Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 3 di 24
Capitolo 21° – Rimpianti e speranze (1842-1848)
Il 12 ottobre 1847 Garibaldi e Anzani scrivono una lettera al nunzio apostolico Badini in Rio de Janeiro, offrendo il loro aiuto in armi a Pio 9°. Il nunzio rispose evasivamente; rispose forse non dandosi neppure la pena di spedire a Roma la lettera troppo generosa, troppo fidente, troppo entusiasta, troppo ingenua per non aver fatto sorridere il feroce prelato, che più tardi guidava gli austriaci su Bologna e con essi gareggiò d’infamia contro la bombardata città, superandoli nelle rappresaglie crudeli. Il filosofo della storia, che, fra molti anni, dovrà giudicare gli avvenimenti del 19° secolo stupirà della sfacciata impudenza delle reazioni, di soldati, di principi e di preti, nel mentire di libertà, affilando in segreto le armi per assassinarla. (247-248)
Dopo la partenza di Anita e figli per Genova, Garibaldi partì da Montevideo il 15 aprile 1848 con 62 legionari, sul brigantino “Speranza” che batteva bandiera orientale. E i destini maturavano. Milano insorgeva. Carlo Alberto varcava la frontiera. La guerra all’Austria era dichiarata e tutto arrideva alla rivoluzione italiana, benedetta persino, e fu la sua sventura, dal dio cattolico. Il dio del diritto divino, del diritto feudale, del diritto canonico. Il dio dei potenti, dei prepotenti, il dio dei ricchi e dei preti. (254)
Capitolo 22° – Riassunto (1836-1842)
Erano trascorsi 11 anni dal giorno in cui Rossetti e Garibaldi uscivano dal porto di Rio Janeiro col loro guscio (la “garopera Mazzini”) armato in corsa, con 12 uomini d’equipaggio per combattere la potente marina del grande impero brasiliano! (255)
Undici anni, neppure, dal giorno che all’altezza della punta dell’Itapekoroïa, Garibaldi e Rossetti misero in terra passeggeri ed equipaggio della nave brasiliana predata, la “Luisa”, che doveva condurre Garibaldi ferito a Bajada (Paranà)… Undici anni appena, dall’incontro con la poetessa delle “barrancas” e delle “pampas”, undici anni dallo scontro avvenuto coi lancioni montevideani, nell’estuario del Plata, presso la punta di Gesù Maria. La prigionia dolce in casa di Jacinto Andreus, la fuga, la tortura, la liberazione, l’incontro a Montevideo nuovamente con Rossetti, con Cuneo, con Castellini, ospite l’amico Pesente. La partenza per Rio Grande, l’accoglienza di Bento Gonçales, il cavalleresco presidente della provincia insorta contro l’impero brasiliano. Le prodezze del giovane marinaio, nuovamente pirata, nella laguna di Los Patos, le ospiti gentili, i primi sospiri per la bella abitatrice dell’estancia, sulle sponde dell’Arroyo Grande, di donna Ana. La dolce, la soave Manuela. La sorpresa di Moringue al Galpon de Quarqueada, l’eroica difesa, la vittoria, John Grigg. Il fedele amico. Il passaggio di Capibari coi lancioni trascinati dai buoi, varati poi nel lago di Taramanday, lanciati nell’Atlantico, il terribile, tragico naufragio all’imboccatura dell’Anringua. I poveri compagni perduti, Edoardo Matru, Luigi Corniglia. La laguna di Santa Caterina, le vittorie con Canabarro. L’amore per Anita. Il Rio Pardo, la Cassapara, il Seival, le battaglie. Il Rio Pardo e il Seival contro tutta una flotta. L’eroina riograndese. I sinistri di Canabarro, la rivolta dei