Qua e là per i monti della Carnia. Il Paese e la Gente
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Mi appresto con spirito di cordialità a redigere, si fa per dire, la cronaca delle mie quattro settimane in terra di Carnia, per la precisione in Val d’Incarojo alla cui sommità appare, ridente e pieno di fascino, l’abitato di Paularo, sede comunale. Non avevo residenza in centro, ma a circa mille metri oltre, in frazione Ru di Sot (Rio sottano). La cosa che subito ti colpisce quando metti piede in quelle contrade è il saluto “bundì, buine sere” o “mandi” giunto a te da persone che manco ti conoscono e che tu conosca o meno, ma l’uso del saluto rivolto a chi si incontra per strada è come un obbligo di cortesia. Anche i bambini sono abituati a salutare alla maniera “carnica”. Altro motivo di meraviglia è l’uso, non generalizzato tuttavia, di lasciare accostato l’uscio di ingresso nelle abitazioni; non solo non troverete in molti casi l’uscio di casa sprangato e chiuso a chiave; anzi, mi sono accorto che addirittura c’è chi lascia il mazzo delle chiavi di casa nella toppa della porta di entrata, all’esterno. La fiducia, il senso di fratellanza e il costume consolidato di tale atteggiamento nei confronti di qualsiasi che passi di lì fanno sì che non si temano intrusioni o aggressioni; vige il massimo rispetto, compagno della serenità e della sicurezza. La cortesia della gente del luogo, poi, è a dir poco eccezionale. Se sei straniero e ti vedono passare due o tre volte di seguito, o anche una volta sola, ti si avvicinano e con il sorriso sulle labbra ti chiedono con cortesia da dove vieni e che cosa fai a Paularo, dove abiti e come vivi le tue giornate. Mi è capitato più di una volta di incontrare donne e uomini che, del tutto ignari della mia identità, dopo poche parole di amichevole scambio mi hanno invitato in casa a sorbire una tazzina di caffè o a condividere un bicchiere di buon vino friulano. L’aiuto reciproco in casi di necessità è come un comandamento in questo paese che ancora non ha abbandonato la tradizione piacevole di diffondere nella vallata i rintocchi festosi delle campane dall’alto del tempio parrocchiale. Non ti senti mai solo, sai molto bene che avrai sempre qualcuno al tuo fianco nei momenti meno felici delle tue ore qui trascorse.
Paularo, piccolo centro comunale con poco più di 2.300 abitanti, meta ricercata di turismo per le sue bellezze naturali e per la varietà di prelibati cibi alla “carnica”, si presenta alla confluenza di torrenti e vallate minori discendenti dai suoi monti: la Cuestalta (m 2198), il Lodin (m 2015), il Val di Puartis (m 1927), la Creta di Aip (Trogkofel, m 2279) nel procedere dei versanti austriaci; il Tersadia (m 1959), lo Zermula (detto “La Creta”, con il significato di bastione roccioso, m 2143); poi la Creta di Salinchiet (m 1857) e, dominante l’intera conca di Paularo, il Monte Sernio (m 2187) con la maestosa sua pala della parete austera rivolta verso Nord e la vicina Creta Grauzaria (m 2065) che al Sernio fa da contraltare con le sue vette proiettate verso il cielo.
Si racconta…
Fenomeni naturali, rumori indefinibili, aspetti fiabeschi del terreno, anfratti, conformazioni rocciose in atto di minaccia sono tutti motivi validi per risvegliare nella mente immagini di magia e di creature fantasmatiche. Ne riporto un esempio:
Il Monte Tersadia, che si affaccia sulla conca di Paularo, mostra una parete martoriata da evidenti episodi franosi che si manifestano spesso con pericolose cadute a valle di materiale friabile accompagnate da cupi fragori che, specialmente nelle ore notturne, riportano il pensiero allo scatenarsi di chissà quali diavolerie.
Si dice dunque che il tutto di quel frastuono sia opera di una creatura diabolica denominata “il Maltòn da Creta”. E si dice che qualcuno sia incorso nella sventura di incontrarlo nei crepacci di quelle erte pareti, con serio pericolo per la propria incolumità. Il Maltòn avrebbe intimato al malcapitato: “Se tal timp di cinc minûts tu no ses fûr dai miei confins, tu resteras di piere!” (Se entro cinque minuti non sarai fuori dai miei confini, sarai tramutato in pietra).
