La Scuola italiana nel Ventennio
La Scuola dell’era fascista prevedeva, nei propri presupposti teorico-pratici, a partire dal 27 dicembre 1921, la lotta all’analfabetismo, l’istruzione obbligatoria fino alla sesta classe elementare, eccezionalmente soltanto fino alla quarta, una Scuola elementare vigorosamente statale, la Scuola media e universitaria sotto stretto controllo dello Stato; l’istituzione, inoltre, di Scuole professionali, industriali e agrarie e la Scuola media con indirizzo in prevalenza classico. Si accennava anche a borse di studio per i più meritevoli e a un miglioramento retributivo a favore degli insegnanti.
Giovanni Gentile fu il primo ministro dell’istruzione pubblica del periodo fascista, sulla scia del concetto di Stato etico hegeliano e dell’orgoglio rinascimentale. Il Ministero della Pubblica Istruzione, a partire dal 1929, mutò il nome in Ministero dell’Educazione nazionale. In quanto agli insegnanti, essi dovettero sottoporsi all’introduzione delle “note di qualifica”. E per quanto riguarda l’insegnamento della religione cattolica, che non vedeva la luce fin dal 1878, una nuova legge del 1926 lo ristabilì, libero e gratuito, della durata di un’ora per settimana, da tenersi nel periodo gennaio-maggio, con validità sino alla nuova regolamentazione del 1929, voluta dal Concordato.
Nel 1923, all’insegna della formula “mens sana in corpore sano”, fu costituito l’Ente nazionale di educazione fisica (Enef) che nel 1926 fu tutt’uno con l’Opera nazionale Balilla e l’anno successivo con la Gioventù italiana del Littorio (Gil). L’Opera Balilla istituiva le adunate da tenersi nei pomeriggi del sabato, alle quali partecipavano i giovani fascisti abbigliati con pantaloni color grigioverde e camicia nera, mentre le ragazze portavano una gonna nera e la camicia bianca.
In ambito scolastico fu Gentile a istituire, nel 1924, il Collegio dei professori e il Consiglio di classe. Agli insegnanti veniva concesso il diritto di impartire lezioni private, ma esclusivamente per non più di un’ora al giorno, norma che fu ampiamente disattesa.
Nel 1934 andarono in voga le lezioni di cultura militare e le trasmissioni radiofoniche di “Radio Balilla” che si insinuavano nelle aule pur interrompendo le lezioni in corso. Asfissiante era il controllo su ogni aspetto della Scuola, tale che nel 1926 furono vietate le adozioni dei testi di storia nel numero di 101 su un totale di 317 proponibili.
Il 1928 fu l’anno che restituì al Ministero dell’Istruzione le Scuole tecniche professionali e nel gennaio 1929 la Scuola elementare fu dotata del “libro di Stato”, in edizione unica per tutto il comparto. Nello stesso anno si ebbe la trasformazione della Scuola complementare di gentiliana memoria in “Scuola secondaria di avviamento al lavoro”. Con il Concordato, la religione entrò a far parte della programmazione per la Scuola Media, salva la richiesta di dispensa per chi ne fosse stato contrario, ma la religione si mostrava sotto il velo appariscente di strumento politico.
L’analfabetismo raggiungeva ancora valori alti in Italia, il 20% della popolazione, arrivando al 48% in Calabria. Era il 1931, lo stesso anno in cui Mussolini pretese dai docenti universitari il giuramento al regime, ma soltanto dodici docenti su 1.250 rifiutarono di apporre la propria firma, di immediata conseguenza radiati dall’insegnamento. L’anno 1935 il Consiglio superiore dell’Educazione nazionale fu sottoposto alla nomina regia, mentre al Ministero dell’Educazione nazionale fu inviato Cesare Maria De Vecchi, considerato come il maggiore esponente fascista di tutti i ministri della Pubblica Istruzione. Era il momento dell’apparizione della “Scuola attiva” sulle indicazioni di Dévaud, con l’esposizione di una Scuola nella veste di comunità di lavoro, votata a esplorare l’ambiente per conoscere e far conoscere la vita.