Caterinesi, il triste sacco di Imiriù, l’incendio della squadra. A Cima di Sierra, a Santa Vittoria sul fiume Pelotas, battaglie e vittorie di Texeira e Garibaldi – La battaglia di Coritibani, la meravigliosa difesa contro la cavalleria di Mello, la ritirata: Anita prigioniera, Anita libera, l’incontro a Lages, la battaglia di Taquary, l’assalto di San Josè do Norte. Anita madre! L’assalto di Moringue, la disastrosa ritirata per la Serra, la foresta di Las Antas. Menotti salvo! Garibaldi giunse mandriano a Montevideo. Montevideo sperò di contrapporre all’ammiraglio nemico un altro ammiraglio. E Brown finalmente trovò un competitore degno di lui a Costa Brava, dovunque poté incontrarlo. La spedizione dell’Uruguay, “la più brillante campagna della mia vita”, scrisse Garibaldi. Il combattimento, diciamo la vittoria, di Sant’Antonio, oltrepassa la leggenda degli eroismi antichi. (256) Pachecho y Obes, ministro nel 1850 della Repubblica Orientale, difendendo la propria patria, come Garibaldi calunniata, così scriveva di lui: “… nella casa di Garibaldi … dell’uomo infine che dava ogni giorno la propria vita per Montevideo, di notte non si accendeva il lume, perché nella razione del soldato – unica risorsa sulla quale Garibaldi contasse per vivere – non erano comprese le candele. Il ministro (Pachecho stesso) mandò il suo aiutante di campo G.M. Torres con cento patacconi (500 lire) a Garibaldi, il quale, ritenendo per sé la metà della somma, restituì l’altra, affinché fosse recata nella casa di una vedova, che, secondo lui, ne avrebbe avuto più bisogno. Cinquanta patacconi (250 lire), ecco l’unica somma che Garibaldi ebbe dalla repubblica. … la sua famiglia visse nella povertà: egli non fu mai diversamente calzato dei soldati.” … Gli atti di valore, di generosità, atti di umanità e, diciamolo anche, di amore per la triste razza umana furono infiniti… (257)
Capitolo 23° – Il ritorno in Italia (1848-1850)
Storia dell’Uruguay (dall’Enciclopedia Rizzoli-Larousse)
La contesa fra Spagna e Portogallo, terminata col trattato di San Ildefonso (1777), si concluse con l’assegnazione della Colonia del Sacramento (tra il Rio de la Plata e il Brasile) alla Spagna. L’evangelizzazione venne attuata dai francescani e dai gesuiti. I missionari cattolici esercitarono però poca influenza sulle fiere tribù Charrúa che vennero successivamente annientate. Nel 1807 gli Inglesi occuparono il porto di Montevideo (fondato nel 1726). Dal 1811 iniziò la guerriglia, con Artigas, capo dei nazionalisti uruguaiani. Nel 1821 i Portoghesi attuarono la conquista dell’Uruguay che venne annesso al Brasile. Nel 1825 l’Uruguay passa all’Argentina. Per intervento degli Inglesi (1828) la Repubblica Orientale dell’Uruguay è indipendente. La costituzione data al 1830. Lotte interne fra i colorados (Rivera) e i blancos (Oribe). Garibaldi, giunto a Montevideo nel 1842, sostenne vigorosamente Rivera e nel 1843 costituì la legione italiana. – Dopo l’insurrezione dell’argentino Urquiza contro Rosas (1851) le truppe uruguaiane si allearono a Urquiza fino alla caduta della dittatura (1852). Nel 1865 l’Uruguay è alleato di Brasile e Argentina contro il Paraguay. Seguirono brevi e agitate presidenze e dittature. Dal 1890 con i civilisti e il presidente Batlle y Ordóñez si fanno importanti riforme.
