Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 7 di 24
Capitolo 7° – L’eccidio di Sapri (1857-1859)
Nel 1857 fallì il tentativo mazziniano di Carlo Pisacane. Lo sbarco (a Sapri – Salerno) si effettuò felicemente, dal mare marciarono arditamente verso il grosso borgo di Padula. Ivi erano attesi, non dalla rivoluzione, ma dalla forza armata. La popolazione rurale si sollevò in massa; armata di scuri, di forcole, di falci, guidata, aizzata dai gendarmi, fu addosso a quel pugno di generosi e ne fece orribile strage. Pisacane, Giovanni Falcone, molti altri loro compagni, massacrati, furono mutilati in guisa sì orribile che i loro corpi non poterono essere riconosciuti nel sanguinolento pantano ove avvenne la carneficina.
Il 14 gennaio 1858 Felice Orsini attenta alla vita di Napoleone 3°. Scoppiano tre bombe, ma l’imperatore ne esce illeso.
L’Inghilterra, parlo delle sfere ufficiali, non ci era amica… Sull’appoggio inglese Cavour non contava. L’Inghilterra era per l’Austria.
In seguito agli accordi di Plombières, avvenuti con Napoleone 3°, Cavour scriveva, il 24 luglio 1858, a Vittorio Emanuele: “… ci accordammo sulle seguenti basi approssimative… La valle del Po, la Romagna e le Legazioni avrebbero costituito il regno dell’Alta Italia, sul quale regnerebbe la casa di Savoia. Si manterrebbe il papa a Roma e il territorio che lo circonda. Il resto dei suoi Stati formerebbe, colla Toscana, il regno dell’Italia centrale. Non si toccherebbe alla circoscrizione territoriale del regno di Napoli. I quattro Stati italiani formerebbero una Confederazione alla guisa della Confederazione germanica e della quale si darebbe la presidenza al papa, per consolarlo della perdita della parte migliore dei suoi Stati. Bisognerà necessariamente varcare le frontiere (dopo essersi assicurata la neutralità di Inghilterra, Prussia e Russia) dell’impero e immergendo la spada nel cuore, vale a dire nella stessa Vienna, costringendola ad accettare la pace, Occorrono forze abbastanza considerevoli. L’imperatore le calcola a 300.000 uomini, ed io credo abbia ragione. Con 100.000 si bloccherebbero le piazzeforti del Mincio e dell’Adige, si guarderebbero i passi del Tirolo; 200.000 per la Carinzia e la Stiria, marcerebbero su Vienna. La Francia formerebbe 200.000 uomini: la Sardegna e le altre provincie d’Italia gli altri 100.000”.
I patti di Plombières vennero suggellati con il matrimonio fra il principe Gerolamo Bonaparte e la figlia del re di Sardegna.
Capitolo 7° – La guerra (1858-1859)
Compenso del sangue francese, che si sarebbe sparso sui campi di battaglia, due provincie, Nizza e Savoia, in omaggio al diritto dei re di mercanteggiare i loro popoli. Nel patto d’alleanza, stretto definitivamente a Torino, l’imperatore aveva subordinato l’intervento della Francia alla condizione di un’aggressione dell’Austria contro il Piemonte. La Prussia, la quale si riservava neutrale onde lasciare che Austria e Francia si indebolissero vicendevolmente, per entrare nella contesa solo allorché l’impero austriaco fosse agli estremi.
Vittorio Emanuele aveva pronunciato un discorso in Parlamento il 10 gennaio 1859; “Nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi. Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della divina Provvidenza”. Dopo otto giorni dal discorso di V. Emanuele, fu sottoscritto in Torino il trattato di alleanza; firmarono il principe Napoleone Bonaparte, figlio del re Gerolamo, e il generale Niel, rappresentante dell’imperatore; il conte di Cavour e il generale Lamarmora, rappresentanti di V. Emanuele. Il re concedeva in isposa la figlia sua primogenita, la principessa Clotilde, appena sedicenne, al principe Napoleone.
