Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 5 di 24
Capitolo 34° – Da Cetona a San Marino (1849-1850)
Scrive Garibaldi: “Uno dei fatti più dispiacenti per me in quella ritirata erano le diserzioni, massimamente negli ufficiali: ve ne furono anche alcuni de’ miei antichi compagni.”
Garibaldi narra: “Due militi della cavalleria nostra che andavano in esplorazione furono catturati dai contadini del vescovo di Chiusi… vescovo che cristianamente li consegnò agli austriaci, perché, a loro volta, li moschettassero…”
Effimeri entusiasmi Garibaldi incontrò a Montepulciano il 19 luglio 1849 (dove Garibaldi emanò un accorato proclama, che purtroppo non trovò riscontri). Il divisato cammino era Firenze, additata da Garibaldi come il centro del novello moto insurrezionale: la scintilla doveva partire da Arezzo. Lietissima l’accoglienza ch’ebbe la colonna garibaldina a Torrita, ove giunse la sera del giorno 20.
Alle 10 di notte (22-23 luglio 1849) la colonna garibaldina giunse sotto le mura di Arezzo, ma il gonfaloniere Guadagnoli aveva fatto chiudere le porte e apprestata la città alla difesa.
Garibaldi con la sua colonna proseguiva nell’intenzione di valicare l’Appennino e puntare alla difesa di Venezia, inseguito dalle truppe austriache e dell’arciduca Ernesto. Fu durante la marcia da Sant’Angelo in Vada a Macerata Feltria (29-30 luglio 1849), durante la discesa sul versante adriatico, che avvennero le più gravi diserzioni e le più dolorose al cuore di Garibaldi – Molti ufficiali disertarono, fra cui il Bueno, il rozzo gaucho, tanto caro a Garibaldi, che gli era stato fedele compagno nei mille cimenti d’America, e che Garibaldi aveva promosso colonnello. – La colonna di Garibaldi era ridotta a meno di 1500 uomini: i soldati sdraiati alla rinfusa sulla nuda terra, affranti, spedati, sfiniti, muovevano a pietà; e difficilmente si potevano organizzare i servizi di campo, tanto erano in tutti la spossatezza e lo scoramento. Anita, l’angelo della morte l’aveva tocca, ma la sublime eroina non venne meno un istante; la grande anima lottò fino agli estremi senza un minuto di debolezza, senza un rimpianto pel sacrifizio della propria vita.
Molti gli sbandati e i ritardatari che, non reggendo più alla marcia, l’ultima, quella del salvamento (verso S. Marino), caddero in mano delle pattuglie nemiche, o disperati si suicidarono col proprio fucile per finirla con una esistenza di intollerabili sofferenze e sottrarsi al piombo croato, inesorabilmente serbato per i prigionieri.
Alcuni fra i dispersi furono salvati dagli abitanti, ma innumerevoli furono le vittime del piombo austriaco in quella disastrosa giornata (30 luglio 1849), martiri ignoti, a cui il prete negò sepoltura, come cani lasciati imputridire nel fondo degli abissi.
Garibaldi scrive: “La situazione essendo divenuta disperata, io cercai d’arrivare a San Marino, Mentre io mi trovavo conferendo con la deputazione di San Marino, un corpo di austriaci comparì alla nostra retroguardia, e vi cagionò confusione tale che tutti presero a fuggire, quasi senza veder nemici, almeno la maggior parte. Avvertito di tal contrattempo, retrocessi, trovai la gente fuggiasca e la mia valorosa Anita che col colonnello Forbes faceva ogni sforzo per trattenere i fuggenti. Quella incomparabile donna, incapace di qualunque timore, aveva lo sdegno dipinto sul volto, e non poteva darsi pace di tanto spavento in uomini che poco prima si erano battuti valorosamente”.
