Libri da leggere – PIETRO BEMBO – Parte 1 di 22

Primo Libro

Si argomenta sulla lingua volgare.
Lo scritto è indirizzato al Cardinale Giulio De’ Medici, futuro Papa Clemente VII.

Se la natura che ha prodotto ogni cosa, come ha dato agli uomini la capacità di linguaggio, avesse anche disposto che venisse usato un linguaggio unico, senza dubbio ci avrebbe risparmiato molti problemi.
Pertanto, chi si muove verso altre terre non dovrebbe affrontare lunghi studi per capire una lingua diversa e per farsi intendere. Una medesima pronunzia, anzi, e l’uso del medesimo vocabolario faciliterebbero moltissimo lo scambio di informazioni con altri popoli. Ne deriverebbe grande comodità per chi volesse far conoscere ciò che desidera comunicare. Per di più, non solo il saper esprimere a parole una necessità, ma anche il sapersi esprimere in modo elegante fanno sì che si possa ottenere ciò che in altre condizioni sarebbe precluso.
Grande è la forza delle parole. Non solo il parlare trarrebbe giovamento dall’uso di un linguaggio comune, ma anche lo stesso scrivere. Chi scrive, infatti, vuole essere inteso dai contemporanei, ma anche dai posteri: da qui la necessità di un monolinguismo e di un unico livello espressivo.
Tuttavia, vediamo che la lingua parlata cambia da una provincia all’altra e anche all’interno di una stessa provincia. Si creano poi variazioni linguistiche nel tempo, non solo nello spazio, e questo è di grande ostacolo per una corretta e precisa codificazione del parlato nella lingua scritta. Se partiamo da 300 anni addietro, molto è stato scritto, in versi e in prosa, ma non sono state definite leggi e regole per la lingua scritta. Queste avrebbero dovuto essere stabilite dai dotti che ci hanno preceduto, poiché lo scrivere non è che parlare pensando, con il vantaggio che il suo messaggio non svanisce sul momento. Tutto questo eleva gli uomini rispetto agli animali e, fra gli altri uomini, rende più nobile colui che conosce l’arte dello scrivere.
Penso dunque di far cosa utile per gli studiosi della lingua scritta, ormai numerosissimi, riportando una dissertazione avvenuta fra personaggi illustri. Credo che a voi, Monsignore, la cosa sarà gradita, poiché amate il latino, ma anche gli scritti in questa lingua e riuscite a coniugare il vostro ministero con le letture di prose toscane e l’ascolto dei poeti fiorentini, Voi avete la possibilità di attingere dal valente Lorenzo De’ Medici, vostro zio, che ha lasciato opere notevoli, tanto da rendere famosa la vostra città di Firenze, madre della lingua e delle sue leggi.

Giuliano era venuto in Vinegia nel tempo in cui eravate banditi da Firenze a causa dei dissidi con Carlo VIII re di Francia. Mio fratello invitò a pranzo due signori: era il suo compleanno, il 10 di dicembre, il penultimo della sua vita. In quell’occasione uno degli invitati, Ercole, espresse il bisogno di accostarsi al fuoco del camino, seguito dalla condivisione di tutti gli altri.
Riunitisi con le sedie attorno al fuoco, Ercole disse a Giuliano: “Voi, Magnifico, avete pronunciato una parola singolare – rovaio. In altra occasione non ne avrei colto il significato, ma penso che rovaio equivalga a vento di tramontana”.
Giuliano confermò l’interpretazione, ma Ercole, che prediligeva il latino, disse: “Non capisco cosa ci troviate di particolare in questa lingua, per farne un vanto e per volerla usare nello scrivere. Mi sarebbe gradito che voi riusciste a convincermi, tanto da indurmi anche a scrivere in volgare, come fate voi; oppure che fossi io a convertire voi nello scrivere soltanto in latino. È un peccato essere esperti in latino per poi abbandonarne l’uso e volgersi allo scrivere in volgare”.

