Libri da leggere – PIETRO BEMBO – Parte 2 di 22

Secondo Libro

Le vie per avere successo, Monsignore messer Giulio, sono due: la prima è fare cose belle e lodevoli, l’altra è considerare e contemplare le cose che Dio ha creato. Da una parte le opere buone sono di giovamento a tutti, dall’altra la contemplazione rende l’uomo saggio e prudente per se stesso e per gli altri. È da stabilire quale delle due vie sia la migliore. Le opere buone perderebbero in efficacia se non vi fosse chi le scriva e pertanto non potrebbero essere additate a esempio e a insegnamento. Se, invece, vengono rese immortali con lo scritto, producono grandi frutti e alimento per le menti desiderose di conoscere. È per questo che si scrisse fin dai tempi degli Egizi, dei Fenici, degli Assiri, dei Caldei e di altri popoli, senza parlare dei Greci che sono stati maestri di tutte le scienze, di tutte le discipline e di tutti i modi dello scrivere, in competizione con i Romani i quali riuscirono a primeggiare nelle arti della cavalleria e del signoreggiare. E ora, Monsignor messer Giulio, è il tempo della lingua volgare. Già si possono leggere eccellenti, anche se poco numerosi, scrittori in poesia e in prosa. Il movimento ebbe inizio dal secolo prima di Dante, diffondendosi in Toscana e oltre. Ricordo Piero delle Vigne, Buonagiunta da Lucca, Guitton d’Arezzo, messer Rinaldo d’Acquino, Lapo Gianni, Francesco Ismera, Forese Donati, Gianni Alfani, Ser Brunetto, Notaio Iacomo de Lentino, Mazzeo e Guido Giudice messinesi, il re Enzo, l’imperatore Federigo, messer Onesto e messer Semprebene da Bologna, messer Guido Guinicelli da Bologna molto lodato da Dante, Lupo degli Uberti, Guido Orlandi, Guido Cavalcanti, Guido Ghisileri e Fabrizio Bolognesi, Gallo pisano, Gotto mantovano, Nino Senese e altri. Poi venne Dante e dopo di lui, messer Cino, Dino Frescobaldi, Iacopo Alighieri figlio di Dante. Quindi il Petrarca. Né sono da disprezzare Giovan Villani, Pietro Crescenzo, Guido Giudice di Messina. Ma ciascuno di questi fu superato dal Boccaccio il quale, con il tempo, riuscì persino a superare se stesso, privilegiatamente nella prosa. Fra tutti, è tuttavia da attribuire al Petrarca e al Boccaccio la crescita della lingua. Se, oggi, si nota una ripresa di interesse per la lingua latina, a maggior ragione questo deve avvenire per la lingua volgare nata da poco tempo. Pertanto, esorto tutti a scrivere in volgare, che è la nostra lingua, quella che usiamo per comunicare. In questo secondo libro, allora, racconterò di ciò che s’è detto nel secondo giorno tra le stesse persone già note.

Giunti i tre a casa di mio fratello, in una fredda serata di tramontana, si raccolsero dapprima attorno al fuoco, poi tutti presero a sedere.

Giuliano: “Non se il forte desiderio mio che messer Ercole si metta a scrivere in volgare sia la causa di un sogno che ho fatto questa notte e che ora vi racconto; oppure se è frutto di preveggenza, cosa che sono più propenso a credere. Mi trovavo presso una bellissima sponda dell’Arno. Il fiume era per tutta la sua lunghezza abitato da cigni bianchissimi che cantavano deliziosamente. Mentre stavo in ammirazione, un cigno candidissimo e molto grande si posò soavemente in mezzo al fiume, iniziando a cantare una strana e dolce melodia. Il cigno era al centro dell’attenzione di tutti gli altri. Qualcuno mi disse che quel figlio era stato un bellissimo giovane, figlio del Po, come pure gli altri cigni erano stati uomini. Il cigno bellissimo aveva preso quelle sembianze dalle acque del Po, poi era stato sul Tevere e ora si trovava sull’Arno. Queste le immagini del mio sogno e, passando dal sogno allo stato attuale di messer Ercole, spero che egli si dedichi presto alla lingua volgare. Per conto mio sono pronto ad appoggiarlo ed esorto anche messer Federigo e messer Carlo a fare lo stesso”.

