Fede-ispirazione. Avere fede: è la raccomandazione dalla quale siamo tempestati in mille occasioni, allorquando crediamo di essere riusciti a intessere un dialogo con uomini di Chiesa. Sono belle parole, ma introducono subito un interrogativo: fede in chi? – “Ma in Dio, ovviamente”, mi aspetto sia la risposta. E io di rimando: “In Dio? Come fate a esserne certi? Ve l’ha detto Lui di persona?” – “L’abbiamo saputo dalla voce, dalla testimonianza dei profeti, e per ispirazione” – “Ah, profeti, ispirazione, e che cosa significa avere un’ispirazione?”.
A questo punto il dialogo si farebbe sicuramente complesso, innescando il ricorso a spiegazioni le meno plausibili e immaginabili. A qualsiasi fra noi, allora, persino a me che sono un piccolo essere insignificante, sarebbe possibile affermare in pubblico di detenere una verità inconfutabile, perché ispirato da Dio. Poi i passanti mi guarderebbero senza interesse, vedrebbero un individuo comune, semplice, povero sconosciuto da sempre, vestito alla buona, e mi prenderebbero per matto. Oppure no, se fossi capace di fare qualche miracolo per sbalordire chi si è atteggiato ad ascoltarmi. Ma neppure, perché anche Gesù, come sta scritto sui Vangeli, operò miracoli, eppure fu ucciso nel modo più ignominioso in uso nella sua epoca. Qualcuno, però, avrebbe teso l’orecchio e carpito qualche declamazione pericolosa per la propria fede, ed eccolo in piazza con pala e piccone a scavare un buco ove erigere un palo, con sterpi secchi alla base, nell’evenienza di appiccare un fuoco purificatore, non si sa mai.
Penso a quanto la mia penna scrittoria sta segnando nero su bianco in questo momento: ispirazione? Sono io stesso ispirato mentre scrivo? Sarebbe follia, farneticazione, delirio al solo pensarlo, meglio limitarmi a dire che incido su carta le sembianze grafiche discendenti dalla mia riflessione, giusta o errata che sia, sui temi che vado prendendo in esame.
Con questa parola peraltro, ispirazione, si aprono le porte a ogni possibilità: tutto ciò che appare strano o difficile a recepirsi lo si accetta senza discutere allorché qualcuno che ritiene di averne la dignità, e da un posto che si adorna di maestosità, sostiene di declamare in quel tale modo perché ispirato da Dio. Occorre farsi infilare la mitra sul capo per potersi arrogare competenze e dignità di questo genere? Parrebbe di sì. Guardiamo con attenzione a come si presentano gli interpreti e protagonisti di scene d’alto rango di cui si rivestono i grandi eventi: al centro un uomo, un povero, piccolo, miserabile uomo, sul quale, però, si riversano gli sguardi e l’attenzione di milioni di persone. Come può essere? Può essere che attorno a quell’uomo sia stata creata una scenografia di aspetto faraonico; può trattarsi della fama raggiunta grazie all’esito di elezioni politiche oppure alla forza ottenuta per un’impostazione di potenza finanziaria e di armamenti, nella determinazione ad avere ragione del resto del mondo; oppure, ancora, in virtù di quale mirabile abbigliamento egli faccia mostra. Non ultima l’ideologia: se questa dispone tutto il proprio sviluppo catechetico sull’idea fondamentale del nostro esistere, e cioè sulla paura della morte, alla quale nessun essere pensante riesce a sottrarsi definitivamente, allora lo scopo è raggiunto. Si parla insistentemente di salvezza, ma poi non si dichiara apertamente da chi o da che cosa dovremmo salvarci e si pone al di sopra di tutto un Dio Vivente, senza offrire la minima spiegazione, qualora ne esista una anche piccolissima, del che cosa si vuole affermare con il termine “vivente”. La gente, turbata da misteri più grandi dell’immaginazione, piega il capo e ammette di consegnarsi alla fede che, in ultima analisi, risulta essere fede negli uomini che si conoscono, non nella Divinità che non si conosce. La battaglia ideologica si esaurisce con la vincita senza condizioni dell’ispirazione, a tutti i costi.