Capitolo 35° – San Marino (1849-1850)
Di San Marino scriveva il Ruggieri: “Un popolo, puro quanto i fondatori delle sue istituzioni, generoso, ospitale, di proprie fatiche fa ubertosa quella terra: uomini scelti a suffragio la reggono a repubblica. Il governo dei papi fu sempre non lieve ostacolo ai magnanimi sentimenti di questi uomini educati alla fratellanza ed all’amore. Ma benché le mille volte attraversato dalle mene della tenebrosa politica clericale, il diritto d’asilo vi rimane tuttora”.
Di San Marino scriveva il Botta: “Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide, felicità senza invidia; quivi nobiltà solo per ricchezza di natali, non per diritti oltraggiosi, né per privilegi, né per desiderio di dominazione; quivi popolo occupato e industrioso, e come fra nobili temperato, così né irrequieto né tirannico. L’egualità civile consola San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i forestieri. Nulla ei desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in lui, perché i buoni hanno a schifo i vizi, la quiete non piace ai turbolenti, né la libertà ai corrotti”.
A San Marino Garibaldi emanò, il 31 luglio 1849, l’ordine del giorno di scioglimento della colonna: “Militi, io vi sciolgo dall’impegno di accompagnarmi. Tornate alle vostre case; ma ricordatevi che l’Italia non deve rimanere nel servaggio e nella vergogna.”
L’ufficiale austriaco, Adolfo de Filder, e il capitano Belzoppi, reggente di San Marino, firmarono (31 luglio) una convenzione per accettare la mediazione legittima della Repubblica di San Marino riguardo alla truppa comandata da Garibaldi; in essa si decretava la capitolazione, il disarmo, il rimpatrio dei militari di Garibaldi e l’estradizione di Garibaldi in America. La maggioranza degli ufficiali dello stato maggiore di Garibaldi rifiutò le condizioni imposte.
Scrisse Garibaldi: “Comando della prima Legione Italiana – Sammarino, 31 luglio 1849 – Cittadini rappresentanti della Repubblica, le condizioni imposte dagli Austriaci sono inaccettabili; perciò sgombriamo il territorio. – Vostro Garibaldi.”
Garibaldi, esaminata su una cartina la via di esodo, decise. Così scrive il Ruggieri: “Tutt’a un tratto si alzò: e come chi ha preso una determinazione decisiva, svegliò i suoi aiutanti che giacevano accanto, e diede loro gli ordini per l’immediata partenza. A chi vorrà seguirmi, aggiunse, io offro nuove battaglie, patimenti, esilio; patti con lo straniero non mai! E salì a cavallo colle guide e senz’altro si pose in cammino; non più di 200 fra ufficiali e militi lo seguitarono”. – Garibaldi, accerchiato da circa 11.500 nemici, partì seguito, fra gli altri, da Ciceruacchio e i suoi figli, da Forbes, Ramorino, Hoffstetter, Ceccaldy, Sisco e l’infelice Anita.
Dei rimasti a San Marino, circa 800 legionari (dice il Ruggieri) ripartirono ma furono presi dagli austriaci; furono spogliati di ogni loro avere e trascinati da Rimini a Bologna, più che 400 furono barbaramente sottoposti a trenta colpi di bastone fra le oscenità e gli scherni dei croati. Altri molti de’ legionari che, aborrenti di piegare il capo ai traditi patti della capitolazione, avevano tentato la fuga, inseguiti, cacciati come belve, furono miseramente fucilati. Così si vendicava Gorzcowsky, invelenito per essergli sfuggita la preda.
Capitolo 36° – La morte di Anita (1849-1850)
L’Hoffstetter, colpito da un subitaneo sgomento, spoglia l’assisa del garibaldino, sotterra le armi, vende i propri cavalli, dono del generale, e dispare dalla scena senza accomiatarsi dal suo capo; e noi lo rivediamo sano e salvo a Zurigo, istoriografo (Diario) della campagna sventurata. Ugo Bassi, avvisato in ritardo della partenza da San Marino, riuscì a ricongiungersi con Garibaldi a Cesenatico.
La colonna riunita, circa 175 uomini, giunse in Cesenatico poco prima della mezzanotte dall’1 al 2 agosto 1849.