Messer Federigo: “Lo faremo soprattutto dopo aver ascoltato il sogno di Giuliano. E già mi pare di vedere messer Ercole, convertitosi al volgare, quasi divenuto cigno, creare canti dolcissimi”.

Mio fratello: “Se lo Strozza si darà allo scrivere in volgare, cosa che voglio credere, messer Federigo, possa concretizzarsi il sogno di Giuliano. Avremo certamente un poeta senza eguali. Anche da parte mia si farà tutto il possibile perché ciò avvenga”.

Lo Strozza: “Mi date più onore di quanto meriti. Il sogno di Giuliano potrebbe veramente indicare che a un certo punto io mi decida a scrivere in volgare, visto che oltretutto avete acceso in me un potente desiderio. Ma, tornando al discorso di ieri, verri sapere da voi, messer Carlo, vista la vostra opinione del doversi rifare al modo di scrivere reputato migliore, come possa essere formulata simile valutazione, quale distinzione si possa fare fra le scritture volgari buone e quelle non buone e come si possa accordare preferenza a una di due scritture buone e, ancora, perché per voi sia migliore lo stile del Boccaccio e del Petrarca anziché quello dei toscani attuali”.

Mio fratello: “Intanto per il motivo che la lingua volgare non annovera scrittori così rinomati come la lingua latina. Uno scrittore è diventato tanto più famoso quanto più è stato valente. Così nessuno tra i Greci ha raggiunto la fama di Omero o di Demostene e nessuno tra i Latini ha pareggiato la fama di Virgilio e di Cicerone. Per questo si può affermare che siano stati i migliori. E la stessa cosa, messer Ercole, affermo in merito al volgare. Poiché non vi è toscano capace di eguagliare il Petrarca e il Boccaccio, si dovrebbe credere che lo scrivere di questi ultimi sia migliore, ma ne potrebbero sorgere. Non è una cosa immediata”.

Lo Strozza: “Quali elementi, messer Carlo, si dovrebbero prendere in considerazione per avvalorare questo giudizio?”.

Mio fratello: “Sono gli stessi che si prendono in considerazione nei testi latini, che voi conoscete meglio di me”.

Lo Strozza: “Io non voglio, messer Carlo, che badiate a ciò che io conosco della lingua latina; potreste uscirne deluso, Né voglio che teniate separati quegli elementi del volgare che si trovano nel latino da quelli che vi sono assenti: sarebbe più arduo che considerare tutto nel suo insieme. Ma, rispetto a parte per la lingua latina, ditemi quali sono gli elementi di valore generale che possano avallare la vostra valutazione”.

Mio fratello: “Non so, messer Ercole, se sono in grado di enumerare tutti questi elementi, che sono in vero molti, ma i più generali sono questi: il soggetto del testo e la forma. Ogni soggetto è composto da due parti: l’eloquio e la disposizione delle voci. Innanzitutto si deve badare alla scelta delle parole, quindi si devono curare l’ordine e l’armonia della loro combinazione. Ogni parola è adatta a esprimere qualcosa, e così ogni componimento. Possono essere parole gravi, alte, sonanti, apparenti, luminose o, per converso, lievi, piane, dimesse, popolari, quiete, con tutte le varie sfumature intermedie. Si deve curare in primo luogo la varietà, per non appesantire il discorso. È tuttavia sempre consigliabile scegliere le maniere e gli stili più puliti, più chiari, più belli e più gradevoli. Come si possa arrivare a tanto, sarebbe lungo spiegarlo. Le parole e le loro derivazioni, comunque, devono essere attinenti alle cose di cui si parla; così per le altre parti del discorso che con esse si articolano. Ma queste cose voi già le sapete, conoscendo gli scrittori latini.

