Scuola. Storia in breve – Parte 1 di 2

Premessa

Prima della formazione dell’Unità nazionale, nei diversi Stati italiani l’istruzione era in genere monopolio della Chiesa e delle istituzioni religiose.

Soltanto nella seconda metà del XVIII secolo, per il diffondersi delle idee illuministiche, soprattutto in seguito all’espulsione dei Gesuiti (nel 1767 dal regno di Napoli, nel 1783 dalla Toscana) e alla soppressione del loro odine, lo Stato intervenne nel campo dell’istruzione. Veniva riposta fiducia nella ragione in base ai seguenti aspetti: critica della ragione geometrica o necessitante; polemica contro il dogmatismo della ragione cartesiana; anti-tradizionalismo, distinzione tra tradizione e storia; critica della ragione: Kant, razionalismo; osservazione, considerazione, descrizione differenti da spiegazione, ipotesi metafisiche, interpretazione; personaggi rappresentativi: Diderot (L’Enciclopedia), D’Alambert, Condillac, Rousseau, Romagnosi, Melchiorre Gioia, Verri, Beccaria, Genovesi, Filangieri, Wolff, Baumgarten, Tetens, Lessing. – Si crearono Scuole normali per la formazione degli insegnanti.

A Napoli, durante il regno di Murat, nel 1809 Vincenzo Cuoco presentava un Progetto per la riforma dell’istruzione.

A partire dalla Restaurazione si moltiplicarono le iniziative scolastiche, con i personaggi: Aporti, Lambruschini, Ridolfi, Ricasoli.

In Piemonte, nel 1847, fu istituito il Ministero dell’Istruzione Pubblica. Nel 1848 venne approvata la prima legge organica (Boncompagni) sull’ordinamento scolastico.

A Napoli, nel 1848, Francesco De Sanctis promulgava progetti per il riordinamento dell’istruzione primaria.

In Toscana, nel 1852, fu istituito il Ministero della Pubblica Istruzione e fu approvata una legge per l’insegnamento primario e secondario.

La legge Casati, del 13-11-1859, fu la legge che pose le norme fondamentali dell’ordinamento scolastico italiano.

La legge Coppino (1877) e la legge Orlando (1904) riordinarono la Scuola primaria e stabilirono norme circa l’obbligo scolastico.

La Riforma Gentile del 1923 liberalizzava l’insegnamento all’interno della Scuola statale ponendo su nuove basi i rapporti tra Scuola statale e Scuola privata e religiosa.

Dal 1933 al 1942 si curò la stabilizzazione delle Scuole elementari, passate dai Comuni allo Stato.

Nel 1957 avvenne la riforma della Scuola elementare (legge 24-12-57, n° 1254)

Le correnti culturali.

Nel secolo XVII vigeva la Logica di Portoreale o arte di pensare, secondo la quale le idee non sono prodotte in noi direttamente dall’azione di Dio, ma dalle cose che sono presenti nella percezione (Locke, sec. XVII). Pascal (sec. XVII) parla di uno spirito di geometria (l’uomo non è comprensibile mediante la ragione geometrica) e di uno spirito di finezza (che sente le cose più che vederle).

G.F. Herbart (1776-1841) fu esponente del realismo tedesco; criticò l’Idealismo con le sue opere: La Psicologia come scienza (1824-1825), Pedagogia Generale (1806), Lezioni di Pedagogia (1835).

Il Pragmatismo propone la subordinazione della conoscenza all’azione: Peirce (1839-1914) sosteneva il metodo scientifico (fallibilismo della ragione); giudicare una credenza era l’essere disposti a rettificare la credenza stessa nel caso essa fosse stata smentita.

John Dewey (1859-1952) fu fautore dello strumentalismo ossia del valore strumentale della conoscenza, da cui provengono incertezza, errore, precarietà, rischio, differenti dalla razionalità assoluta, dalla necessità, dalla certezza del pensiero hegeliano (1770-1831). Sottolineò l’incerta e precaria natura dell’esistenza, che è origine di turbamento, ma insieme stimola la ricerca (già Eraclito – Scuola Ionica, 500 a.C. circa – sosteneva l’uomo capace di istituire la ricerca e di indagare sul mondo e altresì su se stesso). Per Kant (1724-1804) le idee stimolano la ricerca intellettuale e condizionano l’impegno dell’uomo a estenderla e a farla progredire: esiste una “matrice biologica” dell’indagine: da uno stato di squilibrio a tentativi di reintegrazione e all’equilibrio.