Si fece silenzio, rotto infine dalle parole di mio fratello (messer Carlo): “Credo che sarebbe più facile per noi portare tali e tante ragioni da farvi mutare opinione, che non il contrario. D’altra parte, non mi stupisce molto che voi, messer Ercole, non cogliendo il gusto che deriva dallo scrivere e dal comporre in volgare, vi meravigliate che mio fratello Pietro vi dedichi invece tempo ed energie, trascurando il latino. Già altri dotti gli hanno mosso questo rimprovero, ma Pietro esprime loro semplicemente il proprio rincrescimento, paragonandoli a persone che posseggono ricchissimi palazzi in città lontane, mentre nella loro città abitano case molto modeste”.

Ercole: “Per voi, Pietro, per quale motivo il parlare in latino ci sarebbe lontano?”.
E mio fratello: “Questo va visto ponendo a confronto latino e volgare. La nostra vita quotidiana è immersa nel volgare, non nel latino, come accadeva ai Romani nei confronti della lingua greca. I Romani assorbivano la lingua latina insieme al latte materno, e in essa crescevano, avvicinandosi solo raramente al greco. Così accade per noi nei confronti del latino che non abbiamo appreso dalle nostre madri, ma dai maestri nelle scuole, e non ancora tutti lo hanno potuto fare. Di quelli, poi, che hanno appreso il latino non tutti e non sempre ne fanno uso”.

Il Magnifico: “E’ così, senza dubbio, Ercole, come dice il Bembo. Non solo la lingua volgare è per noi più vicina, ma è la nostra lingua madre, quando invece il latino è lingua straniera. Come i Romani avevano una lingua propria e naturale, il latino, e una straniera, cioè il greco, così noi possediamo il volgare come nostra lingua naturale di uso quotidiano e il latino che non è per noi naturale. Chi allora può vantare maggiori ragioni: Pietro che, usando il linguaggio nativo, trova anche il tempo di curare la lingua straniera o voi che, rifiutando la vostra lingua madre, lodate e seguite una lingua che vi è estranea?”.

Lo Strozza si rivolse a Carlo e a Giuliano: “Concordo sul fatto che il parlare volgare ci sia più naturale che non il latino, come l’esempio dei Romani per il latino e il greco. Tuttavia, anche voi dovete convenire su una cosa: che nello stesso modo in cui i Romani nutrivano maggior dignità e stima per la lingua greca, così per noi oggi il latino gode di maggiore onore e riverenza rispetto al volgare. Ogni popolo che fosse in questa situazione sceglierebbe sicuramente di scrivere nella lingua che si riveste di maggiore dignità. Se è vero quel che si dice, che il nostro volgare sia già stato usato dai Romani, soltanto oralmente, noi avremmo addirittura osato utilizzare il volgare nello scrivere, cosa che i Romani stessi avevano rifiutato. Questa sarebbe per noi una grande presunzione”.

Rispose il Magnifico: “Messer Ercole, noi ammettiamo che al tempo della romanità classica la lingua greca godesse di maggiore dignità e che ai giorni nostri si concedano maggiori onori alla lingua latina. Ciò è possibile, per il maggior tributo di onore dovuto a ciò che è antico, e in considerazione del più alto numero di scrittori greci esistenti nella romanità, come anche dell’attuale presenza di scrittori più onorati per quel che concerne la lingua latina, Ma ciò non significa che si debba sempre scrivere nella lingua considerata di maggiore dignità. Altrimenti i Romani non avrebbero scritto mai in latino né i Greci avrebbero abbandonato la lingua dei Fenici e questi ultimi la lingua egiziana o di altre origini. Se la conservazione della lingua originaria fosse stato un vincolo, sarebbe stato un male scrivere in altra maniera, come dire che si sarebbe dovuto conservare un’unica lingua originaria in assoluto, ma è un assurdo che non mette pena di parlarne. Allora, messer Ercole, è bene convenire che non le più degne e onorate forme del parlare siano da usare nello scrivere, ma quelle più congeniali e naturali, pur che abbiano i requisiti per assurgere anch’esse a dignità e grandezza così come è avvenuto per la lingua latina, così lodata e raccomandata da Cicerone ai suoi tempi. Non per nulla Cino da Pistoia, Dante, Petrarca, Boccaccio hanno conferito alla lingua volgare tanta autorità e dignità da acquisire essi stessi notevole fama. Chi deciderà di scrivere in volgare può a buon diritto sperare di acquisire notorietà. Scrivere oggi ostinatamente in latino, come poteva essere per i Romani continuare a scrivere sempre in greco, sarebbe un po’ come portare alberi nella foresta. Il fatto, poi, che la lingua volgare sia stata anche lingua dei Romani, come voi dite, messer Ercole, penso proprio che non ne siate convinto”.

