Dalla voce di Papa Francesco: Lettera Enciclica “Laudato Sì” sulla cura della casa comune

San Pietro di Roma – 24 Maggio 2015 – Pentecoste
Sintesi del testo
(con alcune considerazioni di m.b.)

Ho seguito su RAI Scuola una conversazione televisiva in cui parlava Fritjof Capra, noto uomo di scienza, con il suo riportarsi a un’enciclica del 2015, dal titolo Laudato si’, dovuta all’attuale Papa Francesco. Trovo una sensibile corrispondenza tra le idee espresse dai due luminari del pensiero attuale.

Fritjof Capra, saggista austriaco, fisico e teorico dei sistemi (vedi Tao della Fisica Adelphi, 1982) lancia uno sguardo sull’Universo vedendovi una gigantesca danza cosmica di energia. Capra considera l’Universo nella luce di una manifestazione di un unico campo astratto di intelligenza universale, un grande organismo unitario. Posando gli occhi più in basso, sul nostro Pianeta, a fronte dei dissesti ecologici e delle crisi alimentari ed energetiche teorizza l’avvento di un nuovo paradigma, verso l’elaborazione di un pensiero del tutto rinnovato. L’essere umano, per Capra, va visto come parte della Natura, lontano dall’idea di padrone sfruttatore e per questo Capra si propone di promuovere una nuova forma di considerare il rapporto Uomo-Natura: l’ecoalfabetizzazione, fondamentale per la stessa sopravvivenza dell’umanità, dove gli uomini fanno parte integrante della Natura.

Sul tema dello sfruttamento delle risorse planetarie Capra ritorna sul concetto di disuguaglianza di opportunità e di distribuzione delle ricchezze ricordando che i Paesi del G7, comprendenti all’incirca il 20% della popolazione mondiale, consumano l’80% delle risorse disponibili. Per fare giustizia di tale sproporzione nella fruizione dei beni naturali il mondo intero avrebbe bisogno di poter disporre di quanto la Terra ci può dare, ma moltiplicato per quattro volte. In argomento di esaurimento delle fonti di energia e alimentari per Capra non c’è altra soluzione se non quella di ridurre sino al 25% le richieste attuali di materie prime adibite alla produzione.
Concordo su questa analisi in quanto, ne sono convinto, aiutare i Paesi emergenti ad avvicinarsi al nostro livello di benessere e sulla falsariga del nostro stile consumistico comporterebbe un incremento dei consumi e dell’inquinamento sino a far esplodere le capacità di sopportazione del nostro Pianeta; non resta altro che adattarci a consumare di meno, ad accontentarci di avere meno, a smorzare le nostre pretese, tornare un po’ indietro addirittura, contro tutte le logiche consumistiche del “crescere” a ogni costo, deturpando e distruggendo.

Papa Francesco, per parte sua, punta dritto sulla necessità improrogabile del rispetto verso l’ambiente e per questo ha istituito una giornata mondiale di preghiera per la cura del creato. Preghiera che, a mio modo di valutare le cose, non va rivolta al Creatore: Lui le cose le ha fatte per benino e la responsabilità di ciò che sta succedendo quaggiù ricade solo sugli uomini. La crisi ecologica, così si esprime Francesco, è “una conseguenza drammatica dell’attività incontrollata dell’essere umano” che si è dato in tutto e per tutto a sfruttare la natura in modo sconsiderato, con il rischio di distruggerla e di vedere rimbalzare su di sé gli effetti della degradazione. Occorre dunque con urgenza scegliere la strada segnata da “grandi percorsi di dialogo che ci aiutino a uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando”. Anche per Francesco si fa urgente e necessario un mutamento radicale in vista di un autentico progresso che sia insieme sociale e morale nelle dimensioni umana e sociale, strettamente vincolate nella loro interazione, una vera e propria “conversione ecologica globale”.
È il momento, oggi, in cui ognuno di noi deve prendere coscienza, non senza dolore, e trasformare in sofferenza personale ciò che si sta verificando a livello planetario. Francesco preconizza un rapido allontanamento dal “paradigma tecnocratico dominante” per abbracciare infine una necessaria “ecologia integrale” promossa dall’uomo nella sua veste di parte integrante della Natura e dell’ambiente di vita.
Le dobbiamo far conoscere ai nostri studenti, ai nostri figli, queste considerazioni sebbene di tono inquietante? Sì, per rendere anche loro consapevoli che, insieme a noi, sono l’equipaggio di un naviglio che imbarca acqua e che giorno per giorno rischia di andare a fondo, se mai non ci metteremo tutta la nostra volontà, la nostra intelligenza e la nostra voglia di vivere per salvare il salvabile.