Accade talvolta che non si trovi la parola appropriata per esprimere ciò che intendiamo esprimere, ma si può sempre ricorrere a sinonimi, tanto è variegata la parlata umana. Se, tuttavia, non si riesce a tanto, è meglio rinunciare a scrivere, piuttosto che deturpare tutto il resto del testo, soprattutto se non vi sia necessità che costringa: ben lo sanno i poeti. Il vostro Dante, a proposito, Giuliano, quando volle descrivere gli scabbiosi, avrebbe fatto meglio a sorvolare anziché usare la descrizione che usò, come anche in altre occasioni. Se Dante avesse tralasciato di narrare le cose che non poteva descrivere con appropriatezza di termini, avrebbe reso un buon servigio, trascurando decisamente l’uso di termini duri e sgraditi (es.: consuma, disperde anziché biscazza, voce disusata da parte di qualsiasi scrittore). Non così fece il Petrarca il quale sapeva limare i modi di dire nel modo migliore”.

Giuliano, allo Strozza: “Quanto è vero, messer Ercole, ciò che il Bembo dice del Petrarca: egli sapeva creare mille variazioni e migliorie, donando grazia al suo scrivere. Ma ora continuate, messer Carlo”.

Messer Carlo: “Per molti altri motivi le parole usate possono perdere in bellezza: possono essere oltremodo sciolte e languide o dense e rinserrate, ma anche pingui o aride, morbide o ruvide, mute o strepitanti, lente o sfuggenti, impedite o sdrucciolose. I compositori migliori sono quelli che sanno operare scelte adeguate alla bisogna. Altrettanto, messer Ercole, si può dire della disposizione delle parole, quando si rende necessario porre i termini a confronto fra di loro. Così come fanno i costruttori di navi, i quali curano soprattutto tre particolari: il modo di scegliere legno, ferro o funi, di combinarli fra di loro e di curarne le giuste proporzioni in maniera da creare un tutto organico. Allo stesso modo gli scrittori hanno a cura tre aspetti della composizione: dapprima l’ordine che armonizza fra di loro le parole, il criterio con il quale trovare una situazione delle voci all’interno del testo, i necessari rimaneggiamenti e aggiustamenti per conferire armonia al testo. E se ora, messer Ercole, vi sto dicendo cose che già vi sono note, lo faccio perché così da voi mi è stato richiesto”.

Lo Strozza: “Non preoccupatevi per questo, messer Carlo, ho tutto da imparare. Per affrontare una nuova conoscenza è necessario iniziare dai particolari iniziali. Se queste cose già le appresi curando la lingua latina, mi sarà per questo più agevole accostarmi al volgare, se mai deciderò di farne uso. Continuate, dunque, senza tralasciare alcun particolare”.

Mio fratello: “Non meriterei il vostro rispetto, messer Ercole, se non prendessi sul serio la vostra richiesta. Proseguiamo allora con un esempio. Quando il Petrarca disse Voi ch’in rime ascoltate, avrebbe invece potuto dire Voi ch’in rime oppure Voi ch’ascoltate. Ma, accostando la parola accostate, con numerose consonanti, alla parola rime, più dimessa e meno appariscente, accrebbe il suo dire in dignità. La parola rime, che è leggera e snella, posta tra le altre parole ascoltate e sparse, che sono piene e gravi, riesce a temperarle entrambe. Ne giova l’ordine fra le parti, come ho affermato poc’anzi, e questo si verifica in molte altre occasioni, con maggiore incisività nella poesia che non nella prosa. Ogni parte del discorso ha valore se collocata al suo giusto posto. È a queste cose, messer Ercole, che si deve badare”.

Messer Federigo, guardando verso mio fratello: “Volevo dire a messer Ercole che avreste potuto addurre molti altri argomenti”.

Lo Strozza: “E di quali argomenti si tratta, messer Federigo?”.

Messer Federigo: “Ve li dirà lui stesso, se glielo domanderete”.