Messer Federigo, dopo lungo silenzio: “Non so come valutare le affermazioni di messer Ercole che reputo uomo di grande giudizio. Ma posso dire che ho già udito da altri qualcosa di simile, in particolare da uno che tutti noi stimiamo moltissimo, persona di grande equilibrio”.

E lo Strozza: “E perché, messer Federigo, costui sostiene tale tesi?”.

Messer Federigo: “Per il motivo che, se a quei tempi si fossa trattato di lingua, ne avremmo testimonianza negli edifici antichi, nelle necropoli, come ci è pervenuto dalle culture latina e greca. Numerosissimi sono i reperti archeologici in Roma, riportanti scritte in latino e in greco, ma in volgare nessuno. Anche se il volgare fosse germogliato fra la gente umile e non nei ceti elevati, pare impossibile che non ce ne sia pervenuto un minimo segno, neppure attraverso i libri. Possiamo allora concludere che, così come noi ora abbiamo due lingue, una moderna che è la volgare, l’altra antica che è la latina, per i Romani di quei tempi si trattava parimenti della lingua latina e della lingua greca. Non è provato che i Romani ne avessero una terza, più scadente rispetto alla latina. E se noi oggi siamo in grado di apprendere il greco, caro Giuliano, dobbiamo essere grati a vostro padre, Lorenzo il Magnifico, che ha sfrondato la cultura di tutta l’Europa e di tutta l’Asia. E ne traiamo grande vantaggio, per la comprensione dello stesso latino che dal greco deriva; ma non per questo pensiamo di scrivere e comporre in greco, se non per nostro diletto”.

Messer Ercole: “Mi accorgo che ho imboccato una strada ardua, con tre interlocutori così agguerriti. Ma proseguirò su questa via, provando più onore che vergogna se ne uscirò sconfitto, anche perché sono interessato a conoscere più che a contrastare. A parte il resto, se la lingua volgare non esisteva nei tempi della romanità, come e quando fece allora la sua apparizione?”.

Messer Federigo: “Non è possibile conoscere il quando, se non si va a presumere dal tempo delle prime invasioni barbariche e dalla frequenza e dalla durata degli insediamenti di genti barbare in Italia. Per quanto riguarda il come non si sbaglia a dire che, data l’estrema diversità fra la lingua romana e quelle dei barbari, si sia verificata una commistione di parole e significati fra idiomi diversi che, col tempo, hanno dato origine alla attuale lingua volgare la quale, d’altra parte, conserva in maggiore misura il colore della lingua romana per l’influsso del contesto di origine. I barbari, inoltre, appartenevano a nazioni diverse, tanto che tra diversi contributi linguistici nessuno in particolare è riuscito a prevalere a scapito della parlata romana. Si sono infatti alternati sul suolo italiano Francesi, Borgognoni, Tedeschi, Vandali, Alani, Ungheri, Mori, Turchi, Goti, Longobardi. Questi ultimi vi dimorarono per più di 200 anni. Fu così che la nostra bella e misera Italia cambiò, insieme con la reale maestà dell’aspetto, anche la gravità delle parole e finì con l’adottare un parlare servile”.

Il Magnifico: “Voglia Iddio, Messer Federigo, che non si ritorni a usare la lingua dei conquistatori. Faccio riferimento alla Francia e alla Spagna che noi stessi abbiamo chiamato in Italia per via delle nostre discordie interne”.

Messer Ercole: “Magari, Giuliano, non fosse accaduto ciò che è accaduto: ora staremmo meglio senz’altro. Trascuriamo di lagnarci di ciò che è passato, visto che non serve, torniamo piuttosto alla lingua volgare. Se, messer Federigo, questa lingua iniziò quando e come voi sostenete, il che mi pare verosimile, l’arte di fare versi e rime in quale epoca e da quale nazione trasse origine? Ho udito affermare più volte che gli italiani hanno appreso quest’arte più che averla ritrovata”.

