Garibaldi nella sua epopea – Parte 2 di 24

Achille  Bizzoni

Garibaldi nella sua epopea

Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14

Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15

(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)

Parte 2 di 24


Capitolo 8° – Le cinque giornate di Milano – La guerra (1848)

La rivoluzione del 1848 richiamò dall’America Giuseppe Garibaldi, dopo 12 anni dal suo sbarco a Rio Janeiro. La parola calda e armoniosa, la bontà infinita, la fede incrollabile nella vittoria finale, il fascino irresistibile che si irradiava dalla sua bella testa nazarena, completavano la leggenda. (88)

Capitolo 9° – Garibaldi Corsaro! (1836-1838)

Gli emigranti accorrono oltre gli oceani onde sostituire a miglior mercato gli schiavi neri, per la filantropia del mondo civile rovinosamente rincarati. I negrieri mutarono nome, si chiamarono “Società di emigrazione”, leggi speciali regolano la tratta, non per proteggere l’emigrante, bensì per assicurare lauti lucri all’agente. (91)

Garibaldi parla dell’amico per la vita, Rossetti, incontrato a Rio: “Non sarà questa una delle tante emanazioni di quell’intelligenza infinita che può probabilmente animare lo spazio, i mondi e gli insetti che brulicano sulla loro superficie?” (92)

La dominazione portoghese (sul Brasile, dal 1654) era condannata dalla fatalità storica: il dominio dei gesuiti sulle coscienze, funestato per tutti i popoli cattolici, dovette rallentare il progresso di quel meraviglioso continente, il più ricco, il più ubertoso del mondo. (94)

(Riferito a Garibaldi nella pampa) Poeta innamorato delle bellezze della natura, dell’esistenza libera nei grandi deserti verdeggianti, abitati da miriadi di animali felici, perché non ancora soggiogati dall’uomo, che, schiavo egli stesso, si circonda di schiavi. Scrive Garibaldi: “Quanto è bello lo stallone della Pampa! le sue labbra non sentirono giammai il freddo ribrezzo del freno, e la lucidissima schiena, giammai calcata dal fetido sedere dell’uomo, brilla allo splendore del sole quanto un diamante. La sua splendida, ma non pettinata criniera batte i fianchi, quando il superbo, raccogliendo le sparse giumente o fuggendo la persecuzione dell’uomo, avanza la velocità del vento. Il naturale suo calzare, non mai imbrattato nella stalla dell’uomo, è più lucido dell’avorio, e la ricchissima coda svolazza al soffio del papero (vento della Pampa), riparando il generoso animale, dal disturbo degli insetti”. (101)

Garibaldi ferito al collo, mentre veleggia sulla “Luisa”. (La Luisa veleggiava sul Rio de la Plata, portando bandiera del Rio Grande do Sul anelante all’indipendenza dal Brasile). È curato dal fedele Luigi Carniglia che lo salva. Di lui scrive: “Non aveva avuto istruzione letteraria nel paese (Deiva, presso Genova) ove il governo ed i preti mantengono 17 milioni di analfabeti”. (104)

Garibaldi viene accolto benignamente da una goletta argentina (1837). Operato da Ramon dell’Arca, medico del governatore Pasqual Echague. Il proiettile, entrato sotto l’orecchio sinistro, aveva attraversato il collo e si era fermato sotto l’orecchio destro, a mezzo pollice dalla pelle: forte dolore quando Ramon scostava i tendini per estrarre il proiettile. – Corrispondenza con Giovan Battista Cuneo, di Oneglia, capitano di mare. Molte testimonianze sono riportate dalla Signora Mario. (107)

A G.B. Cuneo Garibaldi scriveva una poesia (108):

“Non fra pomposi ed aurei
Vaghi giardini simmetrici,
Non sotto immensi aerei
Archi e portenti artefici,
Ma tra l’ombrose selve
Piacesi il mio pensier.
“Non quando il ciel sereno
E de’ zeffiri l’alito
All’Ente fausto in seno
Diffonde un dolce palpito,
Ma quando mugghia il nembo
E scuote l’orbe inter.
“Non se Teti da spume
Tranquille erge la fronte:
Non se queto il bitume
Bolle nell’igneo monte,
Ma quando i flutti infuriano,
Quando rugge il cratèr.
“E che m’importa il bene
Di servi e abietta pace?
Che mi importan le catene
Di società mendace?
E di voi plebe immemore
Il codardo giacer?
“E che m’importa, Italia,
Se a liberi concenti
Di Allemagna e di Gallia
I bellici stromenti
Nel ciel di questa imbelle
Fan gli echi ridestar?
“Io la vorrei deserta,
I suoi palagi infranti,
Ed io dall’Alpi all’erta
Le sue città fumanti
Scorgere e con sardonico
Sorriso contemplar.
“Pria che vederla trepida
Sotto il baston del Vandalo,
Disonorata e fetida,
De le nazioni scandalo,
Il suo destin superbo
Stolida rinnegar.”