I migliori alleati di Cavour furono l’Austria, i principi austriaci d’Italia e il papa, i quali, nulla volendo concedere, resero inevitabile il conflitto, che l’Inghilterra tentava in ogni modo di impedire.
La sola Russia seguiva con simpatia il Piemonte e la Francia.
Fin dal novembre del 1858, la gioventù lombarda varcava alla spicciolata il Ticino, per accorrere in Piemonte ad arrolarsi sotto le bandiere tricolori, dal 1848 non più vedute.
Nino Bixio, su un giornale (Nazione) da lui fondato, scriveva: “Se l’Italia in quattro mesi non è capace di armare 600 mila soldati e farli combattere, noi siamo perduti per sempre”.
Nonostante l’entusiasmo che trapela dalle missive di Garibaldi, gli interventi erano ritardati. Alle lotte che il ministro (Cavour) doveva sostenere contro la diplomazia di quasi intiera l’Europa si aggiungevano quelle che doveva combattere quotidianamente contro la camarilla militare, assecondata da tutti i parrucconi burocratici del Piemonte (e dallo stesso generale Lamarmora, da sempre ostile a Garibaldi). Il 23 aprile 1859 giunse a Torino il barone Kellesberg, inviato straordinario dell’Austria, latore dell’insolente ultimatum. Garibaldi organizzava i Cacciatori delle Alpi (con Reale decreto del 17 marzo 1859), costretto da Lamarmora a radersi la barba e a indossare la divisa dell’esercito regolare. Il decreto recitava: “Art.1. – I volontari facenti parte del deposito attualmente stabilito in Cuneo, saranno formati in compagnie e prenderanno il nome di Cacciatori delle Alpi.
Scrive Garibaldi: “I volontari accorrevano, ma non dovevano vedermi. Si formarono i due depositi a Cuneo e a Savigliano e io fui relegato a Rivoli, verso Susa”. Cavour aveva serbato per Garibaldi i volontari che nei reggimenti regolari non erano stati accolti, o per ragioni di età, o per difetti fisici. Appena 3.000 volontari gli furono concessi, dei 20.000 ch’erano accorsi per arruolarsi sotto di lui. Di Cuneo ebbe il comando Cosenz, di Savigliano Medici. Un terzo reggimento si formò pure a Savigliano con Arduino. I giovani dai 18 ai 26 anni erano destinati ai servizi di linea. “I troppo giovani, i troppo vecchi, o difettosi, ai corpi volontari. L’organizzazione era intieramente a carico del generale Cialdini. Affluendo oltremodo i volontari, per paura che ne avessi troppi, si chiamò il generale Ulloa a formare i Cacciatori degli Appennini che dovevano raggiungermi e che non vidi mai, sino alla fine della guerra. Il generale Lamarmora, ministro della guerra, si rifiutò a riconoscere i gradi degli ufficiali”.
Capitolo 8° – L’invasione austriaca (1859)
Il 19 aprile 1859 partiva da Vienna la nota del conte Buol diretta al conte di Cavour, intimatrice del disarmo. La nota veniva consegnata al ministro sardo alle cinque e mezza pomeridiane del 23 aprile, con risposta da darsi entro tre giorni. Il 26 aprile alla stessa ora Cavour rimetteva la sua risposta negativa.
Il re, con proclama del 27 aprile, annunciò all’esercito la guerra contro l’Austria. La mattina del 27 il popolo di Firenze si sollevò, fece fuggire all’estero il granduca e fu offerta la dittatura della Toscana a V. Emanuele.
L’11 maggio il generale Ulloa prendeva il comando dell’esercito toscano.
