Libri da leggere – PIETRO BEMBO – Parte 3 di 22

I capricci del bottaio

Al molto onorando Tommaso Baroncelli, amico particolare.

Carissimo Tommaso, essendomi capitato, per puro capriccio, nei giorni scorsi di rimettere insieme gli ultimi due dialoghi del nostro Giusto ed essendo stato pregato da alcuni amici, in particolare dal nostro Torrentino, di riunirli agli altri dialoghi per poi consegnarli a lui, cosa che ho fatto, ho infine deciso di ridurli tutti a dieci nel presente volume. E così, come dapprima da me vi furono descritti per vostro diletto, ora tornano in vostro possesso per opera di chi ve ne aveva fatto dono in precedenza. Vi siano dunque graditi come omaggio di un amico. Se già avete apprezzato i primi (Ragionamenti), leggendo questi ultimi non ne rimarrete meno soddisfatto. E non aspettatevi di trovarvi modifiche, che non siano errori di stampa. Non ritoccherò gli errori, altrimenti essi non apparterrebbero più a quel Giusto, come invece ha da essere; anche perché un ritocco potrebbe infastidire chi ama il testo così com’è, visto che “tante teste, tante idee”, come ebbe a dire il comico latino Terenzio. Ma perché la lettera non si dilunghi con voi più che con coloro che attendono di leggere i capricci, qui concludo, esprimendovi la mia dedizione. Vi auguro serenità.

Firenze, 10 marzo 1549                                                                                Il vostro Gello

Ai desiderosi di udire i capricci (idee, considerazioni fantasiose e un po’ bizzarre) altrui.

GIOVAN  BATISTA  GELLI

Dal momento che la nostra anima, all’atto della sua creazione, non ha avuto da Dio o dalla Natura il dono della perfezione e la certezza di conoscere la verità, come è invece dato di avere agli angeli, e poiché essa è stata concepita nuda e spoglia come la tavola rasa di Aristotele, è perciò costretta a muovere verso la perfezione a piccoli passi, essendo continuamente attratta dalla conoscenza della verità. Ed essendo prigioniera del corpo, essa non può conoscere se non attraverso i sensi. Le immagini e le idee, passando per i sensi, si imprimono nella memoria e nella fantasia, come in un libro dal quale l’intelletto può trarre la cognizione. Ciò non si verifica senza difficoltà, sia a causa della complessità delle cose sia a motivo della diversità dovuta alla propria natura e al corpo fisico che la ospita: questo, terrestre e mortale; quella, celeste e immortale. Tale diversità suppone anche fini diversi: il corpo ha come fine l’utile e il dilettevole, per questo si nutre di cose terrene e sensibili; l’anima, che ha per fine il sommo e perfetto bene, non si sazia dei beni del mondo, che sono soltanto apparenze. Se, talvolta, l’anima, sviata dai sensi del corpo, va ricercando i beni mondani, le succede come a quel viandante, descritto da Dante (nel Convivio), che scambia per albergo ogni casa che riesce a scorgere da lontano e continua a ingannarsi e a disilludersi fin tanto che in ultimo trova per davvero l’albergo. Può, in modo simile, capitare all’anima di credere all’illusione di un bene terreno, ma essa finisce per incontrare insoddisfazione e allora si orienta verso altri beni che possono ancora essere fallaci, fino a quando perviene al perfetto e vero fine. È questa diversità che genera la varietà dei comportamenti, l’insaziabilità degli uomini e la moltitudine di concetti e di pensieri che attraversano la nostra mente e che ci sarebbero di estrema utilità se soltanto fossimo in grado di vederli. Come è di questi ragionamenti, i quali altro non sono che alcuni ghiribizzi formulati fra sé e sé da un certo Giusto bottaio di San Pier Maggiore (chiesa nella piazza omonima, abbattuta nel 1784), morto circa due anni fa, uomo semplice e non acculturato ma ricco di esperienza a motivo della sua avanzata età e del suo ragionevole giudizio. Siccome era avvezzo a parlare fra sé, avvenne in alcune notti che un certo Ser Bindo notaio, nipote suo, mentre dormiva in una stanza attigua con poco o nulla isolamento acustico, lo sentisse parlottare fra sé; e, poiché l’argomento lo allettava, pensò bene di metterlo per iscritto, riferendo i colloqui intercorsi tra Giusto e la sua Anima. Da qui sono nati i ragionamenti dei quali, ora, vi faccio parte. Forse il racconto che seguirà potrà apparire manchevole di ordine e di coerenza, poco ossequiente alle regole del buon narrare, ma teniamo presente che il Giusto era uomo di umili condizioni e che, quando si esprimeva, parlava di cose oltremodo varie e diverse, così che i suoi ghiribizzi apparivano bizzarri e stravaganti. Giusto bottaio, poi, non sapeva altro se non ciò che aveva appreso dalla Natura, dalle persone che aveva frequentato, dalla lettura di libri volgari o dalle prediche udite in chiesa. Dovremo dunque soprassedere se qualche volta lo sorprenderemo a censurare molti letterati di chiara fama; ma lo faceva per sdegno, in quanto quelli biasimavano la nostra lingua. E, oltre tutto, egli non pensava che qualcuno lo potesse ascoltare nei suoi soliloqui.

