Garibaldi nella sua epopea – Parte 6 di 24

Achille  Bizzoni

Garibaldi nella sua epopea

(dal 1807 al 1882)

(scritto all’inizio 1900)

Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14

Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15

(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)

Parte 6 di 24


Periodo  Secondo – dal 1849 al 1863

(Illustrato da 84 fotoincisioni e da 8 carte geografiche)

Capitolo 1° – Sguardo retrospettivo (1849-1852)

Venezia fu l’ultima a capitolare. Assediata dal generale austriaco Haynau, abbandonata dalla flotta sarda, colpita dalla fame e dal colera, in minoranza di forze, concentrò la difesa nel forte di Malghera, affidandola al giovane ufficiale napoletano Girolamo Ulloa.

Radetzky, il 5 maggio 1849, inviava un ultimatum a Manin: scadenza ore 8 del 6 maggio.

Respinta l’intimazione di resa, Venezia resiste con 70 bocche da fuoco, contro i 225 pezzi di artiglieria austriaci, assediata anche dalla parte del mare da parte della flotta dell’ammiraglio Dahlrup. Il 24 maggio 1849 divampò il bombardamento.

Il 26 maggio Manin ordinava l’evacuazione del forte di Malghera.

In tutto il tempo dell’assedio (29 giorni), gli austriaci lanciarono 74.000 proietti d’ogni sorta, dei quali circa 70.000 negli ultimi tre giorni. Gli assediati ne consumarono 80.000. Le perdite ammontarono a più del quinto della guarnigione.

La linea di difesa era comandata dal valoroso Ulloa, promosso generale e coadiuvato dal colonnello Cosenz e dal maggiore Sirtori.

Manin, Tommaseo, Pepe, Rossarol, gli ufficiali dell’esercito e della marina infervoravano col loro esempio l’eroico slancio del popolo.

Alla mezzanotte del 29 luglio, mentre Venezia riposava nel sonno, tutte le batterie degli assedianti si infiammarono e con frastuono assordante lanciarono contro la città bombe, obici, razzi e palle infuocate: distruzione di opere d’arte, monumenti, palazzi.

Il conte Thurn poté avere la gloria di eseguire fedelmente la minaccia di Radetzky, di uccidere donne, bambini e vecchi innocenti, di distruggere capolavori d’arte, emulo degno del suo predecessore Haynau, il massacratore di Brescia, lo sgozzatore d’Ungheria. Dire oggi delle nefandità austriache, perpetrate non solo in Italia, ma dovunque giunse il maledetto dominio dell’aquila grifagna, sembra retorica patriottica; le nuove generazioni non possono farsi un’adeguata idea di ciò che soffersero i nostri padri sotto il paterno regime del bastone, della galera e della forca. Il colera era scoppiato a Chioggia, con violenza spaventevole.

L’11 agosto, il giorno stesso in cui spirava Anita Garibaldi, l’eroina della difesa di Roma, nella fattoria Guiccioli in villa Mandriole, può dirsi la data della caduta di Venezia.

Il 22 agosto l’atto di resa fu sottoscritto, nella villa Papadopoli presso Mestre. Dal 4 maggio 1848 gli austriaci scagliarono contro la detronizzata regina delle lagune 60.594 palle, 12.648 granate, 35.293 bombe, con la perdita, per confessione stessa dello scrittore austriaco, di mille uomini fra morti e feriti combattendo, e più di 14.000 spenti o rimasti invalidi per febbri o colera. Degli assediati, più di mille i caduti in battaglie; innumerevoli le vittime del morbo sterminatore, delle febbri, dei disagi infiniti.

Capitolo 2° – Preparazione al riscatto (1849-1855)

Nel marzo 1850 trionfò nel Parlamento piemontese la legge che il ministro Siccardi aveva proposta: l’abolizione del foro ecclesiastico (diritto di giurisdizione ecclesiastica) e del diritto d’asilo nei luoghi sacri, legge strenuamente difesa dal deputato Camillo Cavour.