Estate in musica a Paularo
In tutta la Carnia, nel corso delle ferie estive, si svolgono serate musicali per deliziare gli amanti della buona musica con sopraffine esibizioni. A Paularo ho avuto il piacere e la buona sorte di assistere ad alcune esibizioni: sabato 29 giugno, pianoforte per cinque improvvisazioni di Luca Chientaroli; venerdì 5 luglio, sonate al pianoforte di Johann S. Bach, Ludwig van Beethoven e Friedrich Chopin, nelle mani di Francesco Groppo; domenica 7 luglio, concerto dell’Ottetto fiati dell’Orchestra “Audimus” con brani di Th. Gouvy e C. Reinecke; venerdì 12 luglio, saggio degli allievi della Scuola di Musica di Paularo; sabato 13 luglio, concerto con sonata per organo e due instrumenti di Giovanni Canciani, improvvisazione per organo solo, otto sonate di Wolfgang Amadeus Mozart; domenica 14 luglio, Longega Quartet in “Beatles Songs”; giovedì 18 luglio, The Palm Court Quartet per un nutrito programma con Williams, Rota, Mancini, Webber, Youmans, Gershwin, Porter, Ram, Carmichael, Lennon, Revaux e François; sabato 20 luglio, il Maestro Giovanni Canciani presenta il concerto del 18 febbraio 2012, con Beethoven, Mozart e Bach. Le musiche sono state eseguite nel rinomato “Palazzo Calice” di Paularo e, per la maggior parte, presso l’Oratorio sant’Antonio Abate, sempre a Paularo, Quest’ultima sede è stata intitolata anche con l’etichetta “Mozartina 2” in omaggio all’illustre M.o Giovanni Canciani che ha diffuso le armonie della musica classica, in primis quelle di Mozart, in tutto il mondo. Anteriormente a questa sede già esisteva “La Mozartina” in Paularo, residenza addobbata con una ricca gamma di strumenti musicali, moderni e d’epoca, di paramenti sacri, di documentazione inerente al classicismo più apprezzato.
Con gli Alpini di Paularo
Sono anch’io un Alpino della Sezione Carnica, iscritto con fierezza al Gruppo Alpini di Paularo. Nella mia permanenza carnica ho ritrovato Alpini e amici fra i conosciuti e incontrato nuove conoscenze. Grazie alla mirabile volontà di questi Alpini, con la guida del loro Capogruppo Ranieri Colussa, in Paularo si assiste alla realizzazione di importanti iniziative. Ricorderò soltanto, una per tutte e per avervi partecipato di persona, quella della Festa degli Anziani alla quale hanno aderito quest’anno più di 170 persone invitate nella Sede degli Alpini di Paularo, Caserma Maronese, il 21 aprile 2024. La festa ha avuto inizio in Caserma, con l’esordio canoro-alpino del Coro “Cive” di Paularo. Poi il pranzo preparato e offerto dagli Alpini a titolo gratuito agli invitati ultra-settantenni e con la collaborazione di un solido gruppo di gentili signore che hanno provveduto alla fase di ristorazione e di servizio. Ai bravi Alpini e Aggregati l’onere di allestire l’apparato organizzativo, assai complesso e impegnativo, della giornata. Fantastici tutti, un grazie grande e cordiale di riconoscimento.
Su pei monti che noi saremo…
Ebbene, alcune escursioni sono riuscito a realizzarle in quei giorni di esperienza carnica. Scarponi, marsupio attrezzato e bastoncini che sono solito denominare “salvagambe”. Per ogni spostamento ho lasciato ferma l’auto e mi sono incamminato a partire dalla mia residenza di “Ru di Sot”. Ho dato inizio alla mia serie di spedizioni “scarponate” con la salita lungo la strada che porta alla Stua di Ramaz, accontentandomi di raggiungere il “Plan di Zermula” per poi riprendere la via del ritorno: tre ore e mezzo complessivamente. Premetto che le mie camminate si svolgevano nelle sole ore antimeridiane, pertanto non superavano una determinata distanza. Tornavo sulla stessa direzione il 1° luglio con l’intenzione di scattare qualche fotografia ai resti della originaria “Maina de Scjalute” (pron. Schialute, scaletta; per Maina si intende altarino votivo o nicchia) di storica memoria per le imprese del Battaglione Alpini Saluzzo nel primo Conflitto mondiale.