Messer Federigo: “Nello specifico non si può sapere. Non ci giunge memoria di ciò che accadesse prima del secolo di Dante. C’è tuttavia una contesa fra due modelli: quello siciliano e quello provenzale. Dei Siciliani non ci rimane altro che la fama goduta a quel tempo, restando scarse tracce di poeti antichi. Era il tempo in cui la corte dei napoletani risiedeva in Sicilia; allora si scriveva in volgare, ma questo volgare si chiamava siciliano (Ciciliano), cosa che perdurò, si disse, fino ai tempi di Dante. Non così per quanto riguarda i Provenzali i quali hanno fornito una grande produzione che fu utilizzata dagli antichi Toscani, i primi fra gli italiani a comporre in rima. Questo vi posso testimoniare, avendo io trascorso in Provenza molta parte della mia fanciullezza”.

Il Magnifico: “Se non spiace a messer Carlo e a messer Ercole gradirei, messer Federigo, che mi diceste quali cose i rimatori toscani hanno tratto dai provenzali”.

Allora mio fratello: “D’accordissimo nel sentire messer Federigo e nell’argomentare sulla parlata provenzale”.

Messer Ercole: “Anche per me. Vedo che riesco a entrare meglio nella logica del discorso. Ma mi stupisce molto pensare a come dalla lingua provenzale, di cui oggi si sente poco parlare, possano essere stati presi elementi da parte dei poeti toscani, pur famosi”.

Messer Federigo: “Vi dirò, anche se il ricordo ha perso in freschezza di contenuti, e inizierò dalle perplessità espresse da messer Ercole. La parlata provenzale godeva, nel momento della sua massima espansione, di primato assoluto in tutto il ponente. Chiunque, a quei tempi, avesse voluto scrivere o verseggiare in modo elegante, avrebbe fatto ricorso al provenzale. Tanto la fama della lingua provenzale si accrebbe, che non solo i Catalani, gli Spagnoli, ma anche molti Italiani si diedero a scrivere e a poetare in provenzale. Ricordo Lanfranco Cicala, Bonifazio Calvo e Folchetto di Marsiglia. Ma anche la vostra patria, messer Carlo, annoverò poeti in questa lingua, come ad esempio Bartolomeo Giorgio, Sordello, Alberto Malespini. Ancora oggi se ne leggono più di cento poeti. E ciò non stupisce, in quanto, in assenza di scorribande barbariche e di invasioni straniere, la vita tranquilla e allegra che vi si conduceva era di incoraggiamento allo scrivere, così credo. Non esistono infatti rime più antiche di quelle provenzali, se non quelle in un latino ormai decaduto. Non vi è dubbio, allora, che la lingua fiorentina abbia attinto dai provenzali, più che da altri. Parimenti, oggi, si può constatare come non vi siano rime più antiche di quelle toscane, se si esclude il provenzale. Anche molti stili sono stati ereditati dal provenzale, come molte maniere di canzoni, come le sestine, l’uso di versi più brevi dell’endecasillabo (i versi rotti). I Toscani, inoltre, presero dal provenzale molte voci, come poggiare, obliare, rimembrare, assembrare, badare, donneare, riparare, gioire, calere, guiderdone, arnese, soggiorno, orgoglio, arringo, guisa, uopo”.

Messer Ercole: “Come, uopo? Non è forse voce latina?”.

