, come ha fatto il maestro Giuliano del Carmine (matematico e astrologo contemporaneo del Gelli) nei confronti del Camerino legnaiuolo esortandolo a studiare.
G – Questo mi ricorda che Matteo Palmieri, di cui parlavi ieri, non faceva altro che esortare tutti a dedicarsi alla virtù, portando ad esempio la differenza fra un uomo saggio e uno ignorante similmente a quella fra un dipinto e un soggetto vero. E Messer Marcello (l’umanista fiorentino Marcello Virgilio Adriani) che sapeva comunicare a tutti la propria conoscenza, citando Platone nel suo dire che l’uomo era nato per giovare all’altro uomo.
A – E anche Messer Francesco Verino, grande filosofo, capace di cambiare linguaggio (volgare anziché latino) per farsi intendere dagli stranieri.
G – Così sono i buoni. Ma gli argomenti filosofici si possono trattare in volgare?
A – Perché no! Che cosa manca al volgare?
G – Non sono molto esperto di queste cose, ma mi pare sia difficile per questi dotti moderni.
A – Così affermano gli invidiosi. Ma il volgare andrà in voga, grazie al nostro Illustrissimo Duca (Cosimo de’ Medici). Questo sarebbe stato capito se si fosse data considerazione agli scritti di Girolamo da Ferrara (Savonarola) che usò il volgare per profondi argomenti filosofici.
G – Ma questo fra Girolamo non fu fiorentino.
A – Sì, ma fu la permanenza a Firenze ad arricchire la sua comunicazione.
G – Non so, ma ho sempre saputo che chi non conosce il latino non può essere dotto.
A – Sì, e neppure notaio. Ma, vediamo, il latino è una lingua e le lingue non sono fatte dagli uomini dotti, ma dai concetti e dalle scienze, altrimenti si dovrebbe dire che chi sa otto o dieci lingue sia l’uomo più dotto. Ma sarebbe stato più sapiente uno stornello parlante che avesse detto “buon dì” in volgare, in greco e in latino.
G – Ma quell’animale non sarebbe stato consapevole di ciò che avrebbe detto.
A – Infatti, e se qualcuno mi riferisce una frase di Aristotele in volgare, e io la comprendo, che bisogno c’è che mi sia detta in greco o in latino?
G – Non so, così si dice.
A – Ma c’è dell’altro; non basta la comprensione, occorre anche la capacità di giudizio.
G – Lo credo bene. Valga come esempio un certo Messere Michele Marullo, immigrato da Costantinopoli, di fama molto dotto, ma nello stesso tempo assai bizzarro.
A – Vedi che incominci a capire? Parlano per invidia coloro che sostengono l’assoluta necessità di conoscere il greco; come se lo spirito di Aristotele fosse rinchiuso nell’alfabeto greco come in un’ampolla e bastasse imparare il greco per assorbirne anche lo spirito. Fra quindici o venti anni, essendo diventato usuale il greco, diranno che chi non conosce l’ebraico non sa nulla, e via di questo passo, fino ad accontentarsi della lingua della Biscaglia, che è pessima.
G – Perché?
A – Perché è una lingua impossibile ad apprendersi. Allora la strada da percorrere dovrà essere un’altra.
G – Ho sentito parlare dell’Accademia fiorentina (alla quale il Gelli era molto favorevole).
A – Eppure gli invidiosi ne parlano male e, nello stesso tempo, non vogliono ammettere il motivo del loro atteggiamento.
G – Questa Accademia ha tolto di mezzo il timore che prima era nutrito nei confronti degli uomini di lettere.
A – L’hai detto, Giusto. E così vengono fermati coloro che vogliono dare a intendere di insegnare, e non insegnano. Costoro dicevano “è così” e tutti ci credevano. È stato lo spirito critico dell’Accademia che ha messo in discussione le loro posizioni.
G – Pensi dunque che coloro che sono favorevoli all’Accademia possano trattare le scienze nella nostra lingua?
A – Molti, che conosco, potrebbero farlo, già si notano i primi accenni. Ti posso confermare che la nostra lingua è più che adatta a esprimere qualsiasi concetto di filosofia o astrologia o di altre scienze, non meno certamente del latino e del greco. Una volta sentii affermare dal rinomato greco Messer Costantino Lascaris, nelle riunioni di Palazzo Rucellai, che il Boccaccio non era inferiore ad alcuno scrittore greco.