Il 9 luglio imboccai la strada che, a partire dall’abitato, con una pendenza del 18% passa ai piedi del Cimitero comunale e serpeggia sino al Passo Duron, meta di contendenti nel Giro ciclistico d’Italia del trascorso mese di maggio. Raggiunsi e superai il Passo e mi spinsi oltre, fino al bivio per la Foresta Tersadia e il monte omonimo. Nel ritorno ricalcai a ritroso lo stesso itinerario intrapreso all’andata.
Il giorno seguente seguii un percorso ad anello, con la salita alla borgata Cogliat, la traversata verso la frazione di Ravinis e proseguii fino alla soprastante località dal nome di “Bataia”.
Trascorrono quattro giorni e mi incammino con l’intenzione di raggiungere in altura la località “Fuarmi”, punto di approdo per l’ascesa al Monte Sernio. Oltrepasso la frazione di Dierico e attacco l’erta salita che conduce al villaggio di Dioor, ma qui non intravedo sentieri di proseguimento né paletti di indicazione. Ho la fortuna di incontrare il buon “Eggi” che mi indica la direzione giusta. A Fuarmi arrivo nel giro di due ore e un quarto dal momento della mia partenza da “Ru di Sot”. Ricordo che di lassù un tempo si scorgeva l’immagine della pala settentrionale del Monte Sernio che ora si fa fatica a individuare per via dell’invasione della fascia boschiva che ha sottratto alla possibilità di condurre gli annuali lavori di fienagione il terreno già di per sé avaro.
Due giorni appresso imbocco la strada di Sacs alla ricerca della località detta “Vieila” che si trova nei pressi di una sorgente di acqua freschissima, la “Rignicule” o “Ragnicule”. Impossibile, né l’una né l’altra si concedono ai miei tentativi. La causa la scopro nella fitta forestazione che impedisce allo sguardo di cercare la buona direzione, ma anche nei vetusti sentieri, un tempo battuti con una certa frequenza, che ora non si trovano più, letteralmente scomparsi sotto l’imperversare dei fenomeni atmosferici oppure occultati da distese di erba intrecciata. Al termine delle mie ricerche scopro un sentiero che, a lungo andare, mi riporta sulla strada di Sacs, ma molto più in quota. Decido allora di ricalcare quel percorso e raggiungo un bivio. So, per averla scelta molti anni addietro, che la direzione di sinistra mi riporterà a Paularo. È così che proseguo sulla strada adatta al transito di trattori, superando alti e bassi sino alla confluenza con la Forcella Lius, all’apice della Val Pontaiba, su uno slargo della piana sommitale che va anche sotto il nome di “Plan d’Agnul” o “Spianata dell’Angelo”. Di qui breve risalita sino al Passo Duron, quindi lunga discesa verso Paularo. A compiere tutto il giro sono occorse quasi quattro ore.
L’ultima sgambata l’ho voluta dedicare al soddisfacimento di una curiosità ambientale. Lungo la strada che sale da Coglians e, per “Maina de Scjalute, Rio Tamai e Pian di Zermula prosegue sino alla Stua di Ramaz, la cartellonistica locale dice di un albero di dimensioni tali da essere annoverato nella serie dei monumenti naturali. Gli è stato attribuito il nome di “La Palme”: si tratta di un abete bianco che, per uno strano gioco di spinte evolutive nella ricerca della luce nel fitto della foresta, è cresciuto inizialmente in direzione obliqua lasciando originare dal proprio corpo alcuni polloni sviluppatisi in veri tronchi slanciati verso il cielo. Raggiunge un’altezza di 35 metri e sviluppa una circonferenza di metri 3,80 per un’età di circa 170 anni. Maestoso e dominante, parla un linguaggio di magia, come si legge dalla tabella descrittiva: “Un leggero soffio di vento fa ondeggiare le sue fronde: ne esce un suono di ricordi e di racconti…” (dal libro Una Vôte tal Bòsc – Scuola Primaria di Paularo – Classi V – a.s. 2005-06). La salita a “La Palme” ha richiesto il tempo di due ore con il superamento, lasciata la strada camionabile, di un sentiero vigoroso ma anche foriero di rischi incombenti che richiedono molta attenzione. Per intanto il tratturo si snoda in frequenti tornanti, inciso su un declivio di notevole ripidità e coperto da aghi rinsecchiti di abete, fattori avversi di stabilità del passo per il pericolo di scivolamento a valle. Ma ciò che desta più preoccupazione è il superamento di alcuni massi di roccia scura che, lungo la discesa di un modesto salto d’acqua, bagnati e viscidi, costituiscono una minaccia di perdita della presa sempre in agguato per chi non riesca a mettere in atto le dovute precauzioni.