Messer Federigo: “Fu usata dai Provenzali molto tempo prima che non dai Toscani. Così come le voci chero (cerco), quadrello, onta, prode, talento, tenzona, gaio, isnello, guari (molto), sovente, altresì, dottare, dotta. Molte di queste voci si leggono in Guido Guinicelli, in Guido Cavalcanti, in messer Cino, in messer Onesto, in Buonagiunta, in messer Piero delle Vigne, in Dante, in Boccaccio. Dante prese molte parole dai Provenzali. In queste imitazioni il Petrarca fu molto più restìo (usò ha in luogo di sono, usò onde in luogo di con la quale). Molto spesso la e provenzale iniziale di parola si tramutò in i (ispesso, istimare). Mentre, con il tempo, la lingua toscana prese a crescere in onore e apprezzamento, la provenzale vedeva via via sfumare la propria importanza, sino a dileguarsi. Oggi gli abitanti di Provenza scrivono e parlano in altro modo. Le scritture dell’idioma passato richiedono studio per essere comprese. Perciò non è da meravigliarsi, messer Ercole, se la lingua provenzale, un tempo fiorente, conserva ora scarsa rinomanza”.

Seguì uno scambio di opinioni fra i presenti, a esclusione di messer Ercole il quale, dopo qualche attimo di riflessione: “Ero soprappensiero, non ho colto ciò che stavate dicendo fra voi. Potete ripetere?”.

Il Magnifico: “Certamente, eravamo consenzienti con messer Federigo. Ma voi a che cosa pensavate?”.

Messer Ercole: “Pensavo che se, da ciò che ho udito, mi dedicassi a scrivere in volgare, mi sentirei spiazzato e non saprei come cavarmela senza danno; cosa che non mi capita se scrivo in latino. La lingua latina gode di regole e modalità universali ed è la stessa sia a Roma sia a Firenze o a Milano. Scrivendo in latino, pertanto, non incorrerai in errori. Non così per il volgare, perché il volgare che si parla a Napoli non è lo stesso di quello che si parla a Milano né a Firenze e così via. Corre molta dissomiglianza tra una regione e l’altra; è questo che mi renderebbe impacciato, per il motivo che non saprei quale forma espressiva adottare”.

Mio fratello, sorridendo: “E’ evidente che non conoscete il libro composto dal Calmeta (Vincenzo Colli) sulla poesia volgare, dove l’autore affronta appunto questo dilemma”.

Lo Strozza: “Infatti, messer Carlo, non l’ho letto; raramente mi viene in mano qualcosa in lingua volgare. Ma, dite, di che si tratta?”.

Mio fratello: “È, questa, una lingua cortigiana che sta sopra a tutte le singole parlate locali”.

Il Magnifico: “E che razza di lingua cortigiana è? Le corti sono innumerevoli e in ognuna di esse si parla una lingua cortigiana, a differenza della parlata in uso al popolo”.

Mio fratello: “Il nostro Calmeta indica come lingua cortigiana quella della corte romana, la prima fra tutte: non quella dell’uomo comune, ma quella usata da quelli della corte che in Roma dimorano”.

Il Magnifico: “E in Roma dimorano diversissime genti pure di corte. Vi sono cardinali spagnoli, francesi, tedeschi, lombardi, toscani, veneziani, e signori di strane nazioni molto differenti e lontane fra loro. E lo stesso Papa (Alessandro VI) è di Valenza, ma potrebbe essere genovese o altro. Se c’è questa grande varietà, non vedo che cosa possa intendere il Calmeta per lingua cortigiana”.

Mio fratello: “Intende quella lingua che è in uso alla corte di Roma. Non lo spagnolo o il francese o il milanese o il napoletano di per sé, ma quella che scaturisce dalla loro mescolanza e che ora è d’uso corrente tra le genti della corte. Trifone Gabriele, uomo dottissimo in questioni volgari, spiega che, come i Greci hanno quattro lingue differenti, ma fanno capo a una che non corrisponde a una di esse in particolare, ma ne contiene molti elementi e molte qualità, così accade per le lingue romane, dalle quali origina quella a cui sto accennando, con sue regole, sue leggi, suoi termini, suoi limiti”.

Il Magnifico: “Il paragone calza. Ma che cosa disse in merito messer Trifone?”.

Mio fratello: “Disse che le quattro lingue greche si erano conservate, mentre quelle romane, molto più numerose, subivano mutamenti a seconda della frequenza dei signori della corte, come le onde del mare: era un fatto di influenza linguistica, con una prevalenza che poteva variare”.

Il Magnifico: “Quella lingua che scaturisce dalle influenze di tutte le altre, non solo non ha motivo di prevalere, ma non so neppure se possa essere considerata vera lingua”.