Cavour orientava sempre più la sua politica verso la Francia imperiale, mentre gli altri Stati italiani erano sempre più abiettamente servili alla feroce e brutale politica austriaca.

Il 6 febbraio 1853 doveva scoppiare una rivolta a Milano, preparata da Mazzini dalla frontiera svizzera, ma il concorso del popolo milanese fu esiguo, la sommossa sventata dalla polizia austriaca, seguita da crudeli condanne. Anche il Piemonte si associò alla rappresaglia austriaca. Lo stesso arcivescovo di Milano si unì agli adulatori che inneggiavano alla reazione di Radetzky.

L’Austria si dimostrava tenerissima verso la Santa Madre Chiesa. Fu sottoscritto un concordato, che concedeva privilegi e garanzie al clero, il 18 agosto 1855. Francesco Giuseppe fece dono al pontefice di centomila lire per le opere pie. Il popolo toscano richiamò il granduca Leopoldo nel 1848, il quale rinnegò la Costituzione e rinnovò la politica dei processi.

Più infelici, per i primi anni del 1848, le popolazioni di Parma e di Piacenza, in balìa ai capricci perversi di Carlo Borbone, tristissimo fra i più tristi principi di cui narrano le storie. Così chi gli successe, Maria Luisa. Così il duca di Modena Francesco IV. Tuttavia, il primato, fra gli incoscienti preparatori dell’unità d’Italia, va dato a Ferdinando di Napoli.

Il prete, che dagli esempi del governo teocratico di Roma traeva la convinzione di poter assolvere qualunque delitto di Stato, qualunque tiranno. – Negazione di Dio anche la tirannide del pontefice di Roma. Il 5 luglio 1852 in Piemonte fu approvata la legge del matrimonio civile, ma il Senato, sotto le pressioni della Chiesa, finì per ripudiare la legge. Il D’Azeglio si dimise: il suo ideale fu l’Italia, mentre quello del successore suo, Cavour, non fu che un Piemonte ingrandito.

Cavour, a rafforzare la sua popolarità, aveva chiamato a collega Urbano Rattazzi: in lui coscienza malleabile come cera, non costanza d’animo, volubilità e doppiezza, le doti insomma volute nell’uomo di Stato.

Capitolo 3° – La questione italiana (1849-1855)

La politica del ministro Cavour, appoggiata dall’opinione pubblica, aveva naturalmente accaniti, implacabili oppositori nel clero e nel Senato che, di nomina regia, rappresentava tutte le reazioni coalizzate. Cavour propose la legge per la soppressione delle comunità religiose, dal Senato combattuta alacremente.

La legge, mitigata, fu infine votata dal Senato. Pio IX lanciò la scomunica, nel Concistoro del 26 luglio 1855.

Nel 1853 la Russia pretese di esercitare il diritto di protezione sopra i cristiani di rito greco nella Turchia europea: quasi i tre quarti della popolazione. La Francia e l’Inghilterra si opposero. L’imperatore Nicolò diede ordine al generale Gortschakoff di varcare il Pruth con l’esercito (2 luglio 1853). Le flotte unite dell’Inghilterra e della Francia entrarono nel Mar Nero (4 gennaio 1854).

Le truppe alleate incominciarono il loro sbarco ad Eupatoria il 14 settembre 1854.

Luigi Bonaparte, incoronatosi imperatore, il 2 dicembre 1852, meditava guerra sul Reno, togliendo di forza l’Austria alla sua neutralità. L’Austria, non volendo impegnarsi nella guerra, protestò di non essere sicura della neutralità del Piemonte e della Svizzera. Chiedeva (2 dicembre 1854) l’assicurazione che il Piemonte sarebbe alleato di guerra. Cavour riuscì a realizzare l’intervento. I primi cinquemila uomini sbarcarono a Balaclava il 25 maggio 1855.

A Nicolò successe Alessandro.

Intanto il generale Pelissier portava i campi sulla Cernia. Il colera mieteva le vittime a migliaia. Il giorno 18 giugno il generale Pelissier ordinò un attacco generale contro la piazza. Fu respinto con la perdita di più che 5.000 uomini. Lo scontro continuava con sorti alterne.