Eccovi allora, Lettori desiderosi di conoscerli, i capricci, riportati nel modo stesso in cui furono scritti da Ser Bindo, e aspettatevene altri, soltanto che io possa avere i suoi scritti, come mi è stato promesso da chi gli rubò questi. Divertitevi, senza voler scoprire in essi quelle ricercatezze che non possono avere. E, se mai sentiste che Giusto si dispiaccia della mia decisione, perché forse avrebbe voluto mantenere nell’incognito le sue dichiarazioni, porgetegli le mie scuse e cercate di fargli capire che non se ne deve avere assolutamente, se solo questa lettura può costituire diletto per molte persone, e vivete lieti e felici.

RAGIONAMENTI
DI  GIUSTO  BOTTAIO  DA  FIRENZE
RACCOLTI  DA  SER  BINDO  SUO  NIPOTE

GIUSTO  E  L’ANIMA  SUA

RAGIONAMENTO  PRIMO

G (Giusto) – E’ quasi giorno, e non ho preso sonno. Meglio alzarsi e far qualcosa, è più sano che star qui a sonnecchiare.

A (Anima) – Accidenti a me, possibile che non si possa godere di un po’ di riposo in questo corpo, né da giovane né da vecchio!

G – Chi parla, chi è là?

A – Quand’era giovane lo scusavo per via della povertà, sebbene non gli servissi che per procacciarsi il sostentamento.

G – Chi è là? Che cos’è questo ronzìo nelle orecchie?

A – Ora che è vecchio, immaginavo che si sarebbe dato alla vita contemplativa o che se ne sarebbe stato qualche volta a letto, mezzo rimbambito. Almeno sarei potuta tornare alla mia essenza e di questa godere, senza avervi purtroppo potuto aggiungere alcunché di nuovo che non riguardasse soltanto la funzione vegetativa e sensitiva di quest’uomo.

G – Sto forse sognando? Mi sembra che questo ronzìo sia nella mia testa.

A – Eccolo, ora, come si conviene a tutti i vecchi taccagni, appena si sveglia si alza e inizia a lavorare.

G – Ohimé, ora odo parole distinte, è una voce nella mia testa, e parla male dei vecchi. Dio mio, sarò mica invasato!

A – Tranquillo, Giusto, non temere, perché io sono chi ha cura di te, più di qualsiasi altro al mondo.

G – Ma, che razza di amore! È una bella cortesia quella di entrare nella testa altrui e mettersi a ciarlare senza sosta. Per me sei il diavolo (si fa il segno di croce).

A – Segnarsi è cosa buona, ma in questa circostanza è fuor di proposito, poiché io sono cristiana come lo sei tu; anzi, se non credessi, neppure tu saresti credente.

G – Alla buon’ora, se non temi la Croce, allora non sei il diavolo, ma forse sei uno spirito folletto, di quelli che vagano le notti intere: se dico una preghiera, tu ti allontanerai (recita l’inizio di un inno attribuito a sant’Ambrogio).

A – Sciocco! Se soltanto sapessi chi sono, non solo non mi cacceresti, ma mi pregheresti di non lasciarti mai, perché ciò sarebbe la tua morte.