Dopo l’esperienza del ministro De Vecchi fu il momento del ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai che nel 1939 diede forma alla “Carta della Scuola”, al tempo in cui la Scuola stessa doveva sottostare all’emanazione delle norme per la “Difesa della razza”. La “Carta della Scuola” vedeva la luce il 19 gennaio 1939 come superamento della Legge Gentile e la sua sostituzione con il “libretto scolastico personale” e, successivamente, con il “libretto di lavoro”.
Il 1938, 17 novembre, il re appose la propria firma sul D.L. XVII dell’Era fascista, che assumeva da subito “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”. Nel settembre, il ministro Bottai escludeva dalle adozioni i libri di testo attribuibili ad autori ebrei.
I regi decreti del settembre 1938 emarginavano decisamente dalle Scuole italiane sia gli alunni sia i docenti ritenuti di razza ebraica. Alle Scuole venne rivolto l’invito ad abbonarsi alla rivista “La difesa della razza”. Tali provvedimenti ebbero come conseguenza la fuoriuscita coatta dall’insegnamento per 95 docenti universitari. Persino le biblioteche pubbliche furono intaccate dalla furia antisemita, con l’ostracismo dato ad autori come Machiavelli e Boccaccio.
Il lavoro veniva associato allo studio e prendeva vita la “Scuola media unica” che prevedeva 22 ore settimanali di lezione, più quelle dedicate al lavoro e all’educazione fisica. Le classi avrebbero dovuto ospitare non più di 20 alunni per ciascuna e la funzione di preside era esclusa alle donne. Questa Scuola entrò in vigore nell’anno scolastico 1940-1941. Bottai aderì all’ordine del giorno dell’atto di ribellione a Mussolini; fu condannato a morte, ma si salvò riuscendo ad arruolarsi nella legione straniera.
Allorché, il 25 luglio 1943 si avverò la deposizione di Mussolini, le Scuole italiane in Sicilia erano state chiuse già a partire dai primi dell’anno. Il 3 settembre fu firmato l’armistizio con gli Alleati. Il re se ne andò da Roma lasciando l’Esercito senza ordini e i soldati italiani alla mercé dei tedeschi che ne fecero orrenda strage. Badoglio, che aveva pensato a formare un Governo di sottosegretari, dopo l’abbandono di Roma fu sostituito da Leonardo Severi. Mussolini, relegato sul Gran Sasso, a Campo Imperatore, fu liberato da un commando tedesco il 12 settembre 1943 e due giorni appresso diede vita alla Repubblica Sociale Italiana (RSI), con Carlo Alberto Biggini alla Pubblica Istruzione. Numerose Scuole furono costrette a trovare rifugio in zone di campagna.
Era il tempo in cui il latinista Concetto Marchese, con l’inaugurazione dell’anno accademico nel 1943, in qualità di rettore dell’Università di Padova, lanciò agli studenti un appello che inneggiava contro il regime fascista, e per questo fu costretto a cercare riparo nella clandestinità. Il 24 dicembre 1943, a Roma, un gruppo di insegnanti diffuse un volantino con il quale si invitavano tutti gli insegnanti a non prestare giuramento alla RSI. Anche gli studenti si unirono alla manifestazione antifascista, fra i quali il liceale Massimo Gizzio che fu assassinato all’ingresso della sua Scuola.
Il 20 febbraio 1944 il giornale rimano del Partito d’Azione, “Italia libera”, formò un’associazione italiana degli insegnanti, che svolse clandestinamente la propria attività. Il 24 marzo 1944 cadevano, alle Fosse Ardeatine, tre insegnanti: Pilo Albertelli, Gioacchino Gesmundo e Salvatore Canalis. Il 20 maggio l’Associazione italiana degli insegnanti pubblicò e diramò clandestinamente il giornale “La voce della Scuola”.