Superate mille difficoltà… La gente fu divisa in 13 bragozzi (barche da pesca); anche i prigionieri fatti a Cesenatico furono imbarcati; coi prigionieri austriaci eranvi parecchi gendarmi pontifici: fra essi un tal Sereni, vicebrigadiere, che i garibaldini volevano fucilare. Ebbe salva la vita per l’intervento di Ugo Bassi, apostolo del perdono. Quel Sereni, sbarcato sano e salvo, doveva appunto essere il denunziatore di Ugo Bassi, che gli aveva salvato la vita.
Avvistati da un brigantino nemico e presi a cannonate, ripararono verso la costa, ma con solo 4 bragozzi (fu accertato poi che erano solo 3). I naviganti dei bragozzi catturati, in numero di 162, furono imbarcati sul brigantino “Oreste”.
Terribile momento, dall’eroe parecchie volte ricordato ne’ suoi scritti, certo il più disperato, il più nefasto della sua vita!: “Gli uomini a cui mi dirigevo mi erano pure molto cari: Ugo Bassi e Ciceruacchio coi due figli. Ci dividemmo da quei virtuosissimi italiani per non più rivederci. La ferocia austriaca e pretina satollava la sua sete di sangue colla fucilazione di quei generosi e si vendicava così, dopo pochi giorni, delle passate paure”. Gorzcowsky, De Hahne, l’arciduca Ernesto, Stadion, che mille volte avevano annunziata la preziosa cattura, scornati impazzivano. E il sangue italiano che andavano spargendo con le inumane fucilazioni dei prigionieri, dei patriotti, degli indiziati d’essersi prestati all’esodo di Garibaldi, non saziava la loro sete felina: era il sangue di Garibaldi ch’essi volevano, del brigante, del bandito Garibaldi. E se la leggenda diffusa fra i soldati croati, che Garibaldi fosse un uomo-diavolo, andava consolidandosi, fra le popolazioni italiane ingigantiva la fama dell’eroe invulnerabile, che sfuggiva all’inseguimento, all’accerchiamento di quattro eserciti e di una flotta, mito glorioso, arcangelo di libertà.
Le briache polizie, pontificia, austriaca e bonapartista, l’esercito papalino, gli eserciti austro-franco-ispano-borbonico frugarono affannosamente ogni angolo d’Italia. Invano! Garibaldi era scomparso. Non rinvennero che un cadavere!… la salma di Anita. Nell’ira impotente, tentarono, nuova forma degnissima dei sacerdoti dell’impostura, dei birri della polizia pontificia e dei generali dei quattro eserciti cattolici, coalizzati nel nome di Cristo, per schiacciare ogni germe di libertà; tentarono di insozzare il nome dell’eroe, accusandolo del più orribile dei delitti: di uxoricidio.
Scrive Garibaldi: “Io rimasi nelle vicinanze del mare in un campo di melica con la mia Anita e col capitano Leggiero, indivisibile mio compagno”. – Leggiero andò in cerca di una casa per ospitare Anita. Tornò con il colonnello Nino Bonnet, uno dei più distinti ufficiali di Garibaldi, ferito a Roma. Trasportarono Anita, adagiata su un materasso, alla Mandriola, con un barroccio. “Nel posare la mia donna nel letto, mi sembrò di scoprire nel suo volto l’espressione della morte. Le presi il polso… più non batteva! Avevo davanti a me la madre de’ miei figli, ch’io tanto amava, cadavere! (erano le ore 17 del 4 agosto 1849). Raccomandai alla buona gente che mi circondava di dar sepoltura a quel cadavere, e mi allontanai sollecito dalla stessa gente di casa… Con Bonnet, per 37 giorni, dalle foci del Po al golfo di Sterbino, ove mi imbarcai per la Liguria.”