Mio fratello: “Non so se me ne vengono altri in mente; la mia memoria non è così pronta. Vorrei poterci provare, se non è possibile soddisfare in altro modo messer Ercole. Ma voi, che siete dotato di eccellente memoria, potreste provarvici”.

Messer Federigo: “Sono caduto nella rete, e ben mi sta, visto che non ho saputo tacere quando era il momento. Non che mi sia di peso, ma ne parlerò, per il fatto che si tratta di cose insolite. Venendo ai fatti, e allora dirò che un testo può meritare o non meritare considerazione per la presenza di due componenti: la gravità e la piacevolezza. Gli elementi, inoltre, che costituiscono queste due componenti, sono tre: il suono, il numero, la variazione, tutte fra loro interconnesse. Per gravità intendo l’onestà, la dignità, la maestà, la magnificenza, la grandezza e simili; per piacevolezza intendo la grazia, la soavità, la vaghezza, la dolcezza, gli scherzi, i giochi e cose del genere. Molte delle composizioni di Dante sono gravi, prive di piacevolezza, mentre molte composizioni di Cino sono piacevoli, prive di gravità. Non dico questo in assoluto, ma in prevalenza. Il Petrarca, per altro verso, curò meravigliosamente queste due componenti, tanto da non potersi dire in quale delle due si fosse dimostrato più esperto.

Ma, tornando ai tre elementi generali a cui ho accennato, per suono intendo quella armonia che scaturisce dalle parole o dalle rime, ma anche dalle lettere di cui si compongono le parole. La lettera a, per esempio, rende il miglior suono, perché è una lettera di grande respiro, che si pronuncia a bocca aperta. Poi viene la e, seguita dalla o, dalla i e, per ultima, la u che conferisce poca dignità alla bocca e allo spirito. Tutte queste vocali sono più efficaci se inserite in una sillaba lunga. Nella stessa o c’è differenza di sonorità, a seconda che si pronunci orto o popolo, che si dica opra oppure ombra, sopra. Per la e la differenza è palese nel Boccaccio, quando dice se tu di Costantinopoli se’. La stessa cosa si può dire per l’uso delle consonanti (ne riporta moltissimi esempi). Data per scontata la forza che ognuna delle lettere reca in sé, torno a dire che le singole voci possono essere ora gravi, ora leggere, aspre, molli, tali da generare pesantezza oppure gradimento.

Il suono, in verità, trae qualità dalle rime. Per parlare di queste ultime, dirò che ne esistono di tre tipi: regolate (quelle che si stendono in terzetti, vedi il poema di Dante; o quelle che ricorrono ogni otto versi; ma anche le sestine dei compositori toscani), libere (quelle che non seguono alcuna legge, ma che vengono formate a piacimento) e mescolate (quelle che talvolta seguono una regola e altre volte si formano senza licenza, come nei sonetti o come nelle ballate del Petrarca). Da questi tre tipi di rime si genera un suono più grave se le rime sono lontane l’una dall’altra, un suono più piacevole se sono vicine. Gli antichi scrittori le inserivano addirittura nei mezzi versi, comprendendone anche più di una in un medesimo verso. Un suono molto grave viene dalle sestine. Se voi dunque, messer Ercole, voleste comporre una canzone con le rime lontane di molti versi, vi dirò che generalmente non conviene frammettere più di tre o quattro o cinque versi tra le rime, come fece il Petrarca, con qualche eccezione: nella sua canzone Qual più diversa e nova si nota una sola rima più lontana di quattro o di cinque versi. La stessa eccezione che troviamo nella canzone Verdi panni riesce a conferire tuttavia una grazia particolare all’ordine complessivo della composizione. Eccezioni di medesima efficacia si trovano, ancora, nelle ballate.

