Un tuffo fra le pagine – I CANTICI DI FIDENZIO – Parte 2 di 2

Camillo  Scroffa

I  CANTICI  DI  FIDENZIO

Salerno Editrice, Roma

A cura di Pietro Trifone

XIV

Dal principio del mondo ad ora in nessuno c’è mai stata tanta bellezza quanta il mio Camillo ne ha avuta per grazia di Giove.

Ohimé, egli è pur bellissimo, ma è anche crudele, sordo e ingrato, tanto da farmi morire. È, inoltre, superbo della sua bellezza.

Nessuno mi obbliga a vantare la sua bellezza, rendendola nota a tutto il mondo. Eppure il mio canto non rende giustizia a Camillo.

O mio bellissimo Camillo, se non t’importa dei miei versi né desideri esserne immortalato, prova almeno pietà per il mio tormento, perché, se io morissi, il mondo maledirebbe la tua bellezza,

dicendo: “Con la sua straordinaria bellezza se ne vada il crudele Camillo che ha fatto morire l’uomo più dotto del mondo, nonostante egli l’amasse e volesse immortalarlo”.

Se conserverai la tua bellezza per cento anni, tanto da essere sulla bocca di tutti, se mi rifiuti fa’ almeno che io muoia,

giacché stare al mondo e invocare Camillo invano è il massimo dolore di questo secolo.

XV

Quando Bernardino Trinagio, famoso, declama i propri versi, accorrono le Muse, Febo, le Grazie, i sacerdoti di Marte, Cupido e Venere;

e, udendo il canto di Virgilio (Bucoliche, Georgiche), che celebrò gli eroi conquistatori di Troia (Eneide),

lo ornano di alloro e di edera;

poi gridano: “Si eclissi ogni poeta, dal momento che nessuno trova confronto con l’eccelso Trinagio”.

XVI

Avendo Fidenzio colto la fama del gran Trinagio, congedò i propri discepoli e chiuse la propria scuola,

esclamando: “O meraviglioso poeta, oratore inimitabile, superiore a Cicerone!

O emulo di Catone Uticense, fortunati i discepoli tuoi!

Degnati di ospitarmi, che io voglio lasciare la mia scuola ed essere annoverato fra i tuoi”.

XVII

Più duro di una roccia, più sordo e implacabile del mare, più crudele d’un orso e più freddo del ghiaccio,

tu, Camillo, superbo e inesorabile, che ti sazi della mia infelicità,

ascolta, ti voglio dichiarare il mio amore ardente che mi tormenta a ogni ora del giorno e della notte,

tanto che – Dio non voglia – sarai la mia rovina.

Quando vedo il sole che tramonta e perde a poco a poco la sua luce,

Amore, che mi domina e invade il mio cuore cercando di uccidermi, mi infonde tale desiderio di te che mi sento consumare dentro di dolore,

tanto da lamentarmi della mia sorte, gridare e urlare forte che nulla più m’importa della vita.

Ma, quando sorgono le stelle e sopravviene il sonno, il mio dolore mi impedisce di dormire.

Se mi appisolo, che è cosa rara,

sprofondo in terribili sogni, al punto che in un breve momento di sonno la mia pena aumenta a dismisura.

Ma quando, all’alba, torna il sole,

e il canto degli uccelli annuncia il dì che viene,

rinasce in me la speranza, per riempirmi subito dopo di rinnovata tristezza, dicendomi:

“Alzati, Fidenzio, non indugiare, torna a cercare il tuo bellissimo Camillo che ti ridarà dolcezza.

La tua dedizione, il tuo acuto tormento e i tuoi versi hanno intenerito il suo cuore”.

Abbandono allora sollecitamente il letto e mi vesto, invaso da una dolcezza vana e ridicola.

O povero me, quale dolore mi aspetta, quali ferite – da atterrire Ippocrate ed Esculapio! –

Quando vedo ancora le stelle in cielo e mi rendo conto del lungo tempo che mi separa dal mio bel Camillo.

Allora mi strappo i capelli, mi percuoto il petto e sprofondo nel mio dolore.

Impreco poi contro il sole, maledico la sua lentezza nel sorgere e desidero togliermi la vita.

Infine, dopo tanta amarezza, dopo tanti gemiti e tanta angoscia,

quando finalmente il sole appare e nei campi riprende il lavoro,

io non mi reco alla scuola, non vado alla funzione religiosa, com’era mia abitudine,

ma mi precipito a casa tua, o disumano, tu che porti alla rovina il tuo così fedele schiavo.

Prendo a camminare intorno intorno, cercando il modo di poterti salutare.

Il cielo s’illumina, Venere abbandona il monte di Idalio (Cipro) e la terra si ricopre di fiori.

Tu, sull’uscio di casa, elegantemente vestito, simile a un dio, spandi ovunque bellezza.

Vengo a te con riverenza e umiltà, con le braccia incrociate sul petto, come non faccio mai;

mi avvicino a te tremante e curvo e ti porgo con voce sommessa i saluti che ho prima pensato per te.