Il Bonnet e il fattore Ravaglia presero l’incarico della sepoltura. Anita, sepolta con poca cura per il timore di essere scoperti, (scrive il Bonnet) “venne trovata, e la Curia appena ne fu consapevole fece fare l’accertamento da distinti professori che errarono nel giudizio e dissero che Anita era stata strangolata per derubarla. Questa voce ben presto si propagò nelle Romagne, senza che nessuno pensasse che Anita, morta in istato di gravidanza, poteva essere stata soffocata da un riflusso di sangue; onde tutti quei segni di strangolamento che trassero in inganno il primo medico visitatore”. Dal rapporto del delegato di polizia di Ravenna: “Venerdì scorso, 10 corrente, da alcuni ragazzetti in certe larghe, di proprietà Guiccioli alle Mandriole, in distanza di circa un miglio dal porto Primaro, e di circa undici miglia da Comacchio, fu trovato sporgere da una motta di sabbia una mano umana; fu osservata la detta mano e parte del corrispondente avambraccio che erano stati divorati da animali e dalla putrefazione; fu scoperto il cadavere di una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa, della apparente età di 30 o 35 anni, alquanto complessa; i capelli, già staccati dalla cute, e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro, piuttosto lunghi… Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà pure della lingua sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento. Era vestita di camicia di cambrick bianco, di sottana simile, di bournous egualmente di cambrick fondo paonazzo forato bianco, scalza nelle gambe e nei piedi, e senza alcun ornamento… Non si è potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale, atteso il gran fetore, per cui fu subito sotterrato”.
In un secondo rapporto, del 12 agosto 1849, il delegato di polizia pontificia A. Lovatelli scriveva al Commissario Straordinario di Bologna: “Fu dessa condotta moriente su d’un biroccino da Garibaldi stesso alla casa colonica dei fratelli Ravaglia, fattori dei Marchesi Guiccioli in una loro proprietà alle Mandriole. La donna era invasa da febbre perniciosa. Asportata in una camera ed adagiata su di un letto, le fu apprestato il soccorso di un bicchiere d’acqua, ma non appena ne sorbì pochi sorsi cessò di vivere. Eravi presente Garibaldi, il quale si sfogò in atti di inconsolabile dolore per tale disgrazia e poco dopo si diede alla fuga, raccomandando alla famiglia di dare onorata sepoltura al cadavere. Questi fatti avvenivano il 4 corrente verso sera alla presenza di più che venti persone”.
Alla bieca polizia non giovava rischiarare il mistero tenebroso, il funereo dramma, la miseranda fine dell’eroina riograndese, perché premeva alla Curia far risalire il sospetto di un odioso, orribile delitto sul nome intemerato di Garibaldi. La credenza popolare sdegnò di accogliere l’infame sospetto contro Garibaldi, ma la riversò sul fattore Ravaglia; l’infelice fu additato all’odio di intiere popolazioni, esecrato e maledetto per molti anni, finché giunse splendida la riabilitazione; ma tardiva, perché il fratello di lui, assassinato, l’ottenne nella tomba. Il Bonnet in una nota aggiungeva: “L’errore a primo giudizio del professore Foschini fu causa che il fattore Ravaglia fosse creduto autore del misfatto, in conseguenza di che venne assalito dal famoso Pelloni, detto il Passatore, che infestava le Romagne, pretendendo dal Roncaglia i denari rubati a Garibaldi. – Ciò fu la causa della morte di un fratello del fattore, cagionatagli dalle percosse avute, ed il Ravaglia, quasi strozzato, ebbe il cordino al collo, e finalmente lasciato dal Pelloni in uno stato deplorevole. Il cadavere di Anita, rivelato dai cani, mettendo sulle tracce di Garibaldi la polizia austro-pontificia sitibonda del sangue di lui, compromise anche il Bonnet, che, denunziato, a sua volta arrestato, venne tradotto incatenato nelle carceri di Bologna. Sfuggì alla fucilazione per la partenza del feroce Gorzcowsky, sostituito dal generale Strasoldo, la cui sete di sangue si calmava con la strage miseranda di Ugo Bassi, di Livraghi e dei compagni loro, le cui ossa ancor oggi gridano vendetta dalle fosse inulte (rimaste impunite, non vendicate).