Messer Ercole: “Come, non è lingua? Forse che oggi a Roma, in corte, si parla e si ragiona in un idioma che non è lingua?”.

Il Magnifico: “Si parla e si ragiona come in altri luoghi, ma questo non è lingua, perché non si può chiamare lingua nessun idioma che non sia usato dagli scrittori. Per le lingue greche gli scrittori c’erano. Chiamiamo lingua la latina in virtù di Plauto, di Terenzio, di Virgilio, di Varrone, di Cicerone, ma il Calmeta non enumera scrittori per la lingua che egli così tanto loda. Ogni lingua, poi, ha in sé certe qualità che fanno di essa una vera lingua, e queste qualità si ritrovano soltanto negli scrittori. Prendo ad esempio il Boccaccio e il Petrarca per quanto riguarda la lingua toscana. Quale autore proporrà il Calmeta a questo scopo? Nessuno, per certo, dato che non ve n’è traccia”.

Messer Ercole: “Allora ha ragione messer Carlo: se lingua non è quella che il Calmeta prepone a tutti gli idiomi italiani, nessun popolo d’Italia potrà dolersi della sua sentenza. Ma non per questo, Giuliano, abbandono il mio dubbio”.

Il Magnifico: “Rimarrete nel dubbio se non seguirete coloro che, non sapendo ragionare toscanamente, biasimano quelli che lo fanno e finiscono per scrivere senza alcuna legge, seguendo ogni modo sciocco che riescono a trovare. Chiedete al Bembo come mai suo fratello, messer Pietro, ha dettato i suoi Asolani libri in lingua fiorentina anziché in quella della sua città”.

Mio fratello: “Il motivo è questo: molti Greci, quantunque non ateniesi, componevano di preferenza in lingua attica, ritenendola più vaga e più gentile”.

Lo Strozza: “Messer Carlo, reputate la lingua fiorentina più gentile e più vaga della vostra?”.

Messer Carlo: “Senza alcun dubbio, messer Ercole”.

Lo Strozza: “Ma per quale motivo quella lingua è più gentile della vostra?”.

Mio fratello: “I motivi sono molti, messere Ercole: il suono più dolce, più vago, più spedito, più vivo, assenza di parole tronche, rispetto delle regole nella parlata toscana. La nostra lingua, per altro verso, non ha scrittori di prosa e ne ha pochissimi di poesia, eccezion fatta per Leonardo Giustiniano, più cantore che scrittore. In quanto a Niccolò Lelio Cosmico di Padova, viene letto per il motivo che s’è allontanato per buona parte dal suo parlare veneziano. Differentemente dalla nostra lingua, il toscano è molto più adatto allo scrivere, riuscendo a soddisfare qualsiasi esigenza espressiva. Le lingue sono tanto più belle e buone quanto più hanno illustri e onorati scrittori, sicché, messer Ercole, la lingua fiorentina non ha altra lingua che la sopravanzi”.

Lo Strozza: “Questa è una lode al vostro parlare, Giuliano, molto credibile a vedere da chi proviene. Ma voi, messer Federigo, che ne pensate?”.

Messer Federigo: “Concordo pienamente. Anzi, non solo i compositori veneziani di rime scrivono in fiorentino, ma ciò si avvera per tutti gli altri italiani. Scrittori di prosa, toscani a parte, ce ne sono pochi. Ritenetevi fortunato, Giuliano, del fatto che possedete per natura questa parlata”.

Mio fratello: “Giuliano deve proprio gioirne, messer Federigo. C’è però uno svantaggio ad essere nato nella lingua fiorentina: non si apprezza abbastanza quello che si ha. Al contrario, chi non è toscano, valuta la lingua toscana vaga e gentile. E allora, Giuliano, accade che voi fiorentini non fate uso della vostra lingua con lo stesso riguardo che viene adottato dagli altri. Anche se attingete agli scrittori toscani, nel momento in cui vi accingete a scrivere infarcite i vostri componimenti di una moltitudine di voci popolane che deturpano la scrittura. Per me, Giuliano, voi siete comunque un’eccezione: educato in modo raffinato, ora ragionate come un onorato scrittore”.