Avverso al fascismo, nel 1944 in Val d’Ossola sorgeva, per la durata dal 10 settembre al 22 ottobre, la “Repubblica dell’Ossola” composta anche da una Commissione didattica consultiva che si attribuì il compito di preparare una “Carta della Repubblica dell’Ossola per la formazione dell’uomo”. A quel tempo si prevedeva l’esercizio di una Scuola media unica. A livello nazionale funzionò una speciale “Sottocommissione per l’educazione” con l’appoggio della scienza pedagogica di origine inglese e americana.
Il Governo italiano, in data 11 febbraio 1944, lasciò la sede di Brindisi e, come capo il maresciallo Badoglio, il 22 aprile 1944 si autonominò “Governo di unità nazionale”, con Adolfo Omodeo, storico del cristianesimo e del risorgimento, all’Educazione nazionale, ma si trattò di un ministero di breve durata, perché decadde dopo appena due mesi. Anche il Governo fu sottoposto a mutamenti con la nomina, il 18 giugno, di Ivanoe Bonomi al posto di Badoglio. All’istruzione il ministro Adolfo Omodeo fu sostituito dallo storico della Filosofia Guido De Ruggiero che era stato fra i renitenti a giurare fedeltà a Mussolini.
La variabilità nei movimenti politici continuava a chiamare ai posti di responsabilità personaggi con incarichi a breve termine. Così fu per De Ruggiero il cui mandato durò appena sei mesi e così accadde per il susseguirsi dei Governi Bonomi, con il sopravvenire del liberale Arangio Ruiz alla presidenza del Consiglio il 12 dicembre 1944.
Passata la funesta bufera del ventennio, la Scuola assunse aspetti innovativi. Fu il colonnello americano Carleton Washburne a modernizzare i programmi di tutte le Scuole siciliane. Il colonnello era stato allievo di John Dewey e portò avanti un progetto pedagogico di tutta novità, detto “Winnetka”, per la creazione di una Scuola modello. Abolì il libro unico di Stato in adozione alle Scuole elementari e propose l’adesione al proprio metodo attivo.
Il 15 luglio 1944, con il Governo Bonomi, si procedeva a un minimo di restaurazione al periodo precedente il ventennio. Il 26 agosto 1944 Guido De Ruggiero lanciò l’idea di una “Costituente della Scuola”. Il 24 gennaio 1945 il Governo italiano otteneva dagli Alleati la restituzione della piena giurisdizione sulla Pubblica Amministrazione. Il 21 giugno 1945 la guida del Governo italiano passava dalle mani di Bonomi a quelle dell’azionista Ferruccio Parri, con Arangio Ruiz alla Pubblica Istruzione.
L’anno 1945 vedeva lo scontrarsi del Partito d’Azione con la Scuola media unica, i cui requisiti venivano valutati didatticamente dannosi e socialmente inutili. Di converso, il Partito socialista di unità proletaria (Psiup) propose di abolire la distinzione di carattere sociale nella Scuola di base. Ossia l’istruzione si sarebbe articolata: in una scuola media unica del popolo, obbligatoria e priva dell’insegnamento del latino; nell’abolizione delle Scuole di avviamento al lavoro; nello stabilire l’obbligo scolastico fino al quindicesimo anno di età; in una Scuola elementare di durata di quattro anni; nell’inserimento di maestri possessori di laurea; nella istituzione di Scuole professionali sino anche al secondo grado di istruzione; nella elargizione di borse di studio e di agevolazioni per gli alunni più meritevoli e per i bisognosi.