(Il dipinto qui sopra, Orfani, tratto da Wikipedia,
è di Thomas Kennington, 1885)

A maggior ragione al suono lugubre delle rivelazioni scientifiche pervenute negli ultimi giorni. C’è poco da star tranquilli infatti, perché ci aspettano al varco anche le notizie disastrose sul clima. L’Antartide ha perso 3.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio dal 1992 a oggi. Negli ultimi cinque anni si è verificata una accelerazione che lascia presagire un futuro infausto per le zone costiere del nostro Pianeta a causa dell’innalzamento del livello dei mari, risultante attualmente di circa 8 millimetri. I risultati dello studio provengono da un gruppo di scienziati, tra cui diversi italiani e sono divulgati sulla rivista Nature. Lo scioglimento dei ghiacci si è triplicato negli ultimi cinque anni, raggiungendo una perdita pari ai due quinti del totale, nell’ultimo quarto di secolo. Il nostro Pianeta: come un malato, gobbo e piegato dal dolore, dal respiro affannoso, che incespica per l’ennesima volta su un percorso obbligato cosparso di pozzanghere mefitiche, gettato a terra da turbini molesti e capricciosi, gli occhi imploranti e le mani tese al Cielo. Dove approderà il nostro sfortunato naviglio?
L’enciclica del Papa pare esprimersi a proposito sul tema considerato. Vediamone allora i dettagli.

La panoramica generale.

Madre Terra protesta per l’uso irresponsabile e per l’abuso che noi facciamo dei beni che Dio le ha elargito.
L’uomo, che è spirito e volontà, ma anche natura, si è dato a distruggere la diversità biologica della creazione di Dio, compromettendo l’integrità della Terra e contribuendo al cambiamento climatico, deforestando e inaridendo le zone umide, inquinando le acque, il suolo, l’aria. Tutto ciò rappresenta un crimine contro la natura, contro noi stessi e un peccato contro Dio.
Non possiamo restarne insensibili, perché siamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste e, oggi, stiamo vivendo una sfida ambientale in tutta la sua grandezza, in tutta la sua urgenza e bellezza.
L’obiettivo che occorre porsi è quello di assumere una dolorosa coscienza, con l’intento di trasformare in sofferenza personale tutto ciò che accade nel mondo, per muoverci poi nella direzione di ciò che possiamo fare per migliorare la situazione in atto.
Inquinamento e cambiamenti climatici.
Facciamo molto affidamento sulle innovazioni tecnologiche ma, mentre riusciamo a risolvere un problema, ne portiamo alla luce altri, cosicché abbiamo ridotto la nostra Terra a un immenso deposito di immondizia.
Se la tendenza attuale delle azioni dell’uomo sul pianeta continua al ritmo che ha raggiunto, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per la stessa esistenza biologica.
Grave sempre di più si va facendo il problema degli approvvigionamenti idrici.

La perdita delle biodiversità.