Per altro verso, più le rime sono vicine più la composizione acquista in piacevolezza: le canzoni che hanno molti versi rotti donano un suono più dolce e soave, più vago e grazioso, come si avvera nel Petrarca (riporta l’esempio di Chiare, fresche e dolci acque e altri esempi). Ciò avviene per il motivo che ogni indugio e ogni arresto è indizio di gravità, a scapito della piacevolezza. Senza considerare che non si deve esagerare nell’avvicinare le rime, per non trasformare il suono in strepito, come invece si legge in Guido Cavalcanti il quale attinse dai Provenzali, nella preoccupazione di intessere di proverbi le sue canzoni.

Ora passiamo a parlare del numero, vale a dire il tempo che si dà alle sillabe, sia per mezzo delle lettere che le compongono sia per gli accenti che cadono sulle parole, e che ha tanto influsso sulla gravità o sulla piacevolezza delle composizioni. La parola sdrucciola (pèrdono: l’accento cade sulla terzultima sillaba), per esempio, è leggera; la parola piana (perdòno: l’accento cade sulla penultima sillaba) è pesante. La scelta delle parole e degli accenti adeguati, operata con riguardo, garantisce la piacevolezza. Un po’ come succede per le medicine che, costituite da veleni, somministrate nel giusto tempo e nella giusta misura possono giovare. Il Boccaccio fece uso di parole piane (Umàna còsa è l’avère compassiòne agli afflìtti), creando versi gravi e riposati; se avesse fatto ricorso a parole piane avrebbe detto Dèbita cosa è l’èssere compassionèvole a’ mìseri e avrebbe reso il verso meno grave: nell’uno e nell’altro caso cambia l’effetto che si vuole ottenere. Gli accenti, dunque, attribuiscono alle voci l’armonia e l’accordo, come dare spirito e anima ai corpi, e questo si verifica a maggior ragione nella poesia che non nella prosa”.

Lo Strozza: “Vi prego, messer Federigo, se non vi disturba, prima di proseguire, come può essere che a un accento non possono seguire più di tre sillabe? Che cosa dire, allora, di parole con quattro sillabe che seguono l’accento, come àlitano, tèrminano?”.

Messer Federigo: “Si tratta di eccezioni. Noi comunemente osserviamo la regola, a somiglianza dei Latini e dei Greci, di non far seguire più di tre sillabe all’accento. Infatti, sarebbe più corretto dire alìtano, termìnano”. Molto dipende anche dalla frequenza delle vocali e delle consonanti nelle sillabe e dall’equilibrio di questa frequenza.

Ho parlato del farsi grave del numero, in ragione del tempo che le lettere danno alle sillabe e prima ancora avevo detto in quale modo esso diventa grave, per via del tempo che gli accenti danno alle voci. Aggiungo ora che il massimo di gravità di ha quando ciascuna sillaba raccoglie in sé l’una e l’altra di queste parti, con maggiore peso nella poesia che non nella prosa. Le rime, infatti, attribuiscono una gravità meravigliosa al poema allorché la prima sillaba sia ricca di consonanti. Questo si verifica con minor frequenza per le vocali, nonostante la loro funzione nelle rime. Ora, messer Ercole, avendo parlato a sufficienza della prima parte, resterebbe da fare altrettanto della seconda, dimostrando che, come la ponderosità delle lettere rende le voci più gravi, così una loro distribuzione più rada ne aumenti la piacevolezza, se non fossi certo che, da quanto detto, già vi siate fatto un’idea esauriente.