Le perdite russe furono di 8.000 uomini. Le perdite francesi furono di 1500 uomini; 250 ne perdettero i piemontesi; 609 bocche da fuoco francesi e 194 inglesi contro 1380 della piazza. Raccontano gli storici che in quella spaventosa carneficina perpetrata dai russi, dal 17 agosto al 4 settembre, perdettero 12.700 uomini e 7.500 nei tre giorni di bombardamento che precedettero l’assalto (5,6,7 settembre); 3.800 i francesi caduti. Volavano parapetti, affusti e membra umane dilaniati dalle continue esplosioni delle bombe, delle granate.

La perdita complessiva degli alleati in quella giornata fu di 10.054 uomini. Il giovane imperatore Alessandro chiese la pace; l’accordò Napoleone, con il consenso riluttante di Inghilterra e Piemonte. L’armistizio fu stabilito il 25 febbraio 1855 nel Congresso di Parigi. Le perdite furono: 80.000 uomini per la Francia, 22.000 per l’Inghilterra, 2.800 per il Piemonte. 35.000 per i turchi, 110.000 per i russi.

Nel grande Congresso europeo la questione italiana era stata trattata coi plenipotenziari delle due grandi potenze vincitrici, Francia e Inghilterra favorevoli.

Capitolo 4° – Preparazione al riscatto (1849-1855)

Le inquisizioni in Italia. Per gli Stati Romani, anche una succinta statistica delle condanne sarebbe impossibile, perché, istituita l’inquisizione, delle vittime essa sopprimeva anche i nomi. Non basterebbero volumi per dire particolareggiatamente delle infami condanne pronunciate ed eseguite.

Il Santo Uffizio di Roma raramente restituiva alla società gli inquisiti, che misteriosamente scomparivano; se ricomparvero alcuni fra i viventi, privi di mente pel terrore, non seppero, non osarono mai narrare gli orrori del quarto rito, come veniva chiamata l’infernale inquisizione. A Padova e a Rovigo le condanne politiche dei tribunali statari nel solo 1849 sommarono a 2.514. La sola Corte marziale di Este, in due mesi del 1851, distribuì 212 condanne, fra le quali 150 a morte. In quei giorni la rivoluzione non sarebbe stata possibile: era subentrata la disperazione dell’inerzia.

Il 2 agosto 1851, a Milano, dal Giulay veniva fatto fucilare Antonio Sciesa per l’affissione di un manifesto mazziniano in risposta al minaccioso proclama di Radetzky, del luglio 1851. Alle profferte di grazia se avesse fatto il nome dei complici, esclamò: “Tiremm innanz!”.

Continuavano le feroci procedure con ogni sorta di torture morali e materiali. Non escluso il bastone. Fra i miseri inquisiti, alcuni impazzirono, altri cercarono salvezza nel suicidio.

Capitolo 5° – Il nuovo esilio (1850-1854)

Garibaldi era giunto in America nell’agosto 1852, dopo essere stato rifiutato a Tunisi e a Gibilterra. Poi ospitato a Tangeri, ben accolto dal console sardo G.B. Carpeneto, che per questo venne destituito. Nel giugno 1850 si era imbarcato per Liverpool, poi diretto a Staten Island, nel porto di New York. Qui fu ospite dell’amico Michele Pastacaldi ed ebbe la compagnia del Foresti, uno dei martiri dello Spielberg, e di molti altri esuli italiani. Ebbe lavoro da Antonio Meucci e dalla moglie di lui, Ester, nella loro fabbrica di candele e di salumi.

Dava tutto il soprappiù ai bisognosi. Il cuore di Garibaldi era generoso all’infinito, tutta la sua grande esistenza fu un solo atto di disinteresse, di solidarietà cogli amici, di beneficenza per i più poveri di lui; il fatto de’ suoi stipendi di capitano divisi fra esuli più poveri di lui è verissimo.