Non possiamo più usare e abusare dei beni che la Terra ci offre, senza spingere lo sguardo al di là dell’immediato, perché altrimenti finiamo per far pagare al resto dell’umanità, presente o futura, gli altissimi costi del degrado ambientale.
Dobbiamo disporci a percepire i gemiti di sorella Terra e ad accogliere il progetto divino di pace, bellezza e pienezza, ma stiamo facendo tutto il contrario con il nostro sottometterci alla politica, alla tecnologia e alla finanza, ciò che trova riscontro nei ripetuti fallimenti segnati dalle risoluzioni dei Vertici mondiali sull’argomento “ambiente”.
La tecnica, di cui andiamo tanto orgogliosi e con la quale ci illudiamo di risolvere tutti i problemi, obbedisce a una sua ferrea logica che non guarda all’utilità di nuovi procedimenti o al benessere della gente, ma soltanto al dominio. Vivere, oggi, ha preso il significato di abbandonarsi a tutto ciò che proviene dalla tecnica che viene considerata la risorsa principale e insostituibile del nostro esserci. La tecnica, separata dall’etica, sarà difficilmente capace di autolimitare il proprio potere.
In quanto alla finanza, gli effetti della crisi finanziaria mondiale non hanno lasciato concreti ammaestramenti, come anche, peraltro, siamo disposti ad apprendere con molta lentezza la crisi del deterioramento ambientale. Il salvataggio delle banche, per altro verso, voluto a ogni costo dal mondo della finanza, non ha concluso che farne pagare il prezzo alla popolazione, senza che sia stato fatto uno sforzo per rivedere e riformare l’intero sistema. È così che la finanza ha consolidato il proprio dominio assoluto, ma questo dominio non avrà un futuro, anzi, assisterà all’esplosione di nuove crisi in spregio dei ripetuti tentativi di risanamento.

Deterioramento della qualità della vita umana e degrado sociale.

I cambiamenti che stiamo vivendo a vari livelli di estensione e di intensità riguardano anche le componenti sociali, in quanto noi tutti vorremmo anelare a vivere con sapienza, a usare il pensiero in profondità, ad amare con generosità, ma questi sono ammirevoli atteggiamenti oggi ampiamente disattesi a vantaggio dell’egoismo. Da qui la sentenza secondo la quale la crisi ecologica ha una radice umana. La vera sapienza, per esempio, nasce dalla capacità di riflettere, di dialogare e dall’incontro generoso fra le persone.
Oggi assistiamo a una sorta di supersviluppo consumistico e dissipatore che si pone in netto contrasto con situazioni di miseria da lungo tempo trascinate all’interno dell’umanità che vive ai margini del dignitoso vivere. Purtroppo, però, non vogliamo ammettere che stiamo vivendo secondo un’interpretazione erronea della nostra esistenza, che si rivela nel degrado ambientale, nell’ansia dilagante, nella perdita del senso della vita e del vivere con gli altri.
Per quanto riguarda l’esaurimento delle risorse naturali e l’inquinamento, problemi entrambi scottanti, dovremmo assumere un modo diverso di osservare quanto sta accadendo, dovremmo adottare uno stile di pensiero, una politica, un programma educativo, un ritmo esistenziale e una spiritualità capaci di contrastare fattivamente il propagarsi del paradigma tecnocratico.
La linea di progresso sulla quale procediamo porterà a una caduta irrimediabile, per cui è necessario pensare a un altro tipo di progresso che abbia in sé molto della salubrità, dell’umanità, della socialità e dell’integralità, sebbene pare sia sempre più difficile fermare la nostra corsa sfrenata per tentare di recuperare quella che dovrebbe essere la profondità del nostro vivere.
Questa considerazione induce a supporre con molta cognizione di causa che sia ormai diventato indispensabile controllare la nostra voglia sfrenata di avere ogni migliore opportunità di allineamento alle nuove scoperte e ai loro prodotti. Sarà senz’altro meglio che impariamo ad atteggiarci alla realtà che ci circonda in un modo del tutto nuovo, accingendoci a raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili che la scienza ci offre, nell’anelito di recuperare i valori e gli scopi più alti disseminati sul nostro percorso.

Iniquità planetaria.

Quanto ai giorni nostri si rileva è che 1/3 degli alimenti immessi sul mercato viene fatto oggetto di spreco, mentre una moltitudine di disperati ne potrebbe essere avvantaggiata.
Si configura come grave ingiustizia il fatto che 1/5 della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da sottrarre alle nazioni povere e alle future generazioni ciò che è loro necessario per la sopravvivenza.
Oggi si va imponendo l’esigenza di accettare persino una certa decrescita in alcune parti del mondo per destinare le risorse sovrabbondanti ad altre parti onde consentire una crescita sana per tutti e per ognuno.