Parlerò allora della terza causa che sovrasta alle prime due menzionate, vale a dire la variabilità che serve a scongiurare la sazietà, della quale ha fatto cenno in precedenza messer Carlo. È consigliabile, in questo senso, far seguire a ricorrenti termini formati da lettere piene e alte altri composti da lettere basse e sottili. Così, dopo molte rime assai distanziate, una rima ravvicinata risponderà meglio allo scopo e, tra molti accenti che cadono sulle penultime sillabe, se ne devono procurare alcuni che cadano sull’ultima o sulla penultima e, ancora, intercalare molte sillabe lunghissime con alcune corte, per donare grazia e ornamento al componimento. Si deve, cioè, rompere la rigidità con alcuni avvicendamenti. In caso contrario subentra la sazietà che genera fastidio, ciò che vogliamo evitare. Inserire in una trattazione dotta qualche termine popolano, e in un racconto di carattere popolare qualche termine dotto, tra le parole della nostra lingua alcune straniere, tra le moderne alcune antiche, tra le usate alcune nuove, tutto ciò ravviva la lettura e crea piacere in chi legge. Lo stesso si dica per un termine un po’ aspro fra molti altri delicati, uno quieto fra molti altri risonanti; e così per l’ordine in cui vengono distribuite le otto parti del parlare (articolo, nome – costituito da aggettivo e sostantivo, pronome, verbo, participio, avverbio, preposizione, congiunzione). Fanno eccezione le maniere regolate, come già dissi e come si avvera sia in Dante nella composizione delle sue terze rime sia nei Latini che componevano in esametri, ma sono davvero eccezioni estremamente rare. Dell’arte di scongiurare la sazietà fu maestro il Boccaccio nelle sue novelle, così ricche di variabilità. Come si può affermare del Petrarca i cui scritti suscitano e accrescono il piacere di leggere: basti considerare le sue canzoni che avevano per oggetto l’amore per Laura, e non solo quelle brevi ma altresì quelle di notevole lunghezza, che tutte si fanno leggere e rileggere con avidità.

A queste tre parti, messer Ercole, il suono, il numero e la variabilità che genera la gravità e la piacevolezza, se ne potrebbero aggiungere altre, come il decoro e la persuasione. Il decoro inteso come convenienza nell’adottare un determinato stile; la persuasione come virtù che muove a commozione chi legge.

Dovendo valutare quale di due scrittori sia il più valente, messer Ercole, considerando ora il suono, ora il numero, la variabilità, il decoro e la persuasione di cui si rivestono i lori componimenti, potremmo stabilire le dovute differenze. Nessuno, per questo verso, vale quanto il Boccaccio e il Petrarca i quali hanno saputo fare uso intelligente di tutte queste parti”.

Terminato il suo intervento, messer Federigo tacque. Il silenzio di tutti gli astanti fu rotto dal Magnifico: “Se di tutte queste cose, messer Ercole, che sono state dette da messer Federigo e dal Bembo, tenessero conto coloro che desiderano esprimere un giudizio su Dante e sul Petrarca, su quale fra questi due sia il poeta migliore, non si troverebbero discordanti. Molti preferiscono Dante, incantati dalla grandezza e dalla varietà del soggetto, ma si ingannano. Prendiamo ad esempio il siciliano Teocrito che trattò di argomenti pastorali e umili e, nonostante ciò, godette fra i Greci di maggiore reputazione che non Lucano fra i Latini, nonostante la pomposità dei suoi soggetti; senza nulla togliere ai soggetti di alto rango letterario. Ma torno a dire che, se gli uomini valutassero gli scrittori secondo le regole descritte dal Bembo e da messer Federigo, saprebbero esprimere un giudizio unanime”.

Messer Ercole: “Se, Giuliano, avessi visto questi poeti, come è stato per voi, accetterei l’evidenza, ma mi manca questa esperienza. Tuttavia i vostri argomenti sono persuasivi. Gli stessi argomenti addotti, messer Carlo, da vostro fratello messer Pietro, un tempo ospite a casa mia al ritorno da Roma, diretto a Ferrara, in compagnia di messer Paolo Canale. Ci eravamo riuniti con il Cosmico, che abita a Ferrara, nel mio giardino ed iniziammo a dissertare su Dante e sul Petrarca. Ricordo che il Cosmico attribuiva carattere molto più dotto a Dante che non al Petrarca”.