Alla Landa Pastorara, in quel di Mandriole, sorge un cippo rappresentante una colonna spezzata, sulla quale leggesi:
Qui Dove Giacque
Occultamente sepolto
Il Corpo di Anita Garibaldi
Dal 4 al 10 Agosto 1849
Volle Il Municipio Ravennate
Eretto un segno che ricordi
Questa Landa Essere Sacra
Nei Fasti Del Patrio Risorgimento
1896
La misera salma fu conservata fino al 23 settembre 1859 nella chiesa parrocchiale di Mandriola.
La Società operaia di Sant’Alberto pubblicò, nell’agosto 1896, un foglio commemorativo. Il signor Primo Gironi, compilatore del foglio, testimone della fine di Anita, così narra: “Nella funerea camera stavano con Garibaldi, Leggiero, nonché i fratelli Gaspare e Geremia Baldini insieme al cugino loro, Angelo Rasini. Garibaldi, inginocchiato, piangeva a dirotto, tenendo nelle sue una mano di Anita. – No, no, non è morta! esso gridava. Sarà un nuovo svenimento. Ha tanto sofferto, povera Anita! Si riavrà, è forte… non è morta… vi dico!… È impossibile!… Guardami Anita… parla! – La disperazione di Garibaldi toccava il delirio. A stento fu strappato dalla misera spoglia dopo averla coperta di baci. – Soffoco, disse, portandosi le mani alla gola. Datemi un po’ d’acqua. – Bevette: alzò lo sguardo al cielo e lo abbassò su Anita e fuggì scoppiando in strazianti singhiozzi. Vedendosi, Garibaldi, necessitato di abbandonare la diletta salma (pressato dai presenti a mettersi in salvo perché braccato) senza poterle prestare gli ultimi uffici della pietà maritale, rizzossi con impeto, prese un lume e pregò il fratello maggiore del Baldini, Gaspare, di ricondurlo nella camera della consorte. Ivi giunto e visto l’amato cadavere, vi si gettò sopra, l’abbracciò teneramente, lo bagnò di pianto, le chiuse le palpebre dando un bacio sopra ciascuna, le ricompose alquanto la chioma sulle tempie e le diede l’ultimo bacio d’addio. Poscia le tolse la sopravveste, gli stivaletti ed altro indumento, indi trattale dal dito l’anello, lo offerse al Baldini, che lo rifiutò commosso. E il Baldini accettò gli stivaletti ed anche qualche altro degli indumenti. – Disgraziatamente questi oggetti, nel 1851 circa, caddero, per sorpresa, nelle mani della polizia pontificia. – Poi Garibaldi, voltosi agli astanti, disse loro: – Vi prego di porre, sul luogo ove la seppellirete, un segno di ricognizione: perché, quel giorno in cui mi sarà concesso tornare da queste parti, io possa ritrovare le sue ossa. – Non dubitate, ripeté Battista Manetti, sul mio onore ci penso io. – Garibaldi soggiunse: – mettetele dei fiori, molti fiori sulla tomba della mia Anita. – E barcollando montò su un biroccino del dottor Mannini, dirigendosi a Sant’Alberto di Ravenna. Erano le 8.30 pomeridiane circa.”. La misera tomba fu continuamente cosparsa di fiori per cura dei Manetti.
Dopo il martirio l’apoteosi! Il 22 settembre 1859, giungeva Garibaldi a Mandriole, accompagnato dai figli Menotti e Teresita. La scena dell’eroe, inginocchiato coi figli dinanzi alla bara della sua sublime compagna fu commoventissima. L’indomani, i resti mortali di Anita giungevano trionfalmente a Ravenna, da dove proseguivano per Nizza, per essere deposti al fianco della madre di Garibaldi.