Nella fuga per Montevideo, Garibaldi fu tradito dalla sua guida, ricondotto a Gualeguay e sottoposto a tortura. Il comandante Leonardo Millan ordinò, vero discepolo dei gesuiti che infestarono quei paesi, fosse sottoposto a tortura. Scrive Garibaldi: “Due ore di quella tortura mi fece soffrire quello scellerato!!! Io che aveva consacrato tutta la vita a sollievo dei sofferenti; consacrata a far guerra alla tirannide ed ai preti, fautori ed amministratori di torture! … e senza l’anima generosa di una donna, io sarei morto. La signora Alleman, angelo virtuoso di bontà, calpestò il timore che tutti aveva invaso, e venne in soccorso del torturato!”. (109)

Capitolo 10° – Quattordici contro centocinquanta (1836-1842)

Manuela era il sogno del corsaro poeta: “Io adoravo il bello ideale in quell’angelica creatura, e nulla aveva di profano l’amor mio”. Di quel platonico amore più non dice Garibaldi, se non che egli rivedeva sempre con gioia il fiume diletto, l’Arroyo Grande, ombreggiato dal bochetto di tirivà (palma altissima) dietro il quale era l’estancia benedetta. (118)

Capitolo 11° – Spedizione di Santa Caterina (1836-1842)

Scrive Garibaldi: “Col coraggio, la volontà e la costanza non vi è impresa impossibile”. (127)

Garibaldi a fianco del generale Canabarro che comandava i riograndesi, combatteva contro gli imperiali come comandante di uno di tre lancioni, la Cassapara; gli altri due erano il Rio Pardo e il Seival (nomi di tre vittorie riportate dai repubblicani). (129)

Combattimento di Imbituba. Sembra la fine, ma, dopo strenua difesa, i repubblicani riescono a mettersi in salvo. Vi prese parte Anita, l’amazzone brasiliana. (130)

Capitolo 12° – La rotta di Cortibanos (1836-1842)

Garibaldi sposò Anita (Doña Ana Maria de Jesus, nata in Laguna – Brasile – figlia legittima di Don Benito Riveiro de Sylva e di Doña Maria Atonia de Jesus) il 26 marzo 1842. Anita Riberas, nata a Merinos, villaggio di Laguna. (134)

Sconfitto sul mare, Garibaldi è costretto, per ordine del generale Canabarro, a incendiare la propria flotta nella Laguna (1839). (136)

Capitolo 13° – La battaglia di Taquary (1836-1842)

Fra le battaglie di Taquary, San José de Norte, Coritibanos, nacque Menotti il 16 settembre 1840. – Garibaldi parla di Anita: “… a me era serbato il dolore di bagnare a lei con le mie lacrime le guance agghiacciate; e quando la suprema angoscia assalì il mio cuore, non mi fu permesso di gettare un pugno di terra, di deporre un fiore sulla tomba della madre dei miei figli!”. – Circa nove mesi prima della nascita di Menotti, Anita era stata al fianco di Garibaldi nella battaglia di Santa Vittoria, sfortunata per i repubblicani. Fatta prigioniera, non avendo trovato Garibaldi fra i caduti, fuggì a cavallo, con l’aiuto di una famiglia del luogo. Così la descrive Garibaldi: “Durante quel combattimento (S. Vittoria) Anita stette impavida a cavallo, esposta al fuoco”. – Poi, nella battaglia di Cortibanos, “La nostra cavalleria fu distrutta e come coi miei 63 mi trovai accerchiato dalla cavalleria nemica, Anita correva premurosa ove più ferveva il combattimento. Anita, eccellente cavallerizza, cavalcando un focoso animale, avrebbe potuto fuggire per sottrarsi al nemico; ma quel petto di donna racchiudeva un cuore di eroe; non fuggì, animando i soldati alla difesa; circondata, non si arrese, ma dato di sprone con uno slancio vigoroso passò fra i nemici, sfiorata da una palla, che, traforatole il cappello, le bruciò una ciocca, lasciandola illesa; si sarebbe sottratta, ma il cavallo le cadde sotto, ucciso da una palla nemica. Profittando dell’ebbrezza del nemico vittorioso, sopraggiunta la notte, Anita si internò nella foresta e disparve: bisognava possedere nel tempo stesso il cuore del leone e la velocità della gazzella, come quella santa donna da Coritibanos a Lages doveva percorrere venti leghe fra boschi impenetrabili, sola, senza soccorsi. Anita attraversò di notte quei passi perigliosi, e al suo avvicinarsi si intimorirono, fuggirono credendo di essere in presenza di un essere misterioso, di un’apparizione soprannaturale. Infatti, doveva essere cosa strana il vedere quella intrepida donna, a cavallo di un focoso destriero, volare al galoppo nella notte, attraverso le rocce, alla luce dei lampi, allo scroscio dei tuoni; quattro cavalieri di guardia del passaggio del fiume Canoas fuggirono all’apparire della fantastica visione”. (151)