G – Ma ti pare che per me sia piacevole sentire una voce che mi parla nel capo, che quasi mi ha fatto già uscire di senno?

A – Com’è ben vero che sei già mezzo fuori di te! Ma, quando saprai chi sono, non te ne meraviglierai.

G – Perché allora non me lo dici, affinché io stesso mi tranquillizzi?

A – Bene, devi sapere, Giusto, che io sono la tua anima.

G – Come, la mia anima!

A – Sì, proprio così, quella che ti rende uomo.

G – E come può essere? Non sono io stesso l’anima mia?

A – No, tu sei una cosa, l’anima tua è un’altra cosa, e altra ancora Giusto bottaio di San Pier Maggiore.

G – Allora sono diventato un altro, se non sono più Giusto bottaio. Lo pensavo, che tu saresti stata qualcosa di funesto, perché vorresti fare di me come accadde al Grasso legnaiuolo (protagonista di una novella quattrocentesca) il quale venne persuaso di essere diventato un altro; ma questo non ti sarà concesso, perché io non perderò il controllo della situazione.

A – Calmati, Giusto, poiché non c’è nulla come l’ira che possa frenare la ragione e il parlare dell’uomo. Calmati e dammi retta, giacché ti sto dicendo il vero.

G – Bene, mettiamo che io non sia Giusto, e allora, chi sono?

A – Sei il corpo di Giusto.

G – E tu, chi sei allora?

A – L’anima di Giusto.

G – E chi sarà infine questo Giusto?

A – Tutt’e due insieme, poiché l’uomo è la risultante di entrambi. Quando l’anima è separata dal corpo, quest’ultimo si chiama cadavere; dicevi bene, allora, quando poco fa affermavi di essere mezzo fuori di te.

G – Questo è vero, non lo nego, ma sta’ a sentire. Se sei proprio la mia anima, che cosa significa allora questo tuo parlar da sola, senza di me? Forse ti vuoi staccare da me? Non vorrei, sarebbe la mia morte, come hai detto.

A – Non temere, Giusto, poiché ho lo stesso desiderio di star unita a te che hai tu di esserlo a me.

G – Tu sia benedetta, mia dolce anima.

A – Anzi, sono io a pregarti di non cacciarmi via.

G – Dio me ne guardi! Vorrei campare più di Matusalemme (vissuto fino a 969 anni).

A – Ma non basta; bisogna anche evitare di comportarsi come quel tale che non cacciava i suoi garzoni, ma li costringeva ad andarsene trattandoli con maniere impossibili.

G – Come devo comportarmi, perché tu non te ne vada?

A – Evita di condurre una vita disordinata, in modo da non rompere gli equilibri vitali e far sì che io non me ne vada.

G – E, se avrò i dovuti riguardi, quanto tempo starai con me?

A – Fin che la tua linfa vitale scorrerà, fino a quando non ti spegnerai come una lampada che abbia consumato tutto l’olio.

G – E da dove verrà tutto ciò?

A – Dalla vecchiaia, che esaurisce la linfa e raffredda il corpo.

G – Sta’ a sentire, anima mia, non c’è modo per rigenerare la linfa, come quando si aggiunge olio alla lucerna?

A – Soltanto mangiando e bevendo.

G – Mangiando e bevendo molto, allora, si diverrebbe immortali?

A – No, accadrebbe il contrario; gli eccessi sono dannosi e non farebbero altro che anticipare la morte, come spegnere un lume per forza.

G – Ma, se si bevesse e si mangiasse osservando qualche regola?

A – Neppure così si diverrebbe immortali. Le sostanze fornite dall’alimentazione sono degeneri rispetto a ciò che in origine aveva fatto la natura. Succede un po’ come bere da un boccale un po’ di vino ogni giorno e rimpiazzarlo con un po’ d’acqua per mantenere il livello: alla fine non si ha nemmeno più vino annacquato, ma acqua avvinata.

G – E perché allora, fra persone che adottano identici sistemi di vita, c’è chi è più longevo e chi meno?

A – Questo si deve al tipo di costituzione che la natura dispensa agli individui, come avviene anche nelle piante.