Bello e terribile!
Sì, sto parlando di un paese incastonato fra rupi, corsi d’acqua e valloncelli di un’attrazione fantastica. Le pendici dei monti, ai piedi delle pareti rocciose, formano come una coltre di boschi verdeggianti discendente fino a lambire di presso i caseggiati e le colture. L’intera conca di Paularo si ammanta di una ricchezza forestale sorprendente, quasi invasiva si potrebbe affermare, da quando sono state abbandonate in larga misura le attività inerenti all’allevamento delle mucche da latte in loco e il periodico taglio del fieno per garantire foraggio sufficiente ai bovini. La diffusione dell’ambiente boschivo crea pertanto ombra e piacevole frescura anche nei periodi più torridi dell’estate. Per chi si inoltra in alto con l’obiettivo di raggiungere le cime circostanti il paese, corre l’obbligo di avere particolare riguardo nell’approccio con i passaggi rocciosi per il fatto che la conformazione si presenta a tratti compatta e sicura alla presa, ma a tratti anche assai friabile. Lungo i canali, poi, non sono infrequenti le cadute di sassi, di dimensioni anche ragguardevoli, nella loro folle corsa verso il basso. L’adozione di un casco per proteggere il capo da eventuali inconvenienti non è mai di troppo. Su strade e tratturi che solcano le distese prative, o anche in alcune località boschive, è facile imbattersi qua e là in una struttura lignea di fattura manuale (il Crist) rappresentante Cristo crocifisso o altri simboli sacri, posti a protezione dagli abitanti del luogo, quali garanti di buon auspicio. Presenti lungo la sentieristica e la viabilità appaiono alcune “Maine” che hanno la funzione di accompagnare il viandante e di accogliere una prece.
Le strade: non aspettatevi di intraprendere lunghe passeggiate su strade pianeggianti e comode. Queste si limitano al centro di Paularo e si prolungano in due tratti così detti di “Nisula” a Nord e della “Trotule” a Sud. Per il resto, appena fuori paese ci si inerpica con un po’ di affanno e in poco tempo ci si porta in alto, di dove la vista si apre sulla vallata e sulla conca terminale. Il paese in sé, dagli anni ’60 allorché lo visitai per la prima volta, ha subito sino a oggi vere trasformazioni con la ristrutturazione dell’abitato e con l’edificazione di case nuove, fenomeno che ha avuto particolare impulso dopo il disastroso terremoto del 1976. Anche i muri di protezione stradale hanno subito modifiche strutturali con la disponibilità di tecnologie e materiale di nuova concezione. Nelle immagini si possono notare i materiali usati per l’edificazione di edifici e per la fattura di muri, in antico e in moderno.
Su tutto quel che ho cercato di descrivere fin qui si stende un cielo che ha dello spettacolare e che difficilmente si dimostra imbronciato, indeciso, fumoso. Possiede sicuramente un’indole bizzarra, anche perché la Carnia, è risaputo, si qualifica come la regione più piovosa d’Italia. Ma quel che sorprende chi arriva lassù è la decisionalità con la quale il cielo manifesta i propri caratteri peculiari: o butta giù rovesci d’acqua immani, causa di rigonfiamenti improvvisi di torrenti e rivoli (la plene, la bugade), oppure allarga le mani sui nembi minacciosi aprendo alla vista uno spettacolo di sereno azzurro intenso adamantino e di luce diffusa con intensità e fulgore tutt’intorno.