Capitolo 14° – La ritirata disastrosa per Las Antas (1836-1842)

Alla morte del fedele amico-fratello Rossetti, caduto a Settembrina in un’imboscata del terribile Moringue, “diventato l’incubo dei repubblicani”, “Non vi ha zolla, sospirava Garibaldi, in cui non biancheggino le ossa di un generoso italiano!”. (156)

Nel 1841 Garibaldi lascia Rio Grande e si reca a Montevideo, dopo sei anni di guerra agli imperiali. (158)

Capitolo 15° – Buenos Aires – Montevideo (1836-1842)

Nel 1842 Buenos Aires, Argentina, era retta da un feroce tiranno, Don Manuel Ortis de Rosas, nemico di Montevideo e dell’Uruguay, contro il quale Garibaldi combatté. (161)

Argentina. Fu guerra civile, dopo la cacciata degli Spagnoli nel 1811-1812. Il governatore Rodriguez, federalista e conservatore, contro Rivadavia, unitario. Vinse Rivadavia il quale fondò istituzioni veramente liberali. Agli occhi dei monaci e dei preti che infestavano l’Argentina, trista eredità degli Spagnoli, e i cui beni di manomorta erano stati venduti, quanto agli occhi dei gauci che per il loro odio alla civiltà erano gli alleati naturali dei preti, quelle riforme erano sacrilegi e delitti. Dopo la Costituzione del 24 dicembre 1826 il clero istigò un’insurrezione. Fu guerra civile, vinta da Rosas, assoldatore di avventurieri e gaucos (fino al 1853). (162)

I mashorcas (più forca = più grano) di Rosas uccidono liberamente nelle piazze, lungo le vie; uccidendo, derubano. Rosas regnò autocraticamente per 23 anni. E il suo regno non fu che una catena ininterrotta di delitti mostruosi, benedetti dal clero, suo istrumento e alleato. … Trofei della vittoria, le teste recise; le confische, la tortura, il pugnale, il veleno facevano il resto. (163)

Non solo era permesso, ma era legge l’uccidere. I governatori decretavano: “Todos los Argentinos estan autorizados á quitar la vida á los comprendidos en el anterior articulo, en qualquier lugar del territorio de la Repubblica” (Tutti gli Argentini sono autorizzati a uccidere coloro che sono elencati nel precedente articolo, in qualsiasi luogo del territorio della Repubblica) – Dunque anche in chiesa, perché il sacrificio doveva riuscire più caro all’alleato dei preti. (164)

Montes vide eu! (Io vedo monti) gridò il mozzo in vedetta dalla nave di Magellano. Ne derivò il nome Montevideo. (Bizzoni scrive di Montevideo – 1904/1905 – il più bel sito del mondo). (164)

Capitolo 16° – La battaglia di Costa Brava (1842-1848)

(Descrizione del paesaggio fra i fiumi Paranà e Uruguay, fatta da Scalabrini). (172)

Prima di partire con la flotta consegnatagli dal corrotto ministro Vidal, per una spedizione votata al disastro, contro le postazioni argentine, Garibaldi sposò Anita… un dovere ch’egli riteneva sacrosanto, non prima compiuto per la ripugnanza che gli ispiravano i riti della religione dei preti – il 26 marzo 1842 nella parrocchia di San Francesco d’Assisi in Montevideo. – Vidal voleva fosse distrutta la flotta uruguaiana, ma Garibaldi, grazie alla nebbia, riuscì a sfuggire alla flotta argentina di Brown e del generale Oribe (15 giugno 1842), Tremendo lo scontro del 16 giugno, quasi tutto fu distrutto dai cannoni argentini, e in più il tradimento dell’alleato correntino Villegas; dice Garibaldi: “Villegas s’intimorì talmente, all’avvicinarsi del pericolo, da risolversi al più degradante ed ignominioso dei delitti: la diserzione in presenza del nemico. La defezione all’ora del pericolo è il più nefando di tutti i delitti.” (174, 179-180)

Garibaldi fece incendiare le navi e fuggì portando in salvo più uomini possibile. Inseguito dalla fanteria di Brown, riuscì a riparare a Corrientes. Le sue parole, i suoi eccitamenti, i suoi conforti, i suoi ordini indiscutibili davano forza ai morenti, ai disperanti, energia agli sfiniti, e per un nuovo miracolo, quei miseri giunsero ad Esquina. Certo, fra le mille pagine gloriosissime della vita di Garibaldi, la più gloriosa. (181)