Al Governo italiano, a Parri successe, sin dall’ottobre 1945, Alcide De Gasperi. Alla Pubblica Istruzione fu insediato Enrico Molé, di retaggio conservatore, fautore dei nuovi programmi didattici. A livello nazionale, il 9 maggio 1946 si ebbe l’abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto. Il 2 giugno il referendum istituzionale decretò lo stabilirsi storico della Repubblica Italiana. Fu l’occasione in cui il diritto di voto venne esteso anche alla popolazione femminile. Alla funzione di Capo provvisorio dello Stato, il 28 giugno 1946 fu chiamato l’economista e giurista Luigi Einaudi, con Alcide De Gasperi al Governo. Sulla scena politica prendevano fisionomia due schieramenti di diversa concezione: quello comunista di Palmiro Togliatti, supportato da Concetto Marchesi; quello democristiano di Alcide De Gasperi che si avvalse della collaborazione di Aldo Moro. Quest’ultimo propose l’attuazione del diritto allo studio a favore di ciascun italiano; la frequenza della Scuola dell’obbligo gratuita fino al quattordicesimo annoi di età; la facoltà, estesa a enti e a privati, di aprire scuole; la previsione di sussidi garantiti dallo Stato alla Scuola privata; il diritto di controllo sulle Scuole, prerogativa dello Stato; per le famiglie la possibilità di scelta fra Scuola statale e Scuola privata; il sostegno agli alunni meritevoli e bisognosi per tutto il corso degli studi; l’insegnamento della religione nelle Scuole, esclusa l’Università, con diritto a ottenerne la dispensa.
L’opzione di Concetto Marchesi era la seguente: libertà di insegnamento per l’arte e la scienza; il diritto riservato allo Stato di imporre l’obbligatorietà scolastica; la Scuola statale garante dell’unità nazionale e dell’uguaglianza dei cittadini; l’obbligo fino al quattordicesimo anno di età; l’apertura di Scuole gratuite di lavoro nelle fabbriche, nelle aziende rurali e nei cantieri; il diritto esclusivo dello Stato a rilasciare titoli di studio con valore legale; la definizione di Scuola primaria, media e universitaria come funzione dello Stato; l’assicurazione per i meno abbienti del diritto a proseguire gli studi; la piena libertà di insegnamento per la scuola privata; l’attribuzione del favore statale a organizzazioni educative popolari, a circoli di cultura, a Università popolari, a Scuole serali, ad associazioni sportive.
Con la Legge 9 agosto 1954 n° 645 venivano stanziati 500 milioni di Lire per borse di studio a favore di alunni meritevoli e bisognosi. L’articolo 34 confermava che “la Scuola è aperta a tutti”, quindi non solo al popolo.
Nella gente del volgo gravava la difficoltà relativa a sostenere le spese di vario genere richieste per mandare i figli a scuola, fenomeno che concorse a prolungare la vita all’analfabetismo e a favorire l’abbandono scolastico appena superati i dieci anni di età. La Scuola italiana, per di più, era poggiata su programmi obsoleti e si avvaleva di un’edilizia inadeguata, con stipendi irrisori per gli insegnanti. Sorsero e insorsero una serie di organizzazioni sindacali: la Cgil nel 1948, la Snsm per la Scuola media e l’Associazione per la difesa e lo sviluppo della Scuola pubblica italiana.
Un personaggio di spicco emerse all’interno di quell’atmosfera: era Armando Armando che rimarcava le importanti indicazioni della pedagogia tedesca, inglese e americana. Era furibondo nell’inveire contro i “guastatori” sindacalisti e i ministri avvezzi alla pratica del clientelismo. Era conservatore e scettico, votato a incoraggiare i giovani sessantottenni nel riporre fede nella democrazia. In quella fase di sviluppo della Scuola italiana si andava manifestando una notevole richiesta di insegnanti, visto l’esodo di gran parte della popolazione meridionale verso il Nord-Italia, con una crescita rapida e costante al Nord, come la dice lunga l’esempio di Torino che vide un aumento della popolazione, nel decennio 1951-1961, pari al 42,6%.
Alla Pubblica Istruzione si susseguirono, nell’ordine, Guido Gonella dal 1947 al 1953, Gaetano Martino, liberale e non democristiano, poi Paolo Rossi, laico e socialdemocratico. Venivano approvati i nuovi programmi per la Scuola elementare, che prevedevano i doposcuola, le attività integrative, il tempo pieno e l’inserimento degli alunni portatori di handicap (HD). I nuovi programmi per la Scuola elementare venivano pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n° 146 del 27 giugno 1955 e introducevano l’organizzazione scolastica per “cicli didattici”, improntati al globalismo e alla pedagogia cattolica. Entrava anche in vigore la prima forma di Scuola-lavoro per gli adolescenti che avessero adempiuto all’obbligo scolastico.