Garibaldi si imbarcò, nel 1851, con l’amico Francesco Carpenetto (non Carpeneto, il console di Tangeri), per Chagres, su un vapore americano, comandato dal capitano Johnson.

Nel suo racconto, prima di salpare da New York, Garibaldi manda un grato pensiero al suo ospite di Tangeri e ai suoi amici: “I miei mezzi non permettendo di condur meco tutti i miei compagni, lasciai Leggiero e Coccelli a Tangeri raccomandati, e scelsi per accompagnarmi Bovi, inabilitato al lavoro, perché mancante della mano destra (persa nella difesa di Roma)”. Un pensiero, il generale, manda pure a un modesto e fedele amico, a Cestore, il suo cane da caccia, che donato al signor Murray, moriva di crepacuore per l’abbandono del suo primo padrone. Giunti felicemente a Chagres, Garibaldi raggiunse il lago Nicaragua e la sua capitale, Granada. A Panamà fu colpito da forti febbri che si aggiunsero ai dolori reumatici che lo accompagnavano da molto tempo. Poi fu a Païta, nel Perù, ospite di Doña Manuelita Saenz che era stata amica di Bolivar, il Garibaldi dell’America centrale.

A Lima, ove il Carpenetto trovò la sua nave San Giorgio, con la quale doveva ritornare nell’America centrale per imbarcare il carico preparato, la ricca e generosa colonia italiana, riconoscendo Garibaldi sotto il trasparente pseudonimo di Giuseppe Pane, gli fece la più lieta e festosa accoglienza. A Lima ebbe un diverbio con un francese che aveva insultato i difensori di Roma. Fu quasi ammazzato, ma reagì e mise in fuga i due avversari.

Il 10 gennaio 1852 Garibaldi partì per Canton, al comando della Carmen, una barca di 400 tonnellate affidatagli da Pietro Denegri, carica di grano; 93 giorni durò la traversata. Il 19 marzo 1852, in pieno oceano, la Carmen fu investita da un tifone. Garibaldi dormiva nel suo letto, tormentato dai reumatismi. Sognò Nizza, ambiente tetro, di cimitero, uno stuolo di donne che avanzava verso di lui con una bara: “… non potei muovermi, avevo una montagna sullo stomaco. La comitiva però giunse a lato del mio giaciglio, vi depose la bara e dileguossi. … Ero sotto la terribile influenza di un incubo – e quando principiai a muovermi, a sentire accanto a me la fredda salma, ed a riconoscere il santo volto di mia madre, io mi era desto; ma l’impressione di una mano ghiacciata era rimasta nella mia mano. … In quel giorno ed in quell’ora certamente io ero rimasto privo della mia genitrice, dell’ottima delle madri.” – Appunto il 19 marzo 1852 moriva la madre adorata di Garibaldi.

Il ritorno a Lima, durato circa cento giorni, aveva toccato le isole della Sonda, Bali, la bellissima isola deserta dell’Hunter Islands “… ove, approdando per la prima volta, fui ricevuto da uno stormo di bellissime pernici, e dove tra secolari piante d’alto fusto mormorava il più limpido e il più poetico ruscello…”. – Da Lima la Carmen, comandata da Garibaldi, ripartì per Valparaiso, poi dal Chilì a Boston con carichi di rame e lana sino a Islay nel Perù.

Da Islay si diresse a Capo Horn, poi a Boston. Lasciò la Carmen per passare al comando della nave Commonwealth, acquistata dal capitano Figari. “… caricata di farina e grano, veleggiai a Londra, ove giunsi in febbraio 54. Da Londra andai a Newcastle, ove caricammo carbone fossile per Genova e giungemmo in quest’ultimo porto il 10 maggio dello stesso anno. A Genova, essendo malato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, il capitano G. Paolo Augier, quindi passai a Nizza, ove ebbi finalmente la fortuna di stringere al seno i miei figli dopo un esilio di cinque anni. Il periodo decorso dal mio arrivo in Genova, in maggio del 54, fino alla mia partenza da Caprera, in febbraio 1859, è di nessun interesse. Io lo passai parte navigando e parte coltivando un piccolo possesso da me acquistato nell’isola di Caprera.”