G – Oh, anima mia, non ho mai provato un piacere come quello di questa mattina. Ora che ti riconosco e ho fiducia in te, voglio chiederti alcune cose.

A – Ciò che desideri. Ti risponderò volentieri.

G – Prima di tutto, dimmi perché hai atteso più di sessant’anni per rivelarti e parlare con me; se tu l’avessi fatto prima, io oggi sarei diverso da quello che sono.

A – Per molte ragioni, Giusto. Prima non c’era l’età adeguata, quando svariate preoccupazioni o incapacità mi impedivano di raccogliermi in me. Neppure adesso posso farlo pienamente, per via delle tue paure di perdere i tuoi averi, che non mi lasciano neppure mezz’ora di riposo al giorno. Tu mangi, dormi, poi corri subito a lavorare e io devo badare a mantenere gli spiriti vitali.

G – Perché prima ti lamentavi di me? Non ti ho forse sempre amata?

A – Sì, ma hai amato molto più te; se hai amato me, lo hai fatto per tuo esclusivo tornaconto, come fanno quasi tutti, facendo sì che fosse la parte meno nobile di me a prevalere. E non mi debbo lamentare? Ma non voglio ora dirti tutto, perché s’è fatto giorno; va’, allora, a compiere il tuo dovere. Domattina, come ti sveglierai, io tornerò a ritirarmi in me stessa e ti dirò meglio se ho da lamentarmi o no di te.

G – Vuoi lasciarmi?

A – No, affatto! Ne moriresti.

G – È questo che temevo, perciò te l’ho chiesto.

A – Mi riunirò a te e vi rimarrò sino a domattina.

G – Domattina vorrei che fosse diverso.

A – Come?

G – Se è possibile, che ci potessimo guardare in faccia, altrimenti mi pare quasi d’esser preso in giro, come se tu facessi come quel tale che mandava la sua voce all’interno di un teschio servendosi di una cerbottana, senza essere visto, sorprendendo tutti e facendo credere che si trattasse della voce di uno spirito, cosa di cui nutro ancora mezzo dubbio; e vorrei una conferma se tu sei proprio l’anima mia.

A – Voglio sciogliere il tuo dubbio. Ora sta’ attento a ciò che ti dirò, perché lo sussurrerò appena, in quanto si tratta di un segreto che nessun altro sa se non Giusto bottaio, che siamo tu e io.

G – Questo l’ho per certo; e se lo sai tu, anche tu sei me. Allora non ho più dubbio alcuno. Ma, ripeto, domattina vorrei che ci vedessimo in volto, in modo da essere più veritieri.

A – Tu non puoi vedermi, perché sono incorporea. Ma potrei sempre prendere corpo, così potresti vedermi.

G – E in che modo?

A – Ricordi il Purgatorio di Dante? Potrei fabbricarmi un corpo d’aria e ricoprirlo di colore, come fanno gli Angeli e gli altri spiriti, quando intendono mostrarsi agli uomini.

G – Mi pare strano.

A – Strano? Cristo, apparso ai Discepoli, non disse forse: “Toccatemi, perché gli spiriti non hanno ossa”?

G – Facciamo pure così, ma bada a non uscire da me, che non ho ancora intenzione di morire.

A – Troveremo un modo per non separarci affatto.

G – E come? Non voglio correre rischi.

A – Mi separerò soltanto con la mia parte intellettiva e con la fantasia, lasciando in te tutti gli altri miei requisiti: quello vegetativo, quello sensitivo, la parola, la memoria.

G – Non morrò, vero?

A – No, garantito.

G – Va bene, ma rammenta che, se devo correre un pericolo, piuttosto non voglio vederti.

A – Non dubitare. Ora vai, che il sole già è sorto.

G – A domattina.

RAGIONAMENTO  SECONDO

A – Visto che non dormi più, vèstiti, Giusto, e accendi il lume. Io mi formerò un corpo d’aria, come ti dissi ieri mattina.

G – D’accordo, anima mia, ma, ti prego, ricordati delle promesse.

A – Di che?

G – Che non ne consegua la mia morte.

A – C’è bisogno di ricordarlo? La mia parte vegetativa la lascio in te, l’hai scordato?

G – Sia come si vuole. Vivono pur gli animali senza intendere!