Nel 1959 partirono anche gli Istituti tecnici femminili. Nel 1961 veniva presentato dai ministri Aldo Moro e Giuseppe Medici un “Piano dello sviluppo della Scuola”. Stava correndo l’epoca del boom economico che faceva crescere il reddito nazionale sino alla quota dell’8% incrementando le retribuzioni e dando largo spazio all’occupazione. Di pari passo andavano crescendo le richieste di istruzione in via della modernizzazione della società.
Con la Legge 31 dicembre 1962 il ministro Luigi Gui dava corso alla “Istituzione e ordinamento della Scuola media statale”, il cui articolo 1 proclamava la gratuità dell’istruzione obbligatoria dopo il corso elementare nella Scuola media che avrebbe avuto la durata di tre anni e avrebbe assunto la denominazione di “Scuola secondaria di primo grado”. La Scuola media unica costituiva anche, per le famiglie, una sorta di garanzia in vista dell’accesso dei figli al mondo del lavoro.
Il 18 marzo 1968 la Legge n° 444 dava inizio al funzionamento della Scuola materna statale. L’anno 1970, con la circolare n° 375 del 23 novembre, il ministro Riccardo Misasi coinvolgeva la famiglia nella conduzione politica della Scuola italiana, con il varo del “Consiglio dei genitori”, del “Comitato Scuola-famiglia” e del “Consiglio degli studenti” per favorire la partecipazione della famiglia alla vita della Scuola.
Appena tre anni appresso appariva la Legge delega 30 luglio 1973, n° 477 che apriva la strada all’apparire dei decreti delegati. Questi, curati dal ministro Francesco Maria Malfatti, conducevano l’iter legislativo al 31 maggio 1974, con l’entrata nella Scuola dei decreti delegati nel numero di cinque, numerati dal 416 al 420. Sorgevano pertanto, ed entravano in vigore, i Consigli di classe con la partecipazione dei rappresentanti dei genitori e, per la Scuola secondaria superiore, degli studenti. Prendeva corpo il Consiglio di Istituto, di circolo per la Scuola elementare. Al Consiglio di Istituto presiedeva un genitore. Avevano inizio anche i Consigli scolastici distrettuali e il Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione.
Nel 1972 le Regioni furono chiamate a partecipare dell’ordinamento scolastico, assumendo competenze sulla formazione professionale e sull’assistenza scolastica. Nel 1977, con il Ministero Malfatti, andò in vigore la Legge del 16 giugno, n° 348 che provvedeva a eliminare le materie facoltative, attribuendo peraltro pari valore e dignità alle discipline comprese nell’obbligo scolastico. Con la Legge 4 agosto 1977, n° 517, si faceva ricorso al metodo della sperimentazione educativa e didattica e si consentiva la gestione dell’orario scolastico con flessibilità moderata. Venivano inoltre aboliti gli esami di riparazione e si dava corso a forme di integrazione per sostenere gli alunni HD.
Nel 1981, con il Governo presieduto da Giovanni Spadolini, il Ministero della pubblica istruzione fu affidato al democristiano Guido Bodrato il quale, l’anno successivo, fece sopprimere la Scuola popolare che era in funzione fin dal 1947. Con la Legge 20 maggio 1982, n° 270, il ministro Bodrato introduceva anche nella Scuola materna le norme regolatrici dell’integrazione degli alunni HD e relative alla programmazione educativo-didattica.