Le truppe dell’imperatore varcarono il Ticino nel pomeriggio del 29 aprile. A mezzogiorno del 25 le prime truppe francesi entravano in Savoia. L’esercito piemontese dal giorno 26 si concentrò fra Alessandria e Casale. L’esercito francese: 110.000 uomini, 8.500 cavalli, 312 pezzi d’artiglieria. Le forze piemontesi: 60.000 uomini (più i toscani), 3.900 cavalli, 90 pezzi d’artiglieria. Le forze di Giulay: 200.000 uomini più altri 80.000 ai presidi delle fortezze (Peschiera e Mantova sul Mincio; Verona e Legnago sull’Adige, Venezia; Piacenza sul Po) e le truppe del litorale adriatico.
I Cacciatori delle Alpi erano stati aggregati alla divisione Cialdini (sulla Dora Baltea). Il giorno 25 aprile il generale Garibaldi ebbe ordine di muovere, con la sua brigata, dai depositi di Cuneo e Savigliano. Il contadino piemontese, per atavismo, per tradizione, soldato eccellente, mancava allora di quel senso di italianità. Il disastro di Novara e l’opera deleteria del prete, dell’aristocrazia feudale, avevano spento in esso le aspirazioni alla rivincita. Il valoroso soldato piemontese che, varcando il Ticino, diceva: “Andiamo in Italia!” dopo pochi mesi di convivenza coi volontari, di fatiche e di pericoli insieme trascorsi, di battaglie combattute e di vittorie, si sentì italiano. Io che scrivo, volontario nel 9° fanteria, ricordando con emozione, dopo tanti amori, il saluto fraterno d’addio de’ miei compagni d’armi, so che li lasciai ben diversi da quelli che li avevo trovati. Tutte le classi, tutte le professioni erano rappresentate nei Cacciatori delle Alpi, in minima parte i proletari. Forse 15.000 sarebbero stati i volontari di Garibaldi, se Lamarmora non li avesse incorporati nei reggimenti di linea. I Cacciatori delle Alpi non furono che 3.500 alla partenza dai loro depositi.
In una riunione in casa dell’amico Gabriele Camozzi (esule a Genova), il 19 dicembre 1858, Garibaldi chiese a Mercantini di comporre un inno per i suoi volontari. Il 31 dicembre Mercantini lo portò:
“Si scopron le tombe, si levano i morti,
I martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,
La fiamma ed il nome d’Italia sul cor!
Veniamo! Veniamo, su, o giovani schiere,
Su al vento per tutto le nostre bandiere!
Su tutti col ferro, su tutti col foco,
Su tutti col foco d’Italia nel cor.
Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora
Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier.
La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi
Ritorni qual’era la terra dell’armi!
Di cento catene le avvinser la mano
Ma ancor di Legnano sa i ferri brandir.
Bastone tedesco l’Italia non doma,
Non crescan al giogo le stirpi di Roma:
Più Italia non vuole stranieri e tiranni,
Già troppi son gli anni che dura il servir.
Va fuora ………….
Le case d’Italia son fatte per noi,
È là sul Danubio la casa dei tuoi:
Tu il pane ci guasti, tu il pane ci involi,
i nostri figlioli per noi li vogliam.
Son l’Alpi e i due mari d’Italia i confini,
Col carro di fuoco rompiam gli Appennini:
Distrutto ogni segno di vecchia frontiera
La nostra bandiera per tutto innalziam.
Va fuora …………
Son mute le lingue, sien pronte le braccia
Soltanto al nemico volgiamo la faccia,
E tosto oltre i monti n’andrà lo straniero,
Se tutta un pensiero l’Italia sarà.
Non basta il trionfo di barbare spoglie;
Si chiudan ai ladri d’Italia le soglie:
Le genti d’Italia son tutte una sola,
Son tutte una sola le cento città.
Va fuora …………
L’inno fu musicato da Alessio Olivieri, capobanda della brigata Savoia.
All’aria aperta l’inno fu intonato la prima volta dai volontari nella loro primissima marcia da Chivasso, ove si erano raccolti per ferrovia, a Brusasco, il 26 aprile 1859.