Mio fratello: “Così ragionano, messer Ercole, tutti coloro che si fermano alla vastità e alla profondità del contenuto. Ma, se posso dire il vero, meglio sarebbe stato che Dante non avesse puntato tanto in alto, nella ricerca di magnificenze descrittive. È riuscito, è vero, a mostrarsi maestro in ciascuna delle sette arti (trivio: grammatica, dialettica, retorica; quadrivio: aritmetica, musica, geometria, astronomia) e nella filosofia, ma ha anche dato segno di essere stato meno grande e meno perfetto nella poesia, tanto che la sua Commedia può essere paragonata a un campo di grano bello e spazioso, infestato tuttavia da loglio, avena, erbe sterili e nocive, oppure ad una vite non potata al tempo dovuto e che, trascorsa l’estate, faccia bella mostra di foglie e pampini ma scarseggi di grappoli”.

Lo Strozza: “Senza dubbio, messer Carlo, credo a ciò che mi dite, anche perché vi vedo tutti e tre concordi. Tuttavia, quando prima messer Federigo citò le due comparazioni degli scabbiosi, mi parve che in quel verso da ragazzo aspettato da signòr so, si trovasse un termine in uso nella vostra città, mi riferisco a so, usato forse più licenziosamente invece di suo”.

Il Magnifico: “E’ vero che Dante disseminò la sua Commedia di termini usati in questa città. Ma questa voce che voi, messer Ercole, credete siano due, è in realtà una sola: signòrso, ed è tutta toscana, non veneziana, quantunque sia di provenienza popolana”.

Messer Ercole: “Come una voce? O in qual modo?”.

Il Magnifico: “C’è usanza in Toscana, messer Ercole, di fondere fra di loro molti termini con i possessivi, con l’elisione della lettera centrale, la i o la u, come in signòrto, fratèlmo, pàtremo, màtrema, alle quali, inoltre si nega l’articolo. Dante fece frequente ricorso a questa forma verbale ed essa viene usata in Toscana, nelle vicinanze e anche a Roma; messer Federigo stesso l’ha udita proferire in Urbino”.

Messer Federigo: “Per l’appunto, Giuliano. Anzi, se ne usano altre ancora, come avaccio, portata in luogo di tosto, anche se oggi è pressoché disusata in Firenze”.

Il Magnifico: “Non c’è dubbio, messer Federigo, che avaccio, voce che ci appartiene, non sia tratta da avacciare, che è affrettare, molto arcaica, usata da Dante, dal Boccaccio, ma non dal Petrarca il quale, invece, si servì del termine avanzare. Oggi avaccio è un termine impiegato ancora in quel di Perugia, dove cade la prima lettera e si dice vaccio”.

Lo Strozza: “Voglia il cielo, Giuliano, che io inizi a parlare toscanamente a partire da questa voce, e allora voi riferiteci ancora di altri termini, poiché vado prendendoci gusto”.

Il Magnifico: “Che cosa posso dirvi di più? Non avete forse udito oggi molte cose da messer Carlo e da messer Federigo?”. 

Lo Strozza: “E’ vero, e mi torneranno utili per le mie future valutazioni, ma si tratta di criteri generali adatti al buon uso della vostra lingua, non tanto al suo apprendimento; io devo prima apprenderla. Per questo gradirei che mi descriveste le particolari voci che compongono le parti del vostro idioma”.

Il Magnifico: “Lo farei volentieri, per parte mia, se ne avessi il tempo. Come vedete, si fa sera e per argomentazioni di questo genere ci vorrebbero giorni, non solo poche ore”.

Mio fratello: “Con tutto ciò dobbiamo soddisfare le richieste di messer Ercole. E, visto che abbiamo introdotto noi questo discorso, Giuliano, ora non possiamo ritrarci. Propongo allora di rivederci qui domani, per parlarne a sazietà”.

Il Magnifico: “Così sia, ma a questa condizione: che voi, messer Carlo e messer Federigo, mi aiutiate”.

I due diedero il loro assenso, sebbene sapessero che il loro aiuto sarebbe stato superfluo. Poi, in compagnia di messer Ercole, come avevano fatto il giorno precedente, si accomiatarono da mio fratello.

Immagine di Copertina tratta da Arquà Petrarca.

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