Nel 1984 Giovanni Spadolini ricoprì poi il ruolo di ministro della Pubblica Istruzione, con il primo Governo Craxi che nello stesso anno stipulò con la Santa Sede un trattato per la revisione del Concordato del 1929, in particolare per quanto riguardava l’insegnamento della religione cattolica che sarebbe stato riservato esclusivamente a coloro che ne avessero presentato richiesta. Intanto andavano avanti i lavori che la Commissione Fassino convogliava nella elaborazione del Nuovi Programmi per la Scuola elementare, destinati a prendere vita nel 1985.
In quanto alle Scuole secondarie di secondo grado, la Sentenza della Suprema Corte, n° 215 del 3 giugno 1987, stabiliva il divieto a rifiutare l’iscrizione e la frequenza all’attività didattica agli alunni HD. Tale Sentenza, data la successione avvenuta nel giro di pochi mesi fra i ministri Franca Falcucci e Giovanni Galloni, fu presa in considerazione soltanto il 2 settembre 1988 con la circolare n° 202. I Nuovi Programmi per la Scuola elementare erano usciti con il D.P.R. n° 104 del 12 febbraio 1985, con il notevole impulso dato alla programmazione didattica, oggetto di confronto fra gli addetti ai lavori. Veniva stabilita una docenza plurima nella forma di moduli didattici.
La Legge istitutiva sarebbe dovuta andare in vigore con il varo della Legge 5 giugno 1990, n° 148, destinata, si disse, a una cauta sperimentazione per la durata di tre anni. I nuovi moduli didattici partirono con l’anno scolastico 1987-1988. La Legge 5 giugno 1990, n° 148, al tempo del ministro Sergio Mattarella, affiancata dal Dm 1° settembre 1991, riunì le materie per “ambiti” e previde un percorso di continuità educativa con la Scuola materna e con la Scuola media.
La Legge 148/90 stabiliva l’insegnamento nelle elementari in 24 ore per gli insegnanti e in 27 ore come orario settimanale. Le classi a tempo pieno arrivavano al massimo di 37 ore settimanali, che diventavano 40 se vi era compreso il tempo-mensa.
Nella Scuola elementare veniva introdotto l’insegnamento di una lingua straniera. I momenti dell’evoluzione sociale non erano comunque felici, anzi, tutt’altro, macchiati da eventi perniciosi, come la disgregazione delle famiglie, le nuove povertà, i casi di emarginazione, il diffondersi del consumo di stupefacenti. Si introdussero allora nella Scuola interventi educativi programmati alla bisogna, tali l’educazione alla salute, l’educazione ambientale, alla legalità, all’intercultura, con l’emanazione di una rosa di circolari ministeriali nell’arco di tempo dal 1989 al 1993.
Nel 1983 si valutò la possibilità di estendere a tutte le Scuole una personalità giuridica, insieme all’autonomia operativa. Il 1997 vide l’emergere della Legge 15 marzo, n° 59 che, all’articolo 21, parlava di una delega al Governo in vista della riforma della Pubblica Amministrazione, in contemporanea a un processo di semplificazione amministrativa.
Le Scuole erano incaricate a elaborare ciascuna un proprio Piano dell’offerta formativa e di servirsi allo scopo di una “Carta dei servizi” per una crescente qualità dello sviluppo infantile e adolescenziale. Il Dpr 24 giugno 1998, n° 249, dava origine allo Statuto delle studentesse e degli studenti. Il ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Berlinguer, proponeva l’accorpamento delle Scuole elementare e media in un periodo-scuola di sette anni ed elevava l’obbligo della frequenza scolastica sino all’età di diciotto anni.
Il 1° settembre 2000 presero attuazione gli Istituti comprensivi. La Scuola elementare iniziava a funzionare con la disposizione didattico-organizzativa “per moduli”, definendo il numero massimo di 25 alunni per classe e di 20 in presenza di alunni HD. Veniva stabilita la presenza di un insegnante di sostegno ogni quattro alunni.
Con l’anno 2000 il Ministero della Pubblica Istruzione si interessò per dare corso a una prima opera di ristrutturazione e di ammodernamento, ricorrendo altresì alle opportunità offerte da un moderno sistema informativo.
Immagine di Copertina tratta da La Nazione.