Numerosi furono i volontari accorsi nel servizio sanitario diretto da Agostino Bertani (capo chirurgo).
Per guardare la strada militare di Casale, che sarebbe stata minacciata se il nemico fosse passato sulla destra del Po a Pontestura e a Gabiano, fu mandato Garibaldi co’ suoi quattro battaglioni a postarsi fra Cavagnolo e Brusasco presidiando il castello di Verrua. Garibaldi stabilì il suo quartier generale a Brozolo; quello del generale Cialdini era in Chivasso. Il 30 aprile 1859 gli austriaci occuparono Novara e Mortara. Garibaldi: la divisa ricamata d’argento sbottonata, stretta al fianco soltanto dal cinturino della sciabola, e sotto il berretto dai larghi galloni un fazzoletto di foulard allacciato al mento, come un gaucho delle pampas. Anche in divisa di generale, non rinunciò mai al suo mantello americano.
Il 4 maggio Garibaldi si pose in marcia per Ozzano e Casale dove, oltre la divisione Cialdini, incontrò i primi battaglioni francesi.
L’otto maggio 1859 Vittorio Emanuele incaricava Garibaldi “di recarsi a Biella per Ivrea onde agire sulla destra austriaca al lago Maggiore. Il generale Garibaldi è autorizzato ad arruolare volontari ovunque si presenteranno a lui” … ma, se le autorità civili si prestavano ossequienti, non ubbidiva, ribelle, la burocrazia militare.
Cavour, il 12 maggio, Inviò Garibaldi a San Germano, con lo scopo di cacciare gi austriaci da Vercelli. La mattina del 13 in una sortita contro Vercelli, con Cialdini concordata, e più tardi da Cialdini sospesa, i garibaldini ebbero il posto d’onore. … A Biella Garibaldi fu ospite del vescovo… mancò poco che il generale non trascinasse il buon prelato e il vicario e il segretario a prendere un moschetto per l’indipendenza italiana.
Da Biella e da Andorno incominciarono, si può dire, le ovazioni popolari, che, durante tutta la campagna, dovevano accoglierlo in ogni città, in ogni villaggio, anche in presenza del nemico. Garibaldi volle fare omaggio alla lapide presso la casa natale di Pietro Micca, in Sagliano, poco distante da Andorno. Dopo due giorni di fermata a Biella, i Cacciatori delle Alpi il 20 mattina presero la via a piè dei monti per Cossato e Gattinara, intuonando l’Addio mia bella, addio! e l’Inno di Garibaldi (Si scopron le tombe…). Erano tremila appena, senza artiglieria, con cinquanta cavalieri appena. La notizia dell’evacuazione di Vercelli, della completa ritirata degli austriaci oltre la Sesia e dal ponte di Valenza, saltato per opera del nemico, fu portata a Garibaldi da Sebastiano Tecchio, emigrato veneto, commissario straordinario per le provincie di Vercelli, Ivrea, Novara.
Capitolo 9° – Il passaggio del Ticino (1859)
La sera del 21 maggio 1859 i Cacciatori delle Alpi giungevano a Borgomanero. Il Carrano così racconta: “Il generale ha pochi bisogni; mangia poco, beve acqua, e dorme benissimo nel suo cappotto all’americana sulla nuda terra”. Alle tre dopo mezzogiorno del 22, i battaglioni si mossero da Borgomanero per Castelletto e, con alla testa Garibaldi, marciarono risolutamente verso Sesto Calende. Sorgeva l’alba del 23 allorquando i volontari, ansiosi di toccare il suolo di Lombardia, esuli tutti, in massima parte lombardi, si affollavano sulle grandi barcacce del porto, pazzi di gioia.
Scena indescrivibile! I volontari nella reciproca gioia si abbracciavano, si inginocchiavano, baciavano la terra lombarda.