Scuola e Programmi in cronologia

1700    Istruzione affidata alla Chiesa e istituzioni religiose

1750    Lo Stato interviene in materia di istruzione

1809    Napoli, Gioacchino Murat, Vincenzo Cuoco: programmi per la riforma dell’istruzione

1847    Piemonte. Ministero della pubblica Istruzione

1848    Piemonte. L. Boncompagni a Napoli propone un ordinamento scolastico e Francesco De Sanctis un progetto per il riordinamento dell’istruzione primaria

1852    In Toscana viene istituito il ministero della Pubblica Istruzione

1859    Legge Casati 

1860    Primo Programma ministeriale (15 settembre 1860), derivazione della filosofia spirituale dell’800 (Rosmini, Gioberti, Lambruschini, Capponi)

1877    Legge Coppino: obbligo scolastico da 6 a 9 anni

1888    Programmi (II) ministeriali: Gabelli, Positivismo

1894    Programmi (III) ministeriali (ministro Baccelli)

1904    Legge Orlando: obbligo da 6 a 12 anni

1905    Programmi (IV) ministeriali (Francesco Orestano): influssi di Herbart

1911    Legge Credaro: dai Comuni allo Stato

1923    Programmi (V) ministeriali (G.L. Radice): espressione della filosofia dell’idealismo gentiliano

1923    Riforma Gentile: liberalizza l’insegnamento, obbligo fino al 14° anno (RD 3126 del 31-12-23)

1928    RD, art. 37 (materne) e 171 (da 6 a 14 anni obbligatori)

1933-1942    Statalizzazione delle Scuole elementari

1942    Centri Didattici per il perfezionamento degli insegnanti e la sperimentazione

1945    Programmi (VI) ministeriali: influenza del pragmatismo

1947    Commissione Nazionale d’Inchiesta

1951    Consulta Didattica

1955    Programmi (VII) ministeriali: Spiritualismo (14-6-1955)

1957    Cicli didattici

1981    DM 14-5-81, 2: elaborazione in via preliminare delle linee fondamentali e generali dei programmi di insegnamento nella Scuola elementare

1985    Nuovi Programmi (D.P.R. 12 febbraio 1985, n 104) per la Scuola elementare (12-2-85) SO-GU 76 – 29-3-85

Scuola o ordinamento scolastico, nei dettagli

Un “secolo breve” anche per la Scuola.

Dopo aver sfiorato, in premessa, i punti salienti che costituirono l’organizzazione della Scuola italiana nell’ultimo centenario del primo millennio, passerò lora a toccare una serie di eventi evolutivi che portarono la nostra Scuola dagli inizi del ’900 sino all’apparire del secondo millennio. Mi avvarrò degli approfondimenti trovati sulla pubblicazione 24 ORE Scuola, supplemento al n° 5 del Sole-24 Ore Scuola del 17-30 dicembre 1999, dal titolo “Storia di un secolo di Scuola”.

Il XX secolo sopravviene portando una Scuola non affatto nuova, in quanto essa si propone senza scuotersi di dosso una serie di problemi di fondo, strutturali e sociali. Uno di questi, e fra i più incisivi per il progresso della società italiana, era l’evasione scolastica che ancora nel 1999 dilagava invitta nelle regioni meridionali, come si sarebbe potuto rapportare la situazione a quella nel Piemonte o nella Lombardia nel 1840.

Avevamo una Scuola antica, non sorta con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, ma datata addirittura al XVI secolo. Nel 1848 la Legge Boncompagni accompagnò l’apparizione di una Scuola effettivamente italiana, in momenti in cui ferveva il rumore delle armi per l’indipendenza italiana.

Fu la Legge Casati che, con il ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis, prese una primitiva fisionomia legale. La Legge Casati entrò in vigore il 1° ottobre 1860, con i suoi 379 articoli e rimase attiva sino al 1923, soppiantata dalla riforma Gentile. Con la Legge Casati si dava attuazione al bipolarismo che stabiliva un regime di incomunicabilità tra la formazione tecnica e quella classica. Appena appena si parlò di obbligo alla frequenza scolastica, ma senza che fossero previste sanzioni a carico degli inadempienti. L’impianto amministrativo della Scuola era fondato su una gerarchia rigida di attribuzioni e di ordinamenti. L’istruzione elementare era demandata ai Comuni, gratuita e suddivisa in due sezioni, femminile e maschile. Fu così fino al 1911 e si andò avanti con classi che potevano ospitare fino a 70 alunni. Si distinguevano due gradi della durata di due anni cadauno: il grado inferiore e quello superiore. Nel primo grado si poteva dare accesso all’insegnamento a così detti sotto-insegnanti, abilitati a partire dal 14° anno di età. Nel primo grado si insegnava religione, lettura, scrittura, aritmetica elementare, lingua italiana e nozioni elementari del sistema metrico. Nel secondo grado si dava avvio alle regole della composizione, alla calligrafia, alla tenuta dei libri, alla geografia elementare, all’esposizione dei fatti più notevoli della storia nazionale, a cognizioni di scienze fisiche e naturali, oltre alla geometria e al disegno per gli alunni maschi e ai lavori donneschi per le ragazze.