Diversità di opinioni.

Ci sarà sempre qualcuno che la pensa diversamente da quanto si è concordato sul risanamento del clima.
Però dobbiamo convincerci che non siamo padroni del suolo che calpestiamo. Se diamo credito all’Antico Testamento dobbiamo ammettere ciò che Dio disse all’uomo: “…la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti” (Lv 25, 23) – [In altre edizioni il termine ‘ospiti’ è reso con le parole ‘miei coloni’]. Sicché, l’interpretazione corretta del concetto di uomo come signore dell’Universo dovrebbe trasformarsi in quella di amministratore responsabile.

Foto tratta da Wikipedia

È bello leggere la seguente considerazione: “Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che… possa sempre germogliare qualcosa di nuovo”. Si tratterebbe della ragione di una certa arte, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Accade come se un costruttore di navi potesse concedere alle parti componenti la struttura di muoversi da sé per assumere la forma designata.

È ciò che penso anch’io ed è quanto mi porta a riflettere quanto vado a esporre: l’Eterno non tiene continuamente fra le dita i fili degli eventi e delle trasformazioni, ma ha compreso il tutto in un programma che poi funziona autonomamente, senza ulteriori impulsi né informazioni, seguendo le leggi in esso inscritte. Mi piace ipotizzare che un Essere supremo abbia deciso, per motivi a noi ignoti, di dare esistenza a tutto ciò che c’è, alla vita organica, all’uomo, limitandosi a porre in ogni cosa un programma evolutivo, dopo di che avrebbe detto: “Vai!”, senza più tenere le briglie o il timone di comando. Ora tutto procede secondo questo programma all’interno del quale sarebbero presenti svariate possibilità di scelta, perché l’Eterno avrebbe lasciato al caos e agli elementi che lo compongono un certo margine di libertà nei limiti cogenti delle leggi da Lui imposte per governare il corso degli eventi. Ma posso anche immaginare che le stesse mie scelte, frutto di mie deliberazioni libere e strettamente personali, siano quelle scelte che già erano state scritte nel programma o che il programma, avendone ricevuta la facoltà, abbia veicolato in forza di un’intelligenza in esso viva.

La nostra vita di umani, per altro verso, è disseminata di alternative fra le quali ci è concesso operare scelte. A ogni passo incontriamo una varietà di direzioni possibili, ci imbattiamo in diramazioni e crocevia che pretendono da noi un atto di risoluta determinazione. Ognuno di noi, stabilendo un ricamo all’interno di queste ramificazioni di possibilità, finisce per creare un tracciato tortuoso che, al termine dell’esistenza individuale, è tale e non sovrapponibile a qualsivoglia altro. Prima domanda: era predestinato? Questo tracciato l’abbiamo scelto, voluto, creato noi stessi nella nostra natura di individui capaci di volizione? Oppure la nostra scelta appare tale soltanto nel nostro immaginario, mentre abbiamo intrapreso un percorso fra tanti in quanto “per noi” quel percorso era necessario e non poteva essere diverso? Domanda di secondo tipo: diverso da che? Ma dall’unico percorso per il quale io sono confacente, che diamine! Necessario a che? Questo non me lo chiedete; chiedetelo a un Lui o a un suo simile, ammesso che siate più fortunati di me nell’incontrarlo, almeno una volta, seppure di sfuggita, sulla vostra strada. Ecco, ora sto affrontando un punto cruciale. Ognuno di noi, a quanto pare poter supporre, vive una vita che era già disegnata in precedenza. Disegnata non nei suoi dettagli o nelle sue peculiarità, ma in forma di bozza, da un artefice attento al suo evolversi nello spazio e nel tempo. L’artefice, o Altro, o Lui, o chiamatelo come più vi piace, sapete cos’avrebbe potuto fare? Ecco, esattamente questo: abbozzare un progetto evolutivo, inserirvi leggi generali che contenessero in sé, intrinsecamente connaturati, ordini e informazioni più particolari e un principio autoregolativo che, nel corso del processo evolutivo, avrebbe svolto la funzione di smistare, regolare, modificare, innovare e forse stravolgere, all’occasione, questi ordini e queste informazioni. Quindi, per riprendere quanto detto poco sopra, avrebbe ordinato: “Vai avanti!”, senza pensarci più, perché in quel progetto avrebbe continuato a vivere, in una dimensione parallela, la sua stessa intelligenza.