Orgoglio e sofferenze nei ricordi
Paularo è un paese che ha visto da vicino, sui propri monti, nelle proprie case, la Grande Guerra, quella del 1915-1918. Il suo territorio era presidiato, a quei tempi, da numerose truppe costituite da Piemontesi, fra le quali si annoverano molti Caduti nella folle guerra fratricida combattuta contro gli Austro-Ungarici. Vista la mia origine piemontese, mi pare adeguato un accenno al Capitano saluzzese Mario Musso che, per il valore combattivo, per l’attaccamento al proprio reparto e per il coraggio dimostrato, fu insignito di Medaglia d’Oro al Valor Militare. Con gli Alpini combattevano, spalla a spalla, molti giovani provenienti da altre regioni italiane. Ma non dimentichiamo l’eroica falange delle donne, delle ragazze e ragazzi, che contribuirono all’assistenza e alle necessità essenziali dei Combattenti in linea. Qui in Carnia si annoverano, per virtù eroiche e per dedizione assoluta, le donne che, nell’età dai quindici ai sessant’anni, si dichiararono pronte ad aiutare figli, fratelli, sposi e promessi in armi sulle trincee frontaliere. Erano le “Portatrici Carniche” che accorrevano, dai paesi di valle alle postazioni di combattimento trasportando, con una pesante gerla, viveri, effetti personali, medicinali, armi e munizioni agli Alpini impegnati in battaglia. Nella sola Carnia si contarono 1.450 Portatrici Carniche, 229 solo a Paularo che ne detiene il primato di frequenza.
Nel mio periodo di residenza a Paularo ebbi la piacevole ventura di conoscere Vittorino e la sua gentile signora Alba. Lei, persona di profonda sensibilità, promotrice, fra l’altro, di un laboratorio-scuola di ricamo e lavori manuali femminili, dal titolo di “Mans d’Aur” o “Mani d’Oro”. Lui, personaggio multi-ingegno di spicco per la cultura carnico-paularina, intagliatore e costruttore di mobili tipici, restauratore degli elementi appartenenti a uno storico mulino ad acqua, il “Mulin da Fritule” e discendente da una famiglia con un retaggio superlativo per il contributo di valore profuso e per gli allori acquisiti meritoriamente. Altrettanto eroiche le Portatrici annoverate dalla famiglia di Vittorino. Detto per inciso, il termine “Fritule”, corrispondente all’italiano “frittella”, era in realtà il soprannome, come si usava e ancora si usa in Carnia, della mugnaia bisnonna di Vittorino. Quando passavano le donne cariche di prodotti dell’agricoltura da macinare, alla domanda “Dulà vastu vuê buinore? – Dove vai così di buon mattino?”, rispondevano “Jù da Fritule a masanâ il sorc! – Vado giù dalla Fritule a macinare il grano”.
Nell’appartamento da Vittorino lasciatomi gentilmente a disposizione per quasi un mese avevo notato, appeso al corridoio d’ingresso, una cornice con alcune immagini corredate da medaglie militari. La mia curiosità per le vicende occorse nel primo Conflitto mondiale mi spinse a chiedere informazioni a Vittorino il quale, con giusto orgoglio, me ne descrisse i dettagli: guardando l’immagine riprodotta nel quadretto, in basso a destra è raffigurato Giacomo Di Gleria, classe 1923, figlio di Nicolò e padre di Vittorino, fregiato con la Croce al Merito di Guerra. Nell’angolo in basso a sinistra appare l’immagine del nonno, Nicolò Di Gleria, classe 1898, corredata dall’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto. Al suo fianco la moglie Gaspari Carmelina, classe 1898, Portatrice Carnica e investita dell’Onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto. Nicolò aveva un fratello, Giacomo Di Gleria, classe 1896 e omonimo del nipote, anch’egli Combattente nella Grande Guerra, egli pure insignito del Cavalierato di Vittorio Veneto e, come per i precedenti citati, della Croce di Guerra. La sopra nominata Carmelina Gaspari, nonna di Vittorino, aveva una sorella, Maria, classe 1896, ella pure Portatrice Carnica e Cavaliere di Vittorio Veneto. Una bella e ammirevole famiglia davvero di illustri protagonisti in prima fila della Grande Guerra in Carnia, insigniti di riconoscimenti e memorie di Onore nel servizio prestato alla Patria!
Termino questa mia interessante e piacevole carrellata fra i monti della Carnia con le immagini della Bandiera Italiana e della Bandiera del Friuli. Mandi a tutte le persone di buna volontà.

Caro Mario mi s
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