Capitolo 17° – Nuove imprese e nuovi sbaragli (1842-1848)

Garibaldi ricevette l’ordine dal generale Aguiar di raggiungere il generale Ribera. Giunse a Visillac il 6 dicembre 1842, circa sei mesi dopo la battaglia di Costa Brava, ma non trovò né l’esercito correntino (di Corrientes) né quello di Ribera, disfatti da Rosas e Oribe. La sconfitta di Arroyo-Grande fu il più grande disastro subito dagli orientali nella guerra contro Rosas e Oribe. (186-187)

Montevideo era in pericolo. Le mura erano state distrutte nel 1833, la marina annientata dal traditore Vidal, l’esercito polverizzato da Oribe. Molti disertarono, fra cui il colonnello Antuna. – In sostituzione del vinto Ribera, alla presidenza della repubblica fu nominato Joachim Juarez. – A Garibaldi fu dato l’incarico di creare una flottiglia di piccoli legni per la difesa del porto (di Montevideo). (188)

Erano quattro bastimenti: Suarez, Munos, Vasquez, Libertas, con 60 uomini e 6 pezzi. (189)

Garibaldi restò amareggiato per le defezioni e l’indisciplina degli emigrati italiani nella battaglia del 2 giugno 1843, in seguito riscattatisi ed elogiati dal ministro Pacheco con la consegna della bandiera alla legione italiana. Iniziava l’era delle camicie rosse. (191)

Scrive Garibaldi: “Soldati di un giorno che combattevano come veterani. Tale è il soldato italiano, tali i figli della nazione disprezzata, quando fuori dalla corruttrice influenza del prete e di reggitori codardi, sono stimolati dal bello e dal generoso.” (196)

Giugno 1844: Una congiura di undici ufficiali, passati al nemico. – 30 giugno 1844: Proclama di Garibaldi di condanna per i traditori e di elogio ai fedeli nella Legione italiana (decretata il 10 aprile 1843). (197-198)

Capitolo 18° – L’intervento anglo-francese (1842-1848)

La signora Mario, nel suo libro “Garibaldi e i suoi tempi”, ricorda le ragioni che causarono, nel 1828, l’intervento inglese per far cessare la guerra fra l’Argentina e il Brasile. … Nel luglio 1845 le due squadre, inglese e francese, si presentarono innanzi a Buenos Aires intimando a Rosas di sgomberare la repubblica Orientale la cui indipendenza era stata garantita dalle due potenze europee. (205)

L’Italia aveva un ammiraglio fin dal 15 agosto 1842; l’Italia ufficiale non volle ricordarsene nell’ora del pericolo. Preferì Persano, la sconfitta, la vergogna, la taccia di viltà! (207)

Capitolo 19° – Sull’Uruguay (1842-1848)
Capitolo 20° – Il combattimento di Sant’Antonio (1842-1848)

Dopo la rotta subita da Ribera a “India Muerta”, le forze degli orientali si riorganizzarono. L’otto febbraio 1846, al Salto, nei pressi del fiumicello Sant’Antonio, Garibaldi, appoggiato da De la Cruz, Mundell e i matreri (sinonimo spagnolo di: sagace, astuto, scaltro), si trovò a fronteggiare gli imperiali: 100 uomini di cavalleria e 186 legionari contro 900 (o forse 1200) uomini di cavalleria e 300 di fanteria. Ci fu una diserzione: il colonnello Baez con la cavalleria fuggì, rimasero 5 o 6 cavalieri. Ma la fanteria nemica fu messa in fuga e gli orientali, con molti feriti e torturati dalla sete, riuscirono a ritirarsi nella città di Salto, accolti da Anzani e dalla popolazione di cui Garibaldi scrive: “Povero popolo, che tanto hai sofferto nelle varie vicende di guerra, io ti rammenterò sempre con un senso di profonda gratitudine.” (227-228) Erano caduti 43 italiani di Garibaldi e più di 500 nemici (229). Garibaldi ai suoi legionari: “Ieri l’altro sui campi di Sant’Antonio, ad una lega e mezza dalla città, abbiamo sostenuto il più terribile, il più glorioso dei nostri combattimenti. Oggi io non darei il mio nome di legionario italiano per un mondo d’oro. Oh! è un combattimento che merita d’essere inciso in bronzo.” (234-235)

(Apologia di Garibaldi – parole di esaltazione per il suo valore e la sua personalità). (236)

Dopo la nomina a viceammiraglio (“generale” fu chiamato da Lainé), Garibaldi scrive al governo di Montevideo: “I benefizi non solo, ma gli onori anche mi opprimerebbero l’animo, comprati con tanto sangue italiano.” (238)

Immagine di Copertina tratta da Skuola.net.

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