In materia di religione, tornando al concreto, non si dà, almeno ai nostri tempi, affidamento esclusivo al peso delle armi, minimamente a quello degli esiti per elezione. È l’abito, in questo caso, che veramente fa il monaco. Si osservi la congregazione dei cardinali, il loro seguito, i monili di cui adornano la prioria persona, le maestosità architettoniche adibite ad accoglierne la presenza fisica e i riti profusi, l’atteggiamento ieratico e sacrale che accompagna le loro comparse. Messo tutto insieme, questa accozzaglia di protesi di sicura impressione si conforma a una più chiara appariscenza, a scapito di quella semplicità che già Papa Francesco aveva scelto come norma di vita. E un ammasso di fedeli segue la scena, affascinati, attoniti, entusiasti, commossi e incantati.
Immaginiamo, per un ideale contrasto, di semplificare il tutto in modo radicale: niente più pomposità, niente spese folli per allestimenti da parata, niente sfarzi, niente apparati elettronici mega-specializzati per la diffusione delle voci e delle immagini, e i cardinali vestiti di una semplice tunica bianca, come Gesù. Possiamo farci un’idea della reazione che la folla dimostrerebbe? Forse un po’ di partecipazione senza troppa convinzione, niente emozione, niente commozione, per lo più tanta distrazione e incerto interesse. Resterebbero i pochi che hanno conosciuto una fede sincera e convinta.
In tutti i casi fra quelli che vado citando, celebrazioni religiose, rivoluzioni politiche, conflitti armati, vige una dinamica più o meno perversa perché si ottenga che il popolo non indugi a seguire la parola del leader. L’obiettivo rimane, in ognuna delle situazioni prospettate, l’affermazione di uno specifico corso nella politica di un contesto etnico e nello sviluppo di un’idea portante. Ciò che occorre per raggiungere questo fine è l’individuazione di un membro che sappia muovere discorsi opportuni per lanciare e sostenere quell’idea, stimolandone le naturali potenzialità con una messe di consensi.
Il consenso. È infatti il consenso popolare il collante necessario e indispensabile per proporre e imprimere energia a un determinato programma d’azione. Ecco, allora: imbonire la folla con blandizie e promesse di sicuro effetto, convincere i riottosi per mezzo di metodi efficaci, ottenere l’acclamazione, fatta ad alta voce oppure nel silenzio, piegate le ginocchia in segno di sottomissione. Raggiunto questo scopo intermedio, si può ben credere, per i più, che quegli individui in voce di leader parlino per ispirazione, qualora si tratti di questioni di fede religiosa, degni di essere ascoltati e seguiti nel loro ammaestrare le genti.
Dio? Quanto riportato fin qui non può fare a meno di rivelare che il riferimento che vado sottolineando è per tutto quell’esercito di mediatori, di sedicenti intermediari e interpreti della parola di Dio, “sine qua non”, garanti fra noi e l’Assoluto. La realtà è, in sostanza, che quanto affermano non sia altro che frutto della loro fantasia e calcolo di convenienza, parto delle loro idee fondamentalmente improbabili quando non proprio allucinanti, costruite sulla base di documenti storici di antica riesumazione, reperti passati nei secoli attraverso innumerevoli interventi di revisione, di aggiunte e di eliminazioni alla bisogna, infine persino di mutamento di significato. Dio non ha parlato loro né ha stretto con loro patti di alleanza né li tratta in forma preferenziale. Sono gli uomini degli alti ceti sociali e di cultura, da sempre, a creare le architetture ideologiche armate di ogni requisito per l’affermazione di un potere politico e della fortuna di casta. Tutto proviene da loro e, gratuitamente, ci vogliono far credere che ciò sia accaduto per volontà divina. Fine, dunque, della discussione.