Questo “Vai avanti!”, tuttavia, mi riconduce su un piano che sa più di mistico che non di scientifico; allora vorrei portare alcune idee che ho scoperto nel filosofo martire Giordano Bruno. È questo pensatore a sostenere l’esistenza di un’anima o forma universale, che è una sola in tutte le cose, persino in quelle inanimate, ponendosi come il principio formale costitutivo dell’Universo e di tutto ciò che in esso si trova. A capo di tutto esisterebbe dunque una sola forma sostanziale, eterna e incorruttibile, che si definirebbe come l’anima del mondo. E allora Dio, sebbene Giordano Bruno sia assai cauto nel nominarlo, è “Quello che è tutto che può essere, è uno… è tutto quel che è e può essere qualsivoglia altra cosa che è e può essere”. L’Universo, il grande simulacro come lo definisce Giordano Bruno, è tutto ciò che può essere, ma si riduce a un’ombra soltanto del primo Atto e della prima Potenza. Secondo questo principio ogni forma la cui esistenza sia possibile nel mondo già si trova attuata in esso, pertanto è esclusa la possibilità che appaiano nuove specie oltre quelle ivi contenute. Come dire che l’elemento materiale in cui siamo immersi, e per questa via il nostro stesso esistere come persone individuali, contiene in sé la totalità possibile e assoluta della dimensione e, nel particolare, la trae fuori da se stessa. Gli stessi astri diffusi nel cielo immenso possiedono un principio di movimento intrinseco, un’anima e un’intelligenza. Nessuno li muove, muovono di per sé, in grazia di una forza intrinseca. Addirittura ciò accade nelle cose più piccole, pensiamo alla calamita che per sua natura è portata ad attirare il ferro, ma fa questo in forza di un senso che è come “svegliato da una virtù spirituale, che si diffonde dalla calamita”, per dirla con Giordano Bruno.
Non c’è che dire: qui sono con Papa Francesco nel suo sostenere che il suolo, l’acqua, le montagne, tutto è carezza di Dio.

Crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno.

La grave colpa dell’uomo, e sua condanna, è l’aver voluto sostituirsi al Creatore sino a provocare, per deleteria conseguenza, la ribellione della Natura. Quel che è in gioco è la nostra stessa personale dignità. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia, perché lo stile di vita dei nostri giorni, giunto alla soglia della sostenibilità, può sfociare solamente in catastrofi.
Oggi abbiamo bisogno di una ecologia ambientale, economica e sociale. Diventa fondamentale trovare soluzioni integrali, che cioè valgano a considerare le interazioni fra sistemi naturali fra loro e con i sistemi sociali.

Ecologia culturale.