A – Stolto! Stimi a tal punto la tua vita che ti assoggetteresti a vivere cinquant’anni senza intelletto come una bestia piuttosto che dieci con l’intelletto?

G – Per me, sì. A te pare piacevole morire? Nessuno ne è mai tornato. Persino Lazzaro, dopo essere stato richiamato a vita, non fu mai visto sorridere, tanto era in lui grave l’impressione di esserci passato e nell’attesa di doversi ripassare!

A – Parli così perché ti manca la parte razionale. Ma se io fossi in te, non parleresti così.

G – Non lo so, ma l’ho sempre pensata così, e c’eri anche tu con me.

A – Sì, ma ero serva, non padrona come mi si conveniva. Perché, se tu avessi seguito i miei consigli, anziché quelli dei sensi, avresti fatto come l’Apostolo Paolo che riteneva di essere esule in questa vita.

G – Mi stai annebbiando il cervello. Fin che si vive si dice così, ma, quando si vede la morte in volto, si cambia idea. Persino Cristo pregò di evitare la morte.

A – Ma non lo fece per paura; era per dimostrare la sua natura umana, oltre che divina. Perché esiti tanto ad accendere il lume?

G – Non so, c’è un po’ di umidità, e l’acciarino non funziona bene.

A – Mi ricordi gli artefici maldestri nel Convivio di Dante, i quali incolpavano il materiale dei propri errori.

G – È vero, non posso negarlo. Sarà l’età, ma non ho più entusiasmi né interessi.

A – Però non vorresti morire, vero?

G – Non l’hai capito?

A – Ma non te ne accorgi che questo tuo modo di vivere è una morte?

G – Ho visto vecchi decrepiti, e più erano vecchi e più si attaccavano alla vita. Ne ho la prova in me stesso: ogni volta che mi duole il capo, mi si agghiaccia il cuore e provo forte paura. Quando ero giovane non avevo questi timori, anzi ci scherzavo su e, se davvero fossi morto allora, me ne sarei andato senza accorgermene. Ora, invece, non faccio che pensare alla morte e vivo sotto una spada di Damocle.

A – Perché pensi che la morte faccia più paura ai vecchi che non ai giovani?

G – Dall’essere i vecchi più attaccati al mondo, credo, per essere vissuti più a lungo.

A – È una spiegazione grossolana, valida soltanto per i corpi e per gli alberi. Ma, siccome hai in te la ragione, dovresti trovare motivi più plausibili.

G – Aspetta. Mi hai dato un suggerimento: il vecchio possiede un giudizio più perfetto, grazie all’esperienza vissuta, per cui conosce meglio quanto sia bello il vivere, per questo gli è più pesante la perdita.

A – Non è ancora una ragione molto valida: potrebbe valere anche per il contrario.

G – In quale modo?

A – Se chi vive ha acquisito un giudizio più profondo, conoscerà meglio anche le miserie della vita: il massimo dell’infelicità se non avesse la speranza in un’altra vita migliore.

G – Come lo puoi dimostrare?

A – Perché in questa vita l’uomo nasce nudo, nella completa inettitudine, cosa che non capita agli altri animali. Prendi Plinio, ad esempio, che chiamò la natura madre degli animali e matrigna dell’uomo.

G – Capisco, ma questo che cosa spiega?

A – Se affronti l’argomento in modo razionale, capirai che la felicità in questa vita è per gli animali. L’uomo deve guardare alla virtù, che ha piena realizzazione nell’altra vita.

G – Da che cosa dipende questo errore di valutazione?

A – Qui ti volevo, corpo mio caro.

G – Dimmelo, per favore!

A – Dipende dal poco credere. Nessun’altra spiegazione della maggior paura nei vecchi, se non il fatto che essi credono meno.

G – Già lo diceva un nostro cittadino il quale, volendosi fare un funerale, lo fece sulla porta di una chiesa, mezzo fuori e mezzo dentro.

A – Così avviene agli uomini come agli uccelli: i giovani si catturano facilmente, ma di fronte ai vecchi, come disse il tuo Dante, rete si spiega indarno o si saetta (la trappola è inefficace).