In quanto alla secondaria classica si faceva distinzione per l’iniziale ginnasio e per il consecutivo liceo, per la durata totale di otto anni: cinque nel ginnasio e tre nel liceo. L’insegnamento verteva su: latino, greco e francese. Il tutto sotto l’egida di un “Direttore spirituale”

L’istruzione tecnica si articolava anche in due gradi: il primo, quello delle “Scuole tecniche”, aveva la durata di due anni e il secondo, “Istituti tecnici”, si protraeva per altri tre anni. L’insegnamento verteva sulla contabilità e sull’Educazione civica. Il secondo grado prevedeva l’obbligo dello studio di due lingue: tedesco e inglese e della “aritmetica sociale”. In Valle d’Aosta si insegnava anche il francese.

Il liceo classico era l’unico percorso possibile per l’accesso a tutte le facoltà universitarie. I docenti in queste aree potevano essere titolari, e allora ricevevano la nomina dal Re, oppure reggenti ossia nominati dal Ministero della Pubblica Istruzione con contratto triennale.

La Legge Casati non fu esente da critiche, come successe allorché Carlo Cattaneo ne mise in evidenza “la sterilità della eccessiva cultura umanistica”, e lo scienziato Carlo Matteucci ne rivelava la “viziosa biforcazione degli studi”. Grave carenza della Legge era la trascuratezza per una sezione dedicata alla Scuola per la prima infanzia, allorquando altrove ossia a Parma, a Piacenza, a Pistoia, a Lucca, a Siena, a Livorno e a Milano già si era provveduto, come fu per gli “asili” di Milano e di Cremona, soprattutto grazie alle iniziative di Ferrante Aporti. Sulla scia degli insegnamenti del pedagogista tedesco Friedrich Fröbel, già nel Regno di Sardegna erano sorti, nel 1853, asili per istruire ed educare i bambini. Fröbel, nei suoi “giardini per l’infanzia”, enfatizzava il gioco definendolo “il lavoro del bambino”, per lo sviluppo della capacità creativa. In seguito al Congresso della Associazione pedagogica italiana, svoltosi nel 1898 a Torino, le sorelle Rosa e Carolina Agazzi fondarono il “Nuovo Asilo”, sperimentando il “metodo attivo”.

Non va trascurato il fatto che localmente, nella Penisola, ancor prima di tale data si fossero sperimentate reali forme di istruzione popolare, come a Milano, come a Parma dove la duchessa Maria Luisa aveva dato il via al funzionamento di Scuole femminili, come in Toscana dove nel 1852 si ebbe una riforma organica dell’istruzione, grazie all’impegno del regnante Leopoldo II.

Le cose avevano assunto un aspetto alquanto difforme al Sud: nel Regno delle Due Sicilie fu Ferdinando II che, in combutta con il clero, poneva un severo controllo sull’attività scolastica. Qui l’incarico di ispettore veniva affidato a vescovi e arcivescovi, i quali erano altresì incaricati della nomina dei maestri. Sulle Scuole della Calabria aleggiava l’ombra degli Scolopi, mentre i Gesuiti esercitavano perenne giurisdizione sulle Scuole dalla Campania alla Puglia, alla Calabria.

Le preoccupazioni per la Scuola italiana andavano attestandosi sul problema dell’obbligo. Vi furono movimenti precursori in questa direzione, come l’Inchiesta sulle condizioni dell’istruzione, datata al 1864 e voluta dal ministro della Destra storica, Giuseppe Natoli e il progetto di una Scuola media unica e gratuita per mano di Giovanni Maria Bertini, che però non avrebbe avuto attuazione se non trascorsi altri 98 anni.