La ragione consumistica oggi in vigore su larga scala, enfatizzata dai sistemi globalizzati dell’economia, spinge verso un livellamento e una omogeneizzazione delle culture. A patirne le conseguenze sarebbe l’immensa varietà culturale del nostro mondo, vera risorsa dell’umanità intera.
Mi vien da dire: Oggi, poi, su questo fenomeno dell’emigrazione di massa e del conseguente frammischiamento di culture, se ne sentono di tutti i colori: affermazioni e smentite che si alternano con la rapidità di una saetta. Esiste persino un così chiamato Piano Kalergi che va a sondare le motivazioni presenti alla base dei tanti sommovimenti sociali. Tutto può essere possibile, ma quello che si dice con questo Piano mi sembra un po’ votato alla paranoia. Certo è che tutti noi siamo strumenti in mano di chi possiede le leve del potere e che si avvale di false apparenze democratiche. Dunque è difficile darne una interpretazione e meno ancora trovarvi una soluzione adeguata alle esigenze vitali di ognuno. Una cosa credo fermamente: con tutto il rispetto per l’altro, con tutta la comprensione per il suo stato deprivazionale sono disposto a dare il mio piccolo aiuto, ma nella giustizia e nel mantenimento dell’identità originaria. Non rinuncerò mai a essere Italiano, cosa di cui vado orgoglioso. Credo, di conseguenza, che ogni abitante del Pianeta debba tenersi cara e preziosa la propria identità sociale e culturale. Buona è l’acqua e buono è il vino, ma mischiarli provoca decadimento in entrambi. Poi, il fatto che tantissimi migrano per fame, per guerre, per violenze, per paura, questo è un argomento che andava preso a due mani 50-60 anni fa almeno e provvedervi per prevenire, prevedendo con oculatezza ciò che sarebbe avvenuto e che avviene. Alla fine, sarà Madre Terra a dire la propria e, allora, tutti taceremo e piegheremo il capo.
È dunque lecito pensare che lo sviluppo di un gruppo sociale sia sotteso a un processo storico che assorbe le caratteristiche di un determinato contesto culturale e pertanto uscirebbe dalle mani dei protagonisti che sono gli attori sociali immersi nella propria cultura.
In questo senso va ripresa l’attenzione dovuta alle peculiarità di vita delle comunità aborigene, senza negare né trascurare le loro tradizioni culturali.

Foto tratta da Wikipedia

Ecologia della vita quotidiana.

Se vogliamo volgere mente e cuore a ciò che è bello di per sé, dobbiamo dare il giusto significato al senso della bellezza, riportandolo alla qualità dell’esistenza per tutti gli uomini, alla loro armonia con l’ambiente che li ospita, all’incontro e all’aiuto reciproco.
Dobbiamo convincerci del fatto che tutte le creature sono connesse con reciproco legame e, quindi, per ognuna di esse deve essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione per il fatto stesso che tutti noi, esseri creati, abbiamo bisogno gli uni degli altri.

Alcune linee di orientamento e di azione.

Sarà bene ricorrere alla definizione di grandi percorsi di dialogo per trovare la strada adatta a condurci fuori della spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando. Andremo così a scoprire un dialogo verso nuove politiche nazionali e locali. Ciò che si deve fare per godere di una società sana, matura e sovrana corrisponde ad atteggiamenti di previsione, di precauzione, all’adozione di regolamenti adeguati, alla vigilanza sull’applicazione delle norme, alla lotta senza quartiere contro la corruzione. Si devono inoltre prevedere azioni di controllo operativo qualora si profili l’avverarsi di effetti abnormi lungo la catena dei processi produttivi, ma anche momenti di all’erta nell’eventualità dell’insorgere di rischi a vari livelli di esecuzione. La morale è quella di generare processi anziché dominare spazi di potere.
Il mio personale pensiero: la corruzione. Credo che estirpare questo cancro morale della progenie umana sia meno facile che raggiungere il centro geofisico della nostra Terra. Non c’è da andare molto lontano, basta guardarci attorno, basta sentire le notizie quotidiane diffuse dai mezzi di informazione: un mondo di ladri, grandi e piccoli, un latrocinio diffuso e resistente a ogni tentativo di terapia o di chirurgia sociale. Corruzione è un termine che si lega in stretto connubio con quello di avidità sul quale mi soffermerò al termine delle mie considerazioni. E tale binomio costituisce una trappola infallibile nella quale si cade quasi senza avvedersene e dalla quale non si esce più.

Le Dichiarazioni di Rio sull’ambiente e lo sviluppo.