G – Penso tu abbia ragione. Mi ricordo che da giovane, dopo aver pregato in compagnia, mi sentivo spesso pronto a morire; ma, ora, il cielo me ne liberi! Farei non so cosa per vivere.

A – Ho ragione, allora? Ma non ti stupire, perché è facile per i giovani e per le donne credere, mentre per i vecchi è il contrario.

G – Sono con te, ma la colpa è più tua che mia, perché sei tu quella che deve credere, non io.

A – È vero, ma sei tu la cagione del mio impedimento.

G – In quale modo? Subito a dare la colpa agli altri.

A – Tu sai che io non posso conoscere senza i tuoi sensi, attraverso i quali io sono obbligata a passare.

G – Tutte parole; anche tu hai la tua parte, e la tua è la più importante. Non sei tu, forse, che mi correggi se sbaglio?

A – Io sono talmente congiunta a te che perdo la maggior parte del mio potere, e non posso elevarmi al cielo, come vorrei. E le ragioni dei tuoi sensi sono fortissime. Ma credi a questo, Giusto, che a chi ha fede la morte non fa paura.

G – Dovrebbe essere così anche per chi non crede perché per lui, con la morte, se finiscono i piaceri, finiscono anche i tormenti, i quali sono forse anche più numerosi.

A – E chi può credere che non esista nulla nell’al di là?

G – Possedessi tanti ducati d’oro quante sono le persone non credenti che ho conosciuto!

A – Tu sei terreno e non desideri che cose terrene.

G – Non ci sono forse stati tanti Papi a pensarla così?

A – Come, i Papi? Che razza di cose pazzesche vai dicendo?

G – Mi riferisco a quelli che hanno sostenuto nulla esserci nell’al di là, interpretando tanto empiamente quel libro di Lazzaro.

A – Di che libro parli?

G – Non lo conosci, forse?

A – Per nulla.

G – Lo saprai ora. Costoro affermano che Lazzaro, richiesto di descrivere che cosa aveva visto nell’al di là, rispose che lo avrebbe scritto. Come San Paolo, che era stato rapito al terzo cielo e che, alla sua morte, lasciò un libro sigillato con la consegna di darlo al Papa. Ma in quel libro non era scritto alcunché, per cui il Papa, per non deludere i fedeli, lo nascose, dicendo che si trattava di cose segrete da tramandare al suo successore; e così hanno fatto tutto gli altri Pontefici fino a oggi. Alcuni hanno interpretato il fatto con il non essere lecito parlare delle cose di là, altri hanno interpretato nel senso che di là c’è il nulla.

A – Queste sono favole. Pensa piuttosto che nessuno ha mai potuto negare l’al di là senza almeno qualche sospetto. Altrimenti ognuno potrebbe fare tutto ciò che gli aggrada, come quella donna che, violentata da 50 soldati, assolta poi dal confessore per non essere stata colpa sua, disse: “Lodato sia Iddio che mi sono tolta la voglia per una volta almeno senza peccato!”.

G – Penso tu dica ancora il vero. Ricordo che viveva a Firenze un certo maestro Giovanni de’ Cani, medico e filosofo famosissimo, il quale riteneva l’anima mortale; all’avvicinarsi della morte, si dice che avesse esclamato: “Presto sarò fuori di un grande dubbio”. E altri, come Nani Grosso e il Lauce orafo, miscredenti, dei quali, in punto di morte, l’uno chiese un Crocifisso e l’altro si raccomandò a Dio o al Diavolo: tirasse di più il più forte. Erano questi veri segni dei loro dubbi.

A – Lascia perdere questa gente, che assomiglia più agli animali che alle persone. Se ben ricordi, potrai constatare quanta gente è vissuta nella poca fede ma poi è morta in santità, dopo aver riconosciuto gli errori commessi. Ma ora fermiamoci, e deciditi ad accendere questo lume, che è quasi l’ora che tu vada a lavorare.

G – Tu hai mille ragioni e io ti stavo seguendo. Ma che cosa diamine ha questa lampada che non arde? Ecco, ora si è accesa. Oh, mio Dio, che bella apparizione, che bella creatura! O anima mia, benedetta tu sia, poiché sei così bella.

A – Siediti, Giusto, che sei vecchio, non vorrei che andassi a terra.