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Garibaldi giunge a Nizza il 23 giugno 1848, dopo 14 anni di lontananza. (260)
Poco dopo muore Anzani, amato da Garibaldi il quale scrive: “Io non ho conosciuto un uomo più compito, più onesto, e più altamente militare d’Anzani.” (262)
Capitolo 24° – La guerra nel Lombardo-Veneto (1848-1850)
Se Mantova e Verona avessero imitato le altre città venete, Radetzky non avrebbe trovato salvezza che ripassando le Alpi; al comandante di Verona vennero in soccorso le esortazioni e le preghiere dei preti, che impedirono l’insurrezione. (266)
Il pontefice… non osando opporsi apertamente alla rivoluzione da lui stesso incoraggiata, e non volendo neppure inimicarsi l’Austria, si appigliò ad un mezzo termine e inviò un corpo di truppe sul Po a custodire la frontiera. Dopo la presa di Goito, Valeggio, Mozambano, Borghetto… Finalmente, a rafforzare i piemontesi, marciarono 18 mila uomini dell’esercito romano. (267)
Carlo Alberto, tanto fidente nel Dio cattolico, diffidava del popolo, che tanto fidava in lui; diffidava della rivoluzione, ch’egli avrebbe voluto sfruttare bensì, ma non assecondare. Tutti gli slanci popolari erano paralizzati, specialmente in Lombardia, da’ suoi tristi agenti, preoccupati soltanto degli interessi dinastici di casa Savoia e de’ loro speciali interessi. – L’arredamento e le armi personali erano a carico dei volontari. … In compenso, il governo nazionale di Lombardia accattava gli ori e gli argenti domestici, insieme alle 35 lire (per il serrò, i pantaloni di tela russa e il berretto) per ogni volontario. E l’abbandono in cui erano lasciati i volontari che custodivano i passi delle Alpi? (272)
30 Maggio 1848: Gli Austriaci stanno per sfondare su Goito. Il generale Wohlgemuth, sbaragliate le truppe che aveva di fronte, stava per tagliare la ritirata ai piemontesi, allorché la brigata Cuneo rannodata e il secondo reggimento guardie, caricarono gli austriaci con tanto impeto, che essi dovettero ritirarsi in rotta. (274)
Capitolo 25° – A Genova, a Roverbella, a Milano (1848-1850)
Al tripudio e agli onori tributati a Garibaldi a Nizza e a Genova, Carlo A. si allarmò: molto sperando nella diplomazia, temeva, in quel momento, la rivoluzione più che l’austriaco. Per rivoluzione intendeva la repubblica, il popolo in armi, il quale forse non si sarebbe facilmente acconciato ai patteggiamenti di maggiorenti aristocratici. (278)
Carlo A. e Garibaldi: l’uno voleva un Piemonte ingrandito sotto il suo scettro; l’altro l’Italia una e libera. Due termini inconciliabili. – Scrive il Vecchi: “In ogni tempo la porta di alcune aule supreme la è sempre bassa: gli ambiziosi vi passano, perché necessariamente si curvano; gli altri no. E il generale Garibaldi non ha inchinato mai di sua vita che a Dio, alla verità, allo eroismo.” (282)
Garibaldi scrive agli amici di Montevideo: “Io lo vidi, vidi quell’uomo (Carlo A.) che aveva uccisi dei più nobili figli d’Italia, che aveva condannati alla morte me e tanti altri, e capii la freddezza del suo accoglimento. Carlo Alberto non rispose alla fiducia riposta in lui; certo è che egli fu la causa principale della rovina d’Italia.” (283)
Lo storico Vecchi, commentando l’incontro del generale Ricci con Garibaldi, concludeva: “Le sue nobili e generose espressioni (di Garibaldi) furono fraintese: il suo carattere franco e leale non piacque; egli stesso udì sussurrarsi all’orecchio come l’opinione della gente servile lo avesse in conto di venturiero e di peggio.” – Dunque, non solo l’accoglienza fredda e sdegnosa di Carlo A., ma anche l’insulto dei cortigiani. (284)
In seguito alla disfatta di Custoza e di Volta, il corpo comandato dal generale de Sonnaz ripiegava su Goito abbandonando le posizioni occupate, per un ordine scritto a matita dal cavalier Feccia di Cossato (firmato colonnello di Stato maggiore Casati). La cosa fu macchinata da Carlo A. – La ritirata sull’Oglio iniziò la sera del 27 luglio 1848, col massimo disordine; la fame fece maggiori vittime e cagionò peggiori disordini nell’armata che non il cannone austriaco. (286-287)
Capitolo 26° – Armistizio Salasco (1848-1850)