La politica e l’economia dovrebbero tessere un dialogo improntato tutto alla pienezza umana. I lavori che si sono susseguiti ormai da lungo tempo per discutere sullo stato dell’ambiente planetario non hanno sortito effetti di qualche portata. Al contrario, pare proprio che le cose si mettano sempre più male. Oggi è giunto il tempo di ridefinire il significato da attribuire alla parola “progresso”. Forse non c’è altra via che quella di rallentare un po’ il passo, di porre alcuni limiti ragionevoli al nostro modo di vivere, ma anche di retrocedere alquanto prima di accorgerci che non c’è più nulla da fare.
Allora si fa urgente la decisione di puntare su uno stile di vita diverso da quello ora imperante nelle nazioni a tecnologia avanzata, cercando innanzitutto di superare l’individualismo, di educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente. Si tratterebbe di una sorta di conversione ecologica che potrebbe risolversi nella decisione di vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio. Tutto ciò implicherebbe l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’Universo una stupenda comunione universale.

Le mie personali considerazioni aggiuntive.

Obiettivi altissimi, sublimi, di profumo celestiale quelli intravisti e raccomandati da Papa Francesco. Passati al vaglio delle maglie che tessono la rete dell’esistenza umana sul pianeta Terra si rivestono di un altro profilo: quello della pura e santa illusione.
Sembra in sostanza che a capo di tutto l’agire umano esista un solo comandamento. E questo comandamento ha un nome: avidità. Non è una cosa attribuibile agli animali, in genere. Fatta qualche eccezione. Alcuni predatori, infatti, pare uccidano le loro vittime per il puro gusto di uccidere, di giocare forse. Possiamo catalogare questo tipo di comportamento con le categorie che abbiamo creato: può essere sadismo, curiosità, piacere, divertimento, mantenimento in esercizio a spese altrui, ma non possiamo in alcun modo parlare di avidità. L’avidità è un requisito elettivamente umano. La tigre che uccide la preda per il gusto di uccidere, o altro come ho appena accennato, non lo fa per accumulare ricchezze, non lo fa per aumentare il proprio prestigio o il proprio potere sugli altri, non ne ricava alcun vantaggio di valore aggiunto, diremmo in termini economici o aziendalistici. L’uomo, invece, sì. L’uomo guarda sempre oltre, e in alto, e non ne ha mai abbastanza.
Già, e la competitività di mercato, dove la vogliamo mettere? Forse che coloro i quali hanno accumulato una fortuna in affari e capitali resterebbero inerti di fronte alle scelte che la maggioranza si appresterebbe a fare? Crediamo proprio che tutti sarebbero contenti, guardandosi attorno, di contemplare una parità universale di benessere economico, sentendosi come le migliaia di api nell’alveare o come le formichine nella loro tana? Una decisione valsa a cedere, da chi ha di più, a vantaggio da chi soffre di indigenza economica toglierebbe di mezzo la pulsione umana di avidità? E, qualora ci riuscisse, crediamo proprio che la cosa potrebbe durare a lungo? Oggi la nostra economia, e quella di tutto il mondo, è fondata sulla concorrenza, che presume il dover produrre di più, in qualità e prezzi competitivi, per esportare, per vendere. Non solo, ma c’è chi vuole dare un livello più alto al proprio tenore di vita, comprarsi un’auto più potente, sicura e accessoriata, possedere una casa più comoda e signorile, concedersi vacanze più fantastiche. È forse illecito tutto questo? Visto che non siamo api né formichine, penso proprio che la nobile proposta di raggiungere un livello di giustizia e di uguaglianza fra tutti gli uomini possa appartenere soltanto a chi si sia perso fra le dune dell’utopia, come me.