G – Vorrei quasi abbracciarti, ma, cos’è questo, non riesco ad abbracciare nulla, eppure ti vedo, ho forse le traveggole?

A – Non accadde così anche a Dante quando volle abbracciare il Casella? Questo succede perché noi siamo come ombre: possiamo essere viste, ma non toccate, in quanto siamo incorporee.

G – Siete come qualcosa che non c’è.

A – Sì, secondo l’opinione del popolo che ritiene tangibili cose come la terra, l’acqua o il fuoco, ma non l’aria. Come questa camera, se tu eliminassi tutto l’arredamento, diresti che sarebbe vuota.

G – E non dovrei dirlo?

A – Sì, certo, ma ci sarebbe pur sempre qualcosa.

G – E che cosa, se mancasse tutto? Penso che tu mi voglia dare a intendere lucciole per lanterne.

A – Ci sarebbe l’aria.

G – Ma che aria e non aria. Se una botte è vuota, so che dentro non c’è nulla.

A – Quali botti mai vedesti vuote?

G – Tutte quelle che ho giù in bottega.

A – Sciocco, non sono forse piene di aria?

G – No, perché se ci guardi dentro, vedi buio; e dove c’è aria, c’è luce.

A – Secondo te di notte, allora, non c’è aria. È un po’ come la storia dei bambini, che voi dite non avere l’anima fin tanto che non sono battezzati; come dire che né i Turchi né i Giudei possono avere l’anima. Devi sapere che l’aria ha corpo così come l’acqua e la terra, ma è più sottile; essa è scura se il sole o qualche altro lume non la illumina. In natura, poi, non esiste il vuoto. Prendi il recipiente per innaffiare l’orto: se otturi il buco di sopra, l’acqua non esce più di sotto, perché non può entrarvi l’aria e al suo posto non può esserci un vuoto.

G – E come si fa sapere che è così?

A – Come, usando il cervello!

G – Mi stai raccontando cabale. Per conto mio, se un recipiente non contiene nulla è vuoto. Io non sono come Matteo de’ Servi al quale era stato fatto credere di essere in precedenza vissuto come intagliatore di targhe e che, quando scorgeva una targa antica sosteneva di averla fatta lui.

A – Quant’è difficile convincere chi ha frainteso!

G – Vorresti dire che il mio abbraccio di prima, caduto nel nulla, abbia incontrato qualcosa?

A – Non abbracciasti forse l’aria?

G – Quale aria! So solo che non trovai nulla. Di questo passo vorresti farmi credere che, quando ho lo stomaco vuoto, quello è pieno? Finirei per morirne di fame. Dio liberi!

A – Voglio solo dire che se ci fosse il vuoto, sarebbe un bel guaio; se ci fosse fra te e me, tu non mi vedresti.

G – Penso il contrario, che non ti vedrei se fra me e te ci fosse qualcosa.

A – Nel caso ci fosse qualche corpo opaco, sì, ma è una cosa diversa.

G – Ma come si spiega?

A – Se ci fosse il vuoto, non ci sarebbe neppure la luce che consente il passaggio ai raggi e alle immagini.

G – Continuo a non capire.

A – Allora senti: quando sei vicino al fuoco, chi è quello che ti scalda?

G – Banale, il fuoco!

A – E questo non è vero.

G – E che altro, allora, il vento?

A – È l’aria che ti tocca, la quale è riscaldata dal fuoco. Il fuoco dovrebbe toccarti per scaldarti.

G – Che vuoi dire con questo?

A – Voglio dire che se ci fosse il vuoto non ci sarebbe l’aria e tu non ti scalderesti.

G – Potresti insistere per cent’anni, ma non ti crederei mai.

A – Vedo che non sei in linea con i miei argomenti. Ma lasciamo andare, è l’ora che tu vada a lavorare. Domattina, al solito, uscirò da te e riprenderemo il discorso; forse sarai meglio disposto.

G – Sì, rimandiamo a domattina, forse sarai anche tu più rinsavita e non mi verrai a raccontare cose strampalate.

A – Per questa notte tieni il lume acceso, perché non voglio che tu perda tempo domattina ad accenderlo.

Immagine di Copertina tratta da Libreria Govi.

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