Il re fuggiva da casa Greppi, inavvertito dal popolo assediante; fuggiva non più il nemico, ma il popolo di Milano, le imprecazioni, gli insulti, le minacce, le maledizioni. Il re fuggiva a mezzanotte e S.E. Radetzky a mezzogiorno del 6 agosto (1848) ritornava trionfante nella Milano che l’aveva scacciato nel marzo. (300)
Garibaldi, fermatosi a Castelletto, sulla sponda destra del Ticino, con l’aiuto del paese, si apprestava ad arrestare l’avanzata degli Austriaci, quando arrivò l’ordine di abbandonare la posizione. Il 13 agosto 1848 dettò un proclama agli Italiani: “Se il re di Sardegna ha una corona che conservò a forza di delitti e di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita; ora che sono smascherati quei traditori che pigliarono le redini della rivoluzione per annichilirla; ora che sono note le ragioni dell’eccidio di Goito, della mitraglia e delle febbri a Mantova, dello sterminio dei poveri romani e toscani, delle codarde capitolazioni, il popolo non vuole più inganni. Noi vagheremo sulla terra che è nostra, non ad osservare indifferenti la tracotanza dei traditori, né le straniere depredazioni; ma per dare all’infelice e delusa nostra patria l’ultimo nostro respiro; combattendo senza tregua e da leoni la guerra santa, la guerra dell’indipendenza italiana.” (304-305)
All’intimazione di rientrare in Piemonte, giuntagli in seguito all’armistizio Salasco (ratificato il 9 agosto 1848), Garibaldi rispose non riconoscere l’armistizio, esser soldato d’Italia e per essa voler combattere fino agli estremi. (306)
Rimasto solo, Garibaldi dovette ripiegare da Morazzone in Svizzera, con un pugno di uomini, contro i 14.000 austriaci che avanzavano. Nel combattimento di Morazzone Garibaldi scrisse: “In quei momenti mi valeva immensamente il nostro Daverio, come un altro Anzani; nativo di quelle contrade, amato da tutte le classi, con un’anima imperturbabile, e valorosissimo, egli qualunque cosa trovava facile ed agevolava. Anche nel fisico Daverio somigliava a quell’incomparabile mio fratello d’armi di Montevideo.” (308)
L’ultima cartuccia contro lo straniero in Lombardia fu bruciata da Garibaldi; generosa, eroica protesta del popolo d’Italia, del suo eroe, contro il vilissimo armistizio Salasco, patto ignominioso che ancora oggi, dopo 52 anni, lo storico arrossisce di dover registrare. (310)
Capitolo 27° – La Repubblica Romana (1848-1850)
La storica promessa pronunziata “Italia libera dall’Alpi all’Adriatico!”, poi egualmente delusa, era già stata tradita nel 1848 dal re di Sardegna, prima ancora di averla solennemente pronunziata. Il Libro Azzurro inglese reca la lettera dell’ambasciatore britannico in Torino a lord Palmerston, nella quale i torvi pensieri, il tradimento di S.M. sarda sono rivelati. Fin dal 7 luglio 1848, Venezia – donatasi a Carlo A. il 4 – era stata offerta dal re stesso, come indennità di guerra al nemico, non ancor vittorioso. Il 10 luglio (13 giorni prima della battaglia di Custoza) l’ambasciatore inglese scriveva aver ricevuto una lettera “scritta di tutto pugno da Sua Maestà Sarda” in cui il re avrebbe accettato proposte di annessione della Lombardia e dei Ducati di Parma e Modena al Piemonte. (311)
E il 9 agosto 1848 il quarto articolo dell’armistizio Salasco intimava l’abbandono di Venezia da parte delle forze militari sarde. Sventuratamente la storia ci presenta mille esempi di mercati di popoli contratti dai re; ma altro simile ed altrettanto odioso, credo non si possa ritrovare nella storia. (312)
La causa italiana era stata abbandonata dall’intiera Europa, e delle aspirazioni de’ coronati erano fedeli interpreti le spietate baionette austriache, rosse di sangue italiano, e l’insanguinato bastone croato, emblema dell’imperial regia civiltà teutonica, importata da Radetzky e da’ suoi luogotenenti in Italia, non la terra dei morti, come la qualificò il Lamartine, ma la terra dei martiri. (314)
Leopoldo di Toscana e Pio 9° ripararono a Gaeta. Gli Svizzeri, due reggimenti, che stanziavano a Bologna e a Forlì, si sciolsero. Roma proclamò la repubblica il 9 febbraio 1849. (315-316)