Il Magnifico: “Messer Carlo, non voglio rispondere a ciò che avete detto di me. Voglio dire che non escludo che messer Pietro vostro fratello e altri, che fiorentini non sono, prendendo a modello la lingua dei nostri antichi scrittori, riescano a scrivere come noi. Ma non so se per questo il vostro scrivere sia più lodevole del nostro, per il motivo delle variazioni che le parlate subiscono nel tempo. Le scritture, infatti, devono adattarsi ai tempi, in quanto devono servire ai contemporanei, non a coloro che sono stati. Nei tempi antichi il nostro parlare era rozzo, grosso, materiale e sapeva di contado. È per questo che Guido Cavalcanti, Farinata degli Uberti, Guittone e altri ancora composero le loro rime con parole materiali e grosse, come blasmo, placere, meo, deo, bellore, fallore, lucore, amanza, saccente, coralmente. Da loro si discostò molto Dante, nella Vita Nuova, nel Convito, nelle Canzoni e nella Commedia. Dante seguiva e assecondava il mutamento della lingua, perché voleva piacere ai suoi contemporanei. Anche il Boccaccio e il Petrarca si adeguarono a queste mutazioni. Allo stesso modo, per noi sarebbe disdicevole ricusare la nostra lingua attuale per metterci a comporre nello stile di Petrarca o di Boccaccio, perché allora, messer Carlo, scriveremmo per i morti. La natura ha dato a ognuno una bocca per parlare e in ogni nazione si parla in un determinato modo. Come sarebbe assurdo insegnare ai nostri figli in tedesco anziché nella nostra madre lingua, così sarebbe biasimevole mettersi a scrivere nella lingua che è appartenuta ad altri secoli”.

Mio fratello: “Se non mi inganno, Giuliano, avete piantato le vostre ragioni su un fondamento debole, dicendo che i componimenti devono accostarsi al parlare popolano. Di questo passo sarebbero allora da lodare maggiormente coloro che scrivono popolarescamente. Così Virgilio sarebbe stato adombrato da declamatori di piazza. La lingua delle scritture, Giuliano, non deve accostarsi a quella del popolo. Secondo me gli scrittori non devono piacere soltanto ai contemporanei, ma anche ai posteri. Anche se non possiamo raffigurarci come saranno le parlate fra molte generazioni, noi abbiamo il dovere di comporre in modo che la bellezza delle nostre opere sia duratura e apprezzata nei secoli. Virgilio, Cicerone e altri scrissero in latino; Omero, Demostene e altri in greco: nessuno di loro scriveva secondo il parlare in uso e in bocca al popolo della loro epoca, ma in omaggio a criteri di bellezza letteraria. Se il Petrarca avesse composto le sue canzoni con la favella del volgo, credete che esse sarebbero così belle e preziose come sono? Neppure il Boccaccio ragionò mai con la bocca del popolo, per questo la sua fama è sempre attuale. D’altra parte, non si dirà che si possa fare un tutt’uno del ragionare del popolo e del ragionare di Cicerone. Così per Demostene in Grecia e, nella commedia, per Aristofane e per Terenzio. Essi riuscivano a farsi intendere dal popolo, ma senza utilizzare i registri linguistici propri del popolo. Se voi, Giuliano, sostenete che gli scrittori debbano ragionare in modo da farsi intendere dal popolo, questo lo ammetto, ma non per tutti gli scrittori; ma non che essi debbano ragionare come il popolo. Ci sono molti oratori che fanno abbondante uso di voci nuove, sconosciute al popolo, ma sanno trattarle con tale sentimento da farsi alla fine intendere. Se questo modo di esprimersi nel parlare ne aumenta la dignità e la grazia, a maggior ragione ciò deve avvenire nello scrivere. Una schiera innumerevole di scrittori non si pone il problema di farsi intendere dal popolo; anzi, non ne tengono affatto conto. Il mantovano Virgilio sapeva invece scrivere ai contadini. Eppure, tutto questo nulla toglie alla grandezza dei componimenti latini. Non è la moltitudine, Giuliano, che conferisce dignità alle composizioni letterarie, ma ciò è dovuto a pochissimi uomini, reputati dotti, alle parole dei quali ognuno dà credito. E i dotti non giudicano il bello scrivere finalizzato all’epoca contemporanea, ma in quanto in qualsiasi epoca esso possa essere valutato bello, a prescindere dal popolo. Non c’è altro: si deve scrivere bene più che si può. Mi potreste osservare – Da dove si prende questo scrivere bene? Sempre dagli scrittori antichi? – Non sempre, Giuliano, ma quando ne vale la pena. Cicerone o Virgilio non erano tenuti a rifarsi a Ennio o ancora prima di lui; ne sarebbero usciti svantaggiati. Come diceste voi, che il Petrarca e il Boccaccio non dovevano adottare il parlare di Dante, meno ancora quello di Guido Guinicelli e di Farinata. Ma può accadere, Giuliano, che talvolta sia conveniente affidarsi a stili di epoche passate. Gli stessi Seneca, Tranquillo, Lucano, Claudiano e molti altri che furono attivi dopo il secolo di Giulio Cesare e di Augusto, ne avrebbero guadagnato se avessero ricalcato gli stili di Virgilio e di Cicerone. E molto meglio sarebbe per noi se prendessimo esempio dal Boccaccio e dal Petrarca. Non per questo diciamo che scriviamo più per i morti che non per i vivi. Per i morti scrivono gli uomini di volgo privi di giudizio. La lingua latina, come si è detto, era lingua madre per gli antichi, come lo è ora il volgare per noi. Non per questo si può affermare che chi scrive in latino scriva per i morti”.