Capitolo 6° – Nell’attesa della guerra (1854-1859)

Garibaldi attendeva fidente il momento di agire, senza dividere le impazienze febbrili de’ congiurati mazziniani, i quali pur troppo, coi loro tentativi intempestivi, aggravavano le desolanti condizioni degli sventurati fratelli soggetti al bastone croato. Le lettere di Garibaldi a Cuneo, ad Augusto Vecchi, alla Signora Mario (la Signora Jessie Mario ebbe parte attivissima in tutta l’opera preparatrice alla riscossa, ammirabile suora di carità su tutti i campi di battaglia), scritte in quei tempi, lo provano.

Garibaldi sperava negli avvenimenti, su scala europea, e aspettava da essi l’ora dell’azione.

Garibaldi scriveva alla Signora Mario: “… La mia vita è lì per l’Italia ed il paradiso delle mie credenze è cinger un ferro per essa. Benessere, moglie, figli, non valsero a trattenermi, e nulla mi tratterrà, quando si tratti della santa causa. Vi dirò di più, che qualunque dei movimenti diretti da Mazzini, da me non approvati, avrebbe avuto un seguace in più… In Piemonte vi è un esercito di 40.000 uomini, ed un re ambizioso: quelli sono elementi di iniziativa e di successo… Che altri si accinga alla santa guerra, anche temerariamente, ma non con insurrezioni da ridere, e voi troverete il vostro fratello sui campi di battaglia. – Combattete, io sono con voi; ma io non dirò agli Italiani: Sorgete! per far ridere la canaglia…”

Tutto l’anno 1854 Garibaldi lo visse in patria, intraprendendo brevi viaggi con la nave di cabotaggio l’Esploratore che gli consentì di svolgere commerci di un discreto profitto economico. Il fratello suo, Felice, morì a Nizza il 13 novembre 1855 e gli lasciò un piccolo patrimonio. Garibaldi, che aveva sempre sognato una solitudine tranquilla, come quella che aveva vagheggiato durante la visita all’isola deserta dell’Hunter Islands, nello stretto di Bass, acquistò una parte (3 x 5 chilometri) dell’isola di Caprera con 13.000 franchi circa, dei 40.000 lasciatigli dal fratello, un piccolo cutter (canotto a vela) con altri 15.000 e, col resto, si mise all’opera, aiutato dal figlio del suo amico Orrigoni e dal giovinetto Menotti, per fabbricare la casetta bianca, che, ancor oggi, il navigante scorge dal mare.

Tutto sperava Mazzini nel popolo, nulla dalla politica. Quindi l’opera di Cavour era in ogni modo contrastata dal comitato di Londra. Cosenz anche, sperando nell’Inghilterra, aveva meditato una spedizione nell’Italia meridionale, ma vi rinunziò perché lo stato di prostrazione delle masse assolutamente non lasciava illusione di essere assecondati dalla popolazione. Così era fallito il tentativo di Francesco Bentivegna di Corleone.

Di contraccolpo, Garibaldi, deplorando lo sperpero di forze e di preziosissime vite in folli conati, segnò ancor più profondamente il suo distacco da Mazzini. La guerra all’Austria era il suo ideale immediato e il compimento del programma, l’indipendenza dell’Italia; non lo sperava dagli uomini, dai partiti, ma dagli avvenimenti. Fin dal 1856, era giunto dall’America Felice Foresti, l’esule tanto caro a Garibaldi. Foresti, compagno al Pallavicino nel lungo martirio dello Spielberg, fu quegli che decise definitivamente Garibaldi a schierarsi nella Associazione Nazionale (emanazione di Cavour), monarchica, capitanata dallo stesso Foresti, da Giorgio Pallavicino, da Daniele Manin. Garibaldi vi aderì in seguito a un colloquio avuto con Cavour.

Immagine di Copertina tratta da La Repubblica Cultura.

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