O cielo, o terra, o mare, o mente impenetrabile, o cuore di pietra, o crudeltà, o anima superba!

Tu, con atteggiamento crudele, mi guardi torvo e non mi rispondi.

Se mille e mille voci si unissero, credo che nemmeno nell’arco di un secolo riuscirebbero a esprimere anche solo una piccola parte della mia sofferenza.

Povero me, non mi resta di me una briciola che non sia bruciata dal dolore, tanto che il mio incendio supera quello che fuoriesce dall’Etna.

Con questo sto dicendo ancora poco della mia sofferenza.

Rosso negli occhi e pallido in viso, con passo incerto e tremante ritorno a casa sfinito.

Mi butto sul letto, in un fiume di lacrime,

mentre Amore rimescola in me rimuginamenti, disprezzo, ingiuria, e io raggiungo il culmine.

Le mie grida si levano al cielo, fino a Giove.

La gente non sa darsi pace del male che mi tocca.

Vengono il Volpiano, il Crisolfo, il Pantagato, il Partenio e il Leporino (personaggi illustri), miei amici di lunga data;

viene il Giunteo, simile a me, e con lui vengono il dotto Trinagio e il Viola ricco di ingegno.

Vedendomi in questo stato mi offrono il loro aiuto, dicendo: “O povero Fidenzio, tu che eri così magnanimo, ora ti lasci prostrare dal dolore? Reagisci, adesso, che ci siamo qui noi a sostenerti. Perché non rispondi? Che cosa pensi?”

Li congedo quindi con poche parole: “Andatevene, amici, dato che neppure Apollo o Giove potrebbero trovare rimedio al mio male”.

Intanto sopraggiunge messer Blasio (il ripetitore di Fidenzio) dicendo, con affanno, che gli studenti sono in rivolta:

“Le scolaresche combattono fra di loro – dice – come accadrebbe fra nemici.

Io volevo ristabilire l’ordine. Ma per poco non m’hanno messo in croce! Per questo sono corso subito da voi, ma dubito che anche voi possiate fare qualcosa”.

“Ahi, messer Blasio – rispondo subito – se potessi dare il mio aiuto al cielo che cade, non mi muoverei di qui nemmeno un po’;

voi chiedete aiuto a chi guarda con invidia alla morte”.

Sto dicendo il vero.

È intanto giunta l’ora del pranzo; ma non posso lasciare di piangere per pranzare.

Amore e le caprette non si saziano mai di ciò che desiderano, pur avendone a volontà:

le lascive caprette più mangiano erba più hanno fame;

Amore, sebbene mi faccia versare fiumi di lacrime, ancora non sazia di lacrime la sua avidità.

Allora io, per non dire ambiguità, da mane a sera mi bagno il volto di lacrime,

e affliggo questo mio languido corpo senza dargli tregua.

Questi, o Camillo che sei la rovina di Fidenzio, sono i miei tormenti che fanno piangere i sassi, ma non toccano il tuo cuore duro.

XVIII

Poiché mi sono fatto vittima, scriverò del fuoco ardente che il mio Camillo, più duro e freddo del marmo di Paro (un’isola), accese nel mio cuore.

O Apollo, o Muse, scendete dal Parnaso e spezziamo il silenzio di tre anni.

Lasciamo andare gli studi, lasciamo un momento da parte Cicerone, Virgilio e Orazio.

XIX

O spirito reale, dotato di ogni virtù, eccomi a comporre i versi già iniziati:

tutti si rendono conto della mia dedizione per te.

Vieni nel mio petto, o Venere, vengano i tuoi dolci figli e le Grazie col seno scoperto;

tutti insieme alimentate il fuoco,

tanto che io possa cantare con la cetra il mio viaggio in quel di Mantova, fatto al tempo della mia grande passione.

Quanto spreco feci allora della mia fama, povero me, disprezzato dal volgo!

Già Teseo fu condannato a restare nel regno dei morti;

ma io mi esposi a rischi ancora più grandi, prima di entrare in Mantova.

Tanto ero avido di vedere il mio Camillo, superando ogni paura.

Muse, sorreggete la mia memoria, affinché io possa condurre a termine la storia delle mie peripezie.

Il sole si trovava in Scorpione (autunno), al declinare della bella stagione, quando più non stavo nella pelle dalla voglia di rivedere il mio Camillo.

Non potevo resistere più a lungo; allora presi un cavallo a nolo e, incurante di ogni avversità, mi incamminai con una fortuna che mi fu avversa.

Procedevo a cavallo con eleganza; leggevo Virgilio per scacciare la noia.

Ma da metà viaggio in poi le cose cambiarono: la tranquillità era durata poco!

Già si faceva sera, quando, ormai stanco, giunsi a una locanda malfamata.

L’oste mi accolse con un fare mieloso, ma poco convincente.

Sentivo tutta la stanchezza del viaggio e non riuscivo più a distendere le membra;

a poco a poco raggiunsi una stanza sudicia e squallida, dove molti ospiti sedevano attorno ad un focherello quasi spento.