Messer Federigo: “Non posso aggiungere altro, vista la veridicità di quello che si è detto. Ma mi accorgo che si sta facendo sera. Se Giuliano non desidera aggiungere altro, dovremo congedarci”.

Il Magnifico: “Neppure io voglio aggiungere altro, posto che, vadano le lodi maggiori alla lingua antica o alla fiorentina, ne viene in ogni modo onore alla mia patria. Partite quando desiderate, dunque, messer Federigo, se messer Ercole è riuscito a dissipare sufficientemente i propri dubbi”.

Lo Strozza: “L’aver ricevuto chiarimenti sulla lingua volgare, in merito alla quale ero completamente digiuno, ha risvegliato in me il desiderio di parlarne ancora, e lo farei volentieri se non si fosse ormai fatto tardi, come ha osservato messer Federigo e come vedo che è e se non avessimo dato di già troppo disturbo a messer Carlo”.

Mio fratello: “Nessun disturbo, è stata una giornata redditizia. Sono io che ho causato disagio a voi messer Ercole, e a tutti gli altri, e per questo vi chiedo scusa, anche se non me ne dolgo. Chissà se ne avrò ancora occasione. Ma, questo a parte, se voi decideste di scrivere qualche volta nella lingua che usate nel parlare, penso che dovremmo ritrovarci per parlarne”.

Lo Strozza: “Come dite voi, non sono mai riuscito ad accettare questa lingua. Se avremo modo, certamente riprenderemo il discorso”.

Mio fratello: “Allora, visto che lo ritenete possibile, possiamo andare”.

Dopo che tutti furono d’accordo sul tornare a casa di mio fratello il giorno appresso, dopo il desinare, si alzarono. Mentre si avviava verso le scale, lo Strozza aggiunse: “Chiaritemi un dubbio, messer Carlo: se uno scrittore prendesse in considerazione alla stessa misura la lingua toscana e quella antica, traendone le parti migliori e mescolandole, non sarebbe lodevole?”.

Mio fratello: “Lo reputerei degno di lode se la lingua nata dalla mescolanza risultasse migliore della lingua antica. Ma non è facile. Lo scadente, aggiunto al migliore, non può accrescerne il valore, lo può diminuire: il pane non diventa più buono se al grano si mescola la saggina. In tal caso non apprezzerei tale mescolamento”.

Ciò detto, scese le scale. Giunti in prossimità dell’acqua, mio fratello si fermò e i tre, saliti in una delle nostre barchette, partirono.

Immagine di Copertina tratta da Antonio Socci.

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