Capitolo 37° – La fine della Via Crucis (1849-1850)
Garibaldi e Leggiero partirono dalle Mandriole, con la morte nel cuore, alle ore 3 del 5 agosto 1849, per giungere, attraverso mille peripezie e aiutati dai ravennati per sfuggire alla polizia austriaca, sul far del giorno del 15 agosto, a San Pietro in Forlì, accolti in casa di Luigi Gori. Durante il cammino… Un grosso distaccamento di croati, scortante due carrozze chiuse, passò, lungo la strada Romea, a breve distanza dai profughi, che si occultarono nella larga buca di un pino sradicato. Nelle due vetture erano Ugo Bassi e Livraghi, che, incatenati, si avviavano alla morte (arrestati in Comacchio il 3 agosto, furono fucilati in Bologna l’8 agosto), trofeo glorioso del feroce Gorzcowsky.
Garibaldi scriveva nelle sue “Memorie”: “Eran vari i confidenti del segreto che mi occultava come in magica nube alle ricerche dei miei persecutori, non solamente austriaci, ma anche papalini, che erano i peggiori. Gli austriaci da parte loro ed i preti non mancavano di far le indagini possibili per scoprirmi. I preti poi dal pergamo (pulpito) e dal confessionale suscitavano le contadine ignoranti a far la spia per la maggior gloria di Dio.
Il diario si interrompe a Forlì, e da Forlì a Modigliana in Toscana, nella provincia di Firenze, abbiamo una lacuna. Garibaldi fu aiutato da un prete, di cui dice: “Il padre Giovanni Verità di Modigliana era il vero sacerdote di Cristo, e qui per Cristo m’intendo l’uomo virtuoso e il legislatore, non quel Cristo fatto dio dai preti e che se ne servono per coprire l’oscenità e la fallacia della loro esistenza. Egli aveva salvato così a centinaia i romagnoli proscritti che, condannati dall’inesorabile rabbia del clero, essi procuravano di passare in Toscana, il cui governo, se non buono, era almeno men scellerato di quello dei preti.”
Ripartirono, puntando al Piemonte, ma un uragano li separò dalla loro guida e finirono al Molino di Cerbaia, al margine del fiume Bisenzio.
Garibaldi fu riconosciuto e aiutato da Enrico Sequi, nonostante i giornali austro-clericali l’avessero dato per prigioniero a Venezia. Il Sequi li condusse a Vaiano (a poche miglia da Prato), perché il Molino era troppo spesso frequentato dagli sgherri austro-lorenesi a caccia di proscritti romagnoli che sfuggivano le persecuzioni dei preti, feroci ancor più dei loro alleati austriaci.
Aiutati da numerose persone… alle ore due del 27 agosto, il generale e Leggiero, guidati dal Martini e dal Sequi, lasciarono la stazione di Prato, per raggiungere la vettura che doveva condurli a Poggibonsi. Riconoscente, il generale avrebbe voluto lasciare un ricordo, non gli rimaneva che l’anello di Anita e lo diede ad Enrico Sequi. Leggiero, a sua volta, donava al Sequi un pugnale americano. Accettò il Sequi, promettendo al generale di restituirgli l’anello in tempi per la patria più felici. Dodici anni dopo, ferito ad Aspromonte da una palla al piede, Garibaldi era ricoverato in Pisa. Lo raggiunse il Sequi e gli riportò l’anello di Anita.
Allo stabilimento balneario di Bagno a Morbo, del signor Martini, Garibaldi fu riconosciuto da un cameriere che lo aveva servito a Nizza, al suo arrivo dall’America.
Un amico di Martini, Camillo Serafini di San Dalmazio, ospitò i due fuggiaschi in casa sua, nell’intesa di provvedere con il Guelfi allo scampo per la via di Maremma. Guelfo Guelfi, nel suo interessante libro, racconta che il generale, trovati nella casa dell’ospite alcuni giornali, li lesse avidamente. In quei fogli si accusava Garibaldi di aver portati seco da Roma dieci milioni. Ne rise; ma poco dopo si sdegnò leggendo la mostruosa calunnia così concepita: “Il famigerato bandito Garibaldi ha ucciso colle sue mani la propria moglie, perché gli era d’inciampo nella fuga.” – “Allora le guancie dell’Eroe, scrive il Guelfi, furono solcate dalle lagrime, e disse fiere parole all’indirizzo de’ suoi vili detrattori.”