Li salutai, ma non ebbi risposta.

Io, che mi trovo di consueto tra gente dignitosa, mi sentii vilipeso da quella plebaglia.

Ero in forse sul da farsi, pieno di indignazione.

Alla fine, tuttavia, per potermi scaldare, fui costretto a sedermi fra loro.

Che razza di frasario dovettero ascoltare le mie purissime orecchie, da far arrossire un malvivente!

Cercai dapprima cautamente di cambiare la direzione del discorso;

ma fu inutile, anzi, fecero scostare da un ragazzaccio il mio sgabello, tanto che io, nell’atto di sedermi, caddi e mi ruppi un gomito.

Scoppiarono tutti in una violenta risata.

E tu, Giove, perché non sei intervenuto?

È mio costume, da sempre, non badare agli insulti e cercare di comporre la situazione:

pertanto, trattenendo l’ira, senza fare parola mi allontanai dal gruppo.

Venne poi servita la cena, ma già i primi assaggi furono sufficienti a fare svanire l’appetito,

anche perché, ancora indignato, più che cibarmi desideravo riposare.

Un ragazzino mi accompagnò in un locale disadorno e fumoso, pieno di fessure, con un lettuccio buttato su un pavimento umido.

Infilatomi nelle lenzuola sudicie, sentivo il giaciglio più duro della nuda terra.

Pensai allora a cose più nobili, come il riprendere il commento a Terenzio e portarlo a termine. Era inutile rimuginare sull’accaduto della sera.

Fui intanto assalito da una moltitudine di animali fastidiosissimi, mentre mi parlò Amore: “Attraverso queste atrocità ti condurrò a cose meravigliose”.

Il desiderio che s’accese in me fu più forte delle punture degli insetti.

Avrei affrontato le fatiche di Ercole soltanto per vedere l’ombra del mio promesso bene.

L’unico inconveniente stava nell’essere costretto a rimanere a letto e non essere in grado di cavalcare.

Non chiusi occhio; invocando il dì e Apollo (il sole) mi posi a comporre versi.

Fu una notte crudele, lunghissima, ma dolce per l’attesa.

Quante volte uscii, al freddo, per scrutare se giungeva l’aurora, e non vidi altro che buio!

Infine il nuovo giorno giunse a scacciare le tenebre.

Come un ragazzo, mi vesto e corro alla stalla e, senza indugi, monto a cavallo.

L’oste, malvagio sin dall’inizio, non mi rifornì del cibo pattuito e volle che pagassi le bevande non consumate.

Dovetti infine cedere, altrimenti mi avrebbe impedito di partire.

Non c’è al mondo uomo più spregevole.

Mi apprestai quindi a partire, ma il cavallo, quando avvertì i colpi di sperone, si diede a sobbalzare sino quasi a farmi a pezzi gli intestini.

Sentivo le mie viscere ballarmi dentro e fui costretto a perdere la pazienza;

ma poi, riprendendo lo spirito di sopportazione, cercai di domarlo.

Ma quella bestia malvagia voleva ora buttarsi in un fosso, ora impennarsi, ora voltarsi, ora tentare di disarcionarmi scalciando,

talvolta si fermava di colpo, ma, appena lo toccavo con lo sperone, riprendeva a sobbalzare.

Infine, e non lo dico per vantarmi, mi calmo e dico a me stesso, dissimulando: “Come sono impaziente, forse che tutto ciò non si può sopportare con animo forte?”.

Proseguii, continuando a spronare il cavallo.

Senza desistere, giunsi in vista degli alti pinnacoli, in capo a due giorni;

Poi, tralasciando le difficoltà incontrate al mio arrivo, esultai nello scorgere le mura agognate e i potenti bastioni.

Ma, dal momento che qui ha inizio una mia afflizione maggiore, ne parlerò in altra occasione, se la Musa Tersicore (della musica) mi sarà propizia.

E qui pongo fine al mio canto.

XX

(Epitaffio di Fidenzio)

Epitaffio all’eruditissimo Fidenzio, maestro di scuola, è scolpito in questo grande sepolcro.

Camillo, più crudele di un mangiatore di uomini, lo condusse a morte.

O sorte, estremamente dannosa ai buoni!

XXI

Quando scrivevo al suono della cetra, in lingua toscana, versi elegiaci, con noncuranza e solo per sfogare l’amarezza interiore,

è certo che, se avessi avuto notizia che quei versi sarebbero giunti graditi alla curia romana, li avrei curati con maggiore attenzione.

Ora che il mio fuoco, al quale giungeva qualche refrigerio dai miei timidi canti, è spento, invano tento di dare un tono alla mia espressione,

giacché, privato delle Muse, non trovo che rime inadeguate e inespressive: questa è la ragione per la quale, mio signore, non assolvo ai vostri desideri.

*****************

Immagine di copertina tratta da ArtsMia.

Lascia un commento