Calabria e Sicilia insorgono – 1848 – La rivolta di Calabria viene schiacciata. Filangieri, a capo delle truppe borboniche, muove su Catania e Messina. I forti borbonici, il fianco delle navi, i parapetti della riva vomitavano la distruzione, l’incendio, la morte. Nel monastero della Maddalena, atterrata la porta col cannone, si combatteva nel cortile, nei corridoi, nelle celle, negli anditi. I frati si cacciarono a capofitto uno dopo l’altro in un pozzo. E amici e nemici, in tanta confusione si ghermiscono, si mordono, si stracciano, si macellano e spirano. Le macerie fumanti si rovesciano sui loro corpi… la soldatesca incendia l’ospedale, orribile rogo nel quale trovarono la morte malati e feriti. L’eroina messinese che pugnava ad una batteria, assalita alle spalle dai regi dà fuoco ad un cassone di munizioni, che salta con gli assalitori, lasciando incolume la coraggiosa. Raggiunta dalle truppe, cade trafitta da cento colpi di baionetta; poi il misero cadavere fu lanciato dalle mura della città. Indicibili gli orrori del saccheggio, gli stupri, gli assassinii, le crudeltà più nefande, mentre Messina ardeva come un’immensa fornace, avvolgendo vincitori e vinti. Mai agonia della libertà d’un popolo fu con maggiore eroismo celebrata. (318-319)
A Torino, il generale Alfonso Lamarmora fu mandato, per ordine del re, a Parigi onde cercarvi un generale in capo (!), Venne scelto il polacco Adalberto Chrzanowsky. Il 16 dicembre 1848 Gioberti fu nominato presidente del consiglio (cui partecipava Camillo Cavour). Il suo programma si può riassumere in due parole: Confederazione fra gli Stati italiani, guerra per l’indipendenza d’Italia. (319)
Capitolo 28° – Garibaldi deputato (1848-1850)
Nel dicembre 1848 Garibaldi rivalicava l’Appennino per la terza volta, osteggiato dagli elementi politici; scrive: “Rivalicavasi adunque l’Appennino per la terza volta, sprovvisti i miei poveri compagni di un cappotto nel forte dell’inverno, in dicembre 1848, e tra i mali che inferirono contro di noi, e che ci tormentavano nel nostro povero paese, non minori furono le calunnie della parte pretesca, di cui il veleno, nascosto come quello del rettile, egualmente mortifero, s’era propagato tra le popolazioni ignoranti e ci aveva dipinti coi colori i più orribili. Secondo i negromanti, noi eravamo gente capace d’ogni specie di violenze sulle proprietà, sulle famiglie, scapestrati senz’ombra di disciplina, e per ciò temuto il nostro avvicinamento come quello dei lupi e degli assassini.” (333)
Garibaldi scrive dei suoi volontari: “Bella gioventù educata, quasi tutta elemento cittadino e culto, poiché è notorio che tra i volontari che ebbi l’onore di comandare in Italia l’elemento contadino è mancato sempre per cura dei reverendi ministri della menzogna.” (334)
Capitolo 29° – La spedizione francese (1849-1850)
Garibaldi scrive ad Anita, il 19 aprile 1849 da Subiaco: “Tu donna forte e generosa! con che disprezzo guarderai questa ermafrodita generazione di italiani, questi miei paesani, ch’io ho cercato di nobilitare tante volte, e che sì poco lo meritavano. È vero: il tradimento ha paralizzato ogni sentimento coraggioso; ma comunque sia, noi siamo disonorati, il nome italiano sarà lo scherno degli stranieri d’ogni contrada. Io sono sdegnato di appartenere ad una famiglia che conta tanto codardi”. (340)
Giunto ad Agnani il giorno dopo l’invio di quella lettera, Garibaldi fu subito chiamato a Roma: Oudinot era alle porte. Garibaldi scrive: “È vero che avevamo percorso un buon tratto d’Italia; ma considerando che ovunque eravamo stati rigettati dai governi, calunniati come solo sanno calunniare i preti, miseri sino agli estremi e per la maggior parte senz’armi, tutte mancanze che disgustavano i volontari e ne ritardavano l’organizzazione, si poteva esser soddisfatti del numero raggiunto (circa 1200).” (341)
Maggio 1849. Dopo la sconfitta subita da Oudinot, ad opera dei difensori della Repubblica romana, Roma fu presa d’assedio da quattro eserciti: gli austriaci, padroni di Bologna, si avviavano ad Ancona, mentre gli spagnoli occupavano l’Umbria superiore; contemporaneamente i napoletani, capitanati dal loro re, invadevano la Comarca e i francesi, in attesa di rinforzi, si preparavano a nuovi assalti. Quattro eserciti per assassinare la misera repubblica in nome del Dio cattolico e del suo vicario in terra! Quattro eserciti, tre dei quali veri eserciti di cannibali, aprivano la via fre le infelici popolazioni italiane con le rapine, le fucilazioni, gli incendi, le stragi, seminando lutti e squallore ad onore e gloria del pontificato. (362)
Immagine di Copertina tratta da Partido Colorado.