I prigionieri, dopo interrogati, furono mandati in Piemonte. Lasciata in Sesto Calende la compagnia De Cristoforis, il generale, col resto della brigata, marciò, per la via di Corgeno, Varano e Bodio, su Varese, ove giunse la notte del 23.
Scrive Garibaldi: “Urban era il generale austriaco destinato allo sterminio nostro. Le prime notizie ch’io ebbi di quel feroce nemico, venendo dalle parti di Brescia, erano nientemeno ch’egli comandava 40.000 uomini, Vi erano nemici a Laveno, e s’avanzava un corpo dalla parte di Milano: v’era proprio d’avere i brividi”. Urban era il 25 (maggio) a Camerlata, dichiarando alle autorità comasche per terrorizzarle: “Domani mattina mi porterò a Varese con seimila uomini e dodici pezzi, attaccherò Garibaldi, e lo impiccherò lui e i suoi briganti!”.
Garibaldi ordinò la difesa di Varese. La destra era affidata al colonnello Cosenz, la sinistra a Medici, il centro al colonnello Ardoino. I cittadini che avevano potuto essere armati vegliavano sulle barricate coi garibaldini. La penuria dei fucili era grande, e duemila che erano stati spediti per ordine di Cavour intopparono in Arona in un commissario regio, che li distribuì alla guardia nazionale. All’apparire dell’alba (26 maggio 1859), Garibaldi era in vedetta dal punto più eminente della villa occupata dal suo quartier generale, e fu il primo a scorgere l’avanguardia della colonna austriaca.
Gli austriaci, ingagliarditi, si avanzavano sempre, mandando alte grida di disprezzo contro la briganta Garibalda, ma furono respinti e messi in fuga. I contingenti di Bixio, inseguendo le retroguardie in fuga, fecero prigionieri alcuni austriaci.
Fu solo a San Salvatore che Urban si decise di far fronte. Garibaldi, nell’ora decisiva delle battaglie. Alla testa dello stato maggiore, col figlio Menotti, con le poche guide al comando del Besana, si diresse al poggio ove Medici, Sacchi, Gorini, Simonetta, coi loro valorosi soldati, sostenevano il combattimento, rianimarono i volontari e si spinsero con impeto contro i nemici “che precipitarono nel burrone, da dove non si videro più ricomparire” scrisse Garibaldi stesso. .
Due ore prima del tramonto i Cacciatori delle Alpi erano tutti riuniti in Varese: si ebbero 18 morti e 66 feriti, dei quali tre morirono poco dopo. Circa 200 dovevano essere stati i caduti austriaci, 30 i prigionieri. Scrisse Garibaldi: “Bella e cara gioventù, speranza d’Italia. Tra i feriti non si udiva un lamento. Tra i morti v’era pure un figlio, il primo ch’ella perdette, di quella donna, un figlio dell’incomparabile madre dei Cairoli, la matrona pavese. Ernesto, il più giovane dei tre ch’essa aveva mandati, cadeva combattendo, sul cadavere di un tamburino nemico, ch’egli aveva ucciso di baionetta. E quanti altri di cui non conoscevo le madri giacevano su quel campo di strage, o mutilati o morenti, col desiderio di vedere ancora una volta la desolata genitrice. Donne italiane! io scrivo commosso, vedete: e lo credereste? ho pianto nel narravi della Cairoli. Sì, le donne di Varese supplivano alle madri dei nostri feriti, e, bisogna confessarlo, anche i feriti nemici dividevano le cure di quelle sante donne”.
Un pugno d’uomini (non più di tremila), male armati, senza cavalleria, l’artiglieria assente, che il 20 maggio passano l’alta Sesia, varcano il Ticino nella notte dal 22 al 23, piombano su Varese; il 26 battono Urban, avanguardia o retroguardia, che si voglia, di un esercito di duecentomila uomini. L’ardimento di quel pugno d’uomini già quasi alle porte di Milano, stupì il mondo.
Immagine di Copertina tratta da Storiologia.