Ripartirono il primo di settembre, con l’aiuto di molti e all’una e trenta del due settembre giunsero alla casa Guelfi nella piana di Scarlino. Si imbarcarono alle dieci del mattino da Cala Martina.
Il 2 luglio usciva da Roma; all’alba del 1° agosto salpava da Cesenatico; riprendeva il mare a Cala Martina il 2 settembre. Tutta un’odissea la gloriosa ritirata. Conforto grande all’anima esulcerata il filiale, entusiastico amore che incontrò sulla sua dolorosa via crucis nel cuore degl’Italiani da Magnavacca a Cala Martina: non un delatore tradì l’incognito di Garibaldi. Il barcaiolo Paolo Azzarini li trasportò a Porto Venere (prov. di La Spezia), in settembre.
Capitolo 38° – Ancora sulla via dell’esilio (1849-1850)
Venezia era caduta il 22 agosto 1849, dopo 15 mesi di assedio. Manin, Tommaseo e Pepe condannati all’esilio (Corfù e Malta). Ai reduci da Venezia e da Roma, il Borbone non serbava l’esilio, ma la galera. Il primato della ferocia fra i principi d’Italia sarebbe stato suo, se il papa Pio 9°, valendosi della sua carica privilegiata di vicedio, non l’avesse superato, condannando non solo i corpi, ma anche le anime alla dannazione eterna. (531)
Il 9 settembre 1849 Garibaldi viene arrestato a Chiavari, nella casa del cugino Pucci, dalla polizia sabauda e condotto a Genova. (532)
Il deputato Tosti ripeté le parole pronunziate dal nemico, dal generale D’Aspre, prima ancora dei miracoli di Roma: “Voi, italiani, non avete che un generale, e non sapere conoscerlo, e questo è Garibaldi.”. A Garibaldi fu concesso di rivedere la vecchia madre ottantenne (per l’ultima volta) e i figli Teresa e Ricciotti, questo di appena 27 mesi.
Per l’esilio Garibaldi scelse Tunisi (con partenza il 16 settembre), con una pensione di 300 lire al mese concessa dal governo sabaudo e che Garibaldi rifiutò.
Scriveva G.B. Cuneo: “Uomini generosi, offersero al grande uomo ragguardevoli somme, che non accettò. D’indole laboriosa, egli trova dovunque come sostentarsi coll’opera sua; all’uopo non esiterebbe un momento a imbarcarsi come semplice marinaio. Sobrio, modesto e tollerante le fatiche, poco gli basta. Accettò con lieto animo una spada superbamente lavorata in Firenze”. – La signora Mario dice: “Garibaldi partendo dall’Italia raccomanda agli amici i suoi figli, e di vendere per essi la spada.” – All’educazione dei tre figli provvedevano il cugino, avvocato Garibaldi, e il suo amico Daidery.
Non erano ancora scorsi due anni dall’arrivo di Garibaldi a Nizza, il 23 giugno 1848, co’ suoi 63 compagni d’America, con la sua Anita. In pochi mesi era crollato un mondo tra il frastuono delle battaglie, ed egli solo era rimasto ritto, incrollabile.
Ma anche Tunisi lo respinse e Garibaldi fu scaricato alla Maddalena, poi anche di qui fu fatto sgomberare. Giunse a Tangeri con i compagni Leggiero e Coccelli. Scrive Garibaldi: “A Modigliana io avevo trovato un prete benefico, trovai a Tangeri un console regio generoso e onestissimo”.
In seguito al proclama di Moncalieri (trattato con l’Austria vincitrice – 20 novembre 1849), scrisse lo storico Brofferio: “Ai democratici successe una caterva di impiegati civili, ecclesiastici e militari; succedettero i nobili, i banchieri, i generali, i preti e persino i frati… e lo Statuto, che dicevasi una verità, si scoprì una bugia.”
Il 19 dicembre 1849 Garibaldi parte esule da Gibilterra per le Americhe del Nord.
Immagine di Copertina tratta da Italy Magazine.