G – Non mi dirai facezie?! Perché ci sono molte persone che disprezzano la nostra lingua!
A – Di chi parli?
G – Ad esempio il Trissino (Giovan Giorgio Trissino).
A – Al contrario, la trova così bella che ce la vorrebbe rubare.
G – Non lo conosco, l’ho sentito soltanto nominare, come del Dialogo delle Lingue dello Speroni, dove si parla del disprezzo per il volgare.
A – Insisto a dire che non la disprezza, al contrario.
G – È successo come a Maometto che, volendo interdire il bere vino alle persone, fece decretare il divieto dall’Arcangelo Gabriele. Ma, se il Trissino intendeva intessere le lodi del volgare, perché non reagì ai denigratori?
A – Perché non ne valeva la pena e nemmeno valeva rispondere a chi sosteneva che la cadenza della nostra lingua è simile al rullo dei tamburi o allo strepito degli archibugi.
G – Questa denigrazione non meritava una risposta?
A – No, come non meriterebbe accordare risposta a chi domandasse se c’è un incendio in una casa dalle finestre della quale si vedono uscire le fiamme. Inoltre, non dà una risposta esauriente il Trissino, nella sua Poetica, con il dimostrare quanta meravigliosa arte si trovi nei nostri versi?
G – Condivido, ma bada a non farti influenzare dal tuo apprezzamento per la nostra lingua.
A – Può succedere. Ma, dimmi, da che cosa credi che dipendano l’apprezzamento che le è accordato oggi presso ogni corte e la sua rapida espansione?
G – Dove si trova la bontà della nostra lingua?
A – Molto nella poesia, di meno nella prosa.
G – Avrei immaginato il contrario. E qual è il motivo?
A – Il motivo è che la bellezza e la grazia della nostra lingua non viene solo dalle parole, ma dal modo di armonizzarle fra loro.
G – Non so pronunciarmi, se ben ho letto Dante, ma so dire che riconosco subito dalla pronuncia se un tale è fiorentino oppure no.
A – Senza dubbio. In aggiunta, saprai discriminare anche se quel tale è della città o della campagna, perché in questo secondo caso si noterebbe qualche inflessione rozza nella pronuncia.
G – Ma non credo sia importante.
A – Come no! Anzi, la differenza è notevole.
G – Ma che dici! Non era forse il Boccaccio di Certaldo?
A – Sì, per via della sua origine, ma non per educazione.
G – Allora la lingua di cui si parla tanto è fiorentino puro?
A – Ne dubiti? Chi non è nato e cresciuto a Firenze non la imparerà mai alla perfezione. È per questo che molti, incapaci di impadronirsene con compiutezza, non hanno fatto altro che disprezzarla. Proprio come avvenne a un gran maestro dei tempi nostri nei confronti di Dante. Costui, volendosi paragonare al Petrarca, ne tesse le lodi quasi a voler lodare se stesso (si riferisce al Bembo), ma, accortosi che era inutile diventare simile a Dante, prese a disprezzarlo.
G – Si comportò quindi come il Conte della Mirandola e fra Girolamo i quali, avendo saputo di sentenze astrologiche funeste nei loro riguardi, si persuasero che si trattasse di una scienza fasulla e presero a screditarla. Ma il Bembo criticò Dante soltanto per la lingua, senza curarsi della sua grande opera di innovazione letteraria.
A – Già, gliene disse di tutti i colori, e fece male, non fosse altro per il rispetto dovuto a così grande personaggio.
G – Per aver parlato così di Dante, potrei definirlo presuntuoso.
A – Dillo pure forte, perché egli non ne ha avuto rispetto alcuno, ma verrà il momento che saranno messe allo scoperto la sua temerarietà, la sia ignoranza e la sua invidia.
G – Così sia, giacché chi è invidioso merita soltanto di essere ignorato ed evitato.
A – Parli come un filosofo, Giusto, poiché l’invidia è il peggiore dei mali sociali, tanto più se alligna in uomini ingegnosi e di valore. Ma, guarda, il sole è già alto e io desidero che tu vada al lavoro. Parleremo più a fondo di queste cose un’altra volta.
Immagine di Copertina tratta da The Ark of Grace.