Foto tratta da Wikipedia

Le ambizioni dell’uomo comune sono alte, ma il vuoto interiore che lo domina rimbomba con toni assordanti e indecifrabili, spingendolo a gran forza nella palude di un’angoscia insopportabile. Un vuoto che si cerca di colmare con il soddisfacimento illusorio delle ambizioni in senso orizzontale, su una dimensione materiale che richiede accumulazione di ricchezze su ricchezze. Ma per questa via il vuoto non viene colmato. La sua voce roca ulula rabbiosamente dal profondo e non si fa capire, non si lascia interpretare, ulula e basta. E allora altre ricchezze, altre sottrazioni, altro sfruttamento. È quel che la maggioranza di noi ha fatto finora, senza mai chiedersi il perché, senza mai prefigurarsi le conseguenze. Lasceremo ai nostri figli un mondo spogliato, mefitico, inospitale e invivibile, ma noi abbiamo goduto e, godendo, crediamo di essere stati grandi. La trappola scatta per chi non conosce l’avidità, per l’uomo semplice ma consapevole e capace di usare il pensiero, l’immaginazione, la contemplazione. È l’uomo che non cerca di espandersi sulla dimensione orizzontale dei beni materiali, ma si eleva verso l’alto. La sua è una crescita interiore, una ricerca continua in se stesso e di se stesso. La sua è una realizzazione in senso verticale. Non lo porterà a diventare padrone di molte risorse terrene come promesse di un benessere caduco. Lo porterà a vedere se stesso negli altri e gli altri in se stesso. È la strada della considerazione, dell’attenzione, della lungimiranza, del rispetto, dell’amore. Di chi sarà il mondo? Ma forse è una domanda mal posta, perché il mondo non sarà mai di nessuno. Non è la natura ad appartenerci; siamo noi ad appartenere alla natura. Il mondo, nella luce di realtà fisica, naturale, sopporterà sino a un certo limite. Quando deciderà che ce n’è abbastanza, sarà allora che manifesterà la sua ribellione e gli ci vorrà ben poco per disfarsi dell’uomo e di tutte le sue nefandezze. La vita sulla terra è iniziata senza l’uomo; andrà avanti, nostro malgrado, senza l’uomo. Non è il mondo né il benessere da esso derivante che dobbiamo assoggettare. È quel vuoto dentro di noi, è quell’angoscia che ci attanaglia alla gola e allo stomaco, è la paura di vivere ciò con cui siamo chiamati a confrontarci. La nostra esistenza è una condizione di perenne ed estrema precarietà. Quand’anche diventassimo ricchissimi e potentissimi non avremmo aggiunto una virgola all’anelito verso quella felicità che cerchiamo incessantemente di conquistare. Le invenzioni, la frenetica attività della nostra mente, le scoperte strabilianti, il progresso, a che sono serviti, a che serviranno? I grandi potentati della Storia hanno fatto parlare molto di sé, hanno realizzato opere mirabili e prodotto notevoli mutamenti in una varietà di ambiti. Che ne è di loro? Scomparsi, vaporizzati nel nulla. Fra centomila anni nessuno parlerà di Giulio Cesare o di Giorgio Washington o delle fortune dell’Agha Khan. A che è servito tutto questo? A preparare la strada per un mondo progredito, quello di cui godiamo oggi, quello che sta agonizzando nei suoi ultimi spasimi per le ferite infertegli dalla sua stessa progenie, perché bruciato, perché spogliato, perché avvelenato, perché privato delle foreste, dilavato, disintegrato? E, dunque, noi che ci stiamo a fare in un mondo così miseramente ridotto? Per preparare un maggiore benessere per i nostri figli, che diamine! Dovranno esserci riconoscenti, i nostri figli, o non ne avranno l’opportunità, o non ne avranno il tempo?! E guardiamoci bene intorno: siamo così soli! Soli in uno spazio dalle dimensioni inimmaginabili, soli in mezzo a una moltitudine di nostri simili, soli di fronte a noi stessi, soli con noi stessi. E il vuoto prolunga le proprie metastasi impadronendosi di tutto e di tutti, perché è il vuoto il vero padrone di questo mondo e di tutto ciò che gli sta intorno. Il nostro sentire di esserci in questo vuoto immenso può essere null’altro che una scintilla effimera, un errore casuale nella progettualità di un universo sconosciuto, una “mutazione” episodica di un ordine occultato ai nostri limiti di conoscenza, un epifenomeno del tutto imprevisto e imprevedibile nell’architettura di quel piano abissale, senza un perché, senza uno scopo, senza un significato.

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