Il 1888 fu l’anno dei nuovi programmi per la Scuola elementare, ispirati alle teorie di Aristide Gabelli, che propugnavano un metodo positivo di indagine nell’educazione dei bambini. La situazione concernente l’istruzione pubblica non era davvero rosea all’inizio del XX secolo: sui 33 milioni di italiani, quasi 23 rientravano nella categoria degli analfabeti: era una media del 70% della popolazione, che saliva al 90% nelle regioni meridionali e insulari. La Scuola elementare era frequentata da 2 milioni e 600 mila alunni. Nella Scuola media ogni insegnante doveva provvedere all’istruzione di 41 alunni. Correva il tempo del sorgere dei primi sindacati di insegnanti: l’Umi (Unione magistrale italiana), la Fnism (Federazione nazionale insegnanti scuola media), con prevalente carattere di mutuo soccorso. Di fronte anche alle restrizioni poste nel 1901 dal ministro Nicolò Gallo sull’impartire lezioni private e sul generale malcontento per il trattamento degli insegnanti, questi si riunirono in associazioni nell’intesa di sollevare proteste, a partire dal movimento emerso a Treviso.

Nel 1892 Giovanni Giolitti emanò lo “Statuto giuridico dei maestri”. Quattro anni dopo emerse lo “Statuto giuridico degli insegnanti medi”, dopo che la Legge Orlando, nel 1904, aveva esteso l’obbligo scolastico all’età dai 9 ai 12 anni. Nel 1911 la Scuola elementare diventò statale, con il ministro Credaro, mentre la Chiesa continuava a dirigere il controllo sull’istruzione elementare comunale. Era anche il tempo in cui venivano svelati scandali all’interno della politica scolastica, come quello che investì il ministro della Pubblica Istruzione Nunzio Nasi, processato nel 1908 con l’accusa di appropriazione indebita. Si diceva che Nasi avesse mantenuto una rete clientelare di bidelli e di supplenti, a carico dell’erario statale.

Maria Montessori.

Fu la prima donna in Italia a laurearsi in Medicina, poi in Lettere e Filosofia. Fu l’ideatrice delle “Case dei bambini”. Si attirò la diffidenza di Mussolini che nei metodi da lei proposti intravedeva un senso di auto-direttività dei bambini ossia un atteggiamento non consono alla severità del regime fascista. Allo stesso modo Mussolini diffidava del metodo delle sorelle Agazzi. Maria Montessori emigrò verso l’America.

L’atmosfera nella quale trovava spazio l’istruzione era assediata dalle proposizioni dell’idealismo che inducevano l’affido della Scuola a filosofi liberali, quali erano al tempo Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Si puntava a una severa selezione fra gli insegnanti nell’intento di formare una classe dirigente di indiscusso livello culturale. Era una sorta di versione laica del severo insegnamento gesuitico. Il liceo classico diventava la fucina che avrebbe forgiato il ceto medio italiano.

Benedetto Croce iniziò il proprio mandato da ministro della Pubblica Istruzione il 16 giugno 1920. Ebbe, fra l’altro, a vedersela con gli studenti del “Leonardo da Vinci”, che a Roma entrarono in sciopero con la richiesta che i vantaggi concessi agli universitari fossero allargati a vantaggio dei liceali ex combattenti.

Nel 1919 emerge la figura di Giacomo Matteotti, personalità molto attenta nei confronti dei problemi della Scuola. Alla Camera, in veste di deputato, parlò di analfabetismo, dell’insufficienza che affliggeva la Scuola elementare e del misero trattamento economico riservato ai maestri che, allora, tenevano in classe fino anche a 150 alunni.

Verso la Riforma Gentile.

Nel 1919 si ergeva don Luigi Sturzo contro l’essere l’esame finale di Stato per gli studi secondari riservato solo alle Scuole non statali. Le cose andarono avanti fino al 1923 allorquando fu Giovanni Gentile a definire lo status dell’esame di stato generalizzato. Con Alessandro Casati, succeduto a Gentile, l’insegnamento religioso fu dichiarato facoltativo nella Scuola complementare e negli istituti magistrali. Il Concordato del 1929 introdusse la facoltà di richiedere l’esonero e più tardi, con Craxi nel 1984, si diede luogo all’esplicito consenso.

Alla Riforma Gentile si deve l’abolizione delle classi complementari e, per il periodo 1923-1963, la formulazione di cinque tipi di Scuola media inferiore, con la conferma del primato da attribuirsi agli studi umanistici. La Riforma Gentile del 14 ottobre 1923 concedeva agli insegnanti la facoltà di organizzare l’insegnamento secondo opportune scansioni di conclamato spessore educativo. L’esame di Stato rivisto nell’ottica della Riforma Gentile ebbe luogo nell’anno scolastico 1924-1925, ma gli esiti decretarono una strage di candidati: in un istituto torinese si arrivò al 68% di respinti.


Immagine di Copertina tratta da Geopop.

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