Se Dio c’è, allora il mio intimo mi suggerisce che i rapporti che desidero avere con Lui siano soltanto fra Lui e me, senza intermediari confusionari e benedicenti. Ma lo stesso Ente che corrisponderebbe a questo motto, Dio, come lo posso definire, come posso dotarlo di un volto, sia pure in esclusivo ordine mentale? Dovrei avere un contatto diretto con Lui, anche solo a distanza, anche senza percepirlo visivamente, ma al punto di potergli chiedere: “Ma Tu, Chi sei?”. Impossibile, inimmaginabile.
Allora non posso neppure attribuirgli un nome, mi accollerei una facoltà che non mi spetta, e pertanto neppure l’appellativo “Dio” potrebbe reggere. Mi accontenterò allora di rivolgermi a Lui, nella speranza di essere accolto, chiamandolo con uno pseudonimo del tutto originale, quello incluso nella domanda che gli ho rivolto: “CHI” e CHI, se vorrà, mi darà ascolto. Ecco a che cosa vorrebbe ridursi la mia fede: indagare, cercare, cadere in dubbi e contraddizioni, rialzarmi per avvicinarmi a credere in un CHI che non vedo, che non mi parla, del quale non odo le risposte, che non mi trasmette significati, che non mi “ispira”.
L’Infanzia negata. Allora mi discosto per un momento da queste oscure elucubrazioni e torno all’argomento toccato in entrata in questa mia analisi di pensiero, quello dei bambini sfruttati nel nostro mondo, per i quali l’umanità intera ancora non ha saputo offrire una soluzione. Sì, è vero, sono state create un buon numero di associazioni di aiuto all’Infanzia abbandonata e reietta, che hanno sostenuto un lavoro encomiabile per lenire la piaga dello sfruttamento minorile, ma, con tutto il livello di civilizzazione che ci vantiamo di aver conseguito, la perversione incombente sui diritti dei bambini non dà segni di cedimento, se non in alcuni sporadici casi. Sappiamo di un “Progetto Happiness, Ambassador” di “ActionAid” in Sierra Leone. A livello mondiale abbiamo una Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, contro lo sfruttamento economico dei bambini. Nel 1999 venne approvata la Convenzione n° 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO, con 187 Paesi), tesa alla eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile e promotrice di un appello rivolto agli Stati perché adottino adeguate misure legislative, amministrative, educative e sociali a garanzia dello sviluppo dei bambini.
Molto attiva sulla fronte della lotta agli abusi e allo sfruttamento dei bambini è l’Unicef che non lesina denunce nei casi rilevati, come è accaduto anche grazie agli interventi del Parlamento Europeo. Negli USA e nella UE si è anche provveduto a evitare acquisti di mica dal Madagascar, riguardanti l’estrazione con l’uso della mano d’opera infantile, per i motivi esposti nella prima parte di questa analisi. L’Onu, per parte sua, si propone di eliminare il lavoro minorile e le forme di schiavitù ancora in atto in tutto il mondo, fissando al 2030 la data del raggiungimento di questi obiettivi. Ci riuscirà?
A qualcosa indubbiamente sono serviti i provvedimenti che vado citando, se il numero dei bambini sfruttati è diminuito, stando alle odierne rilevazioni statistiche, dai 246 milioni enumerati nell’anno 2000, ai 160 milioni attuali, dei quali 79 milioni impiegati in lavori pericolosi, un numero pur sempre intollerabile, una vergogna per l’umanità intera. Fu istituita, oltre vent’anni or sono, il 12 giugno 2002, la Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile, fissata al 12 giugno di ogni anno, nell’intenzione di promuovere saldamente la giustizia sociale per tutte le persone. In molti Stati ci si attivò per ridurre il fenomeno lesivo dei diritti allo sviluppo infantile. Negli USA, per portare un esempio, il “Fairt Labor Standards Act”, risalente al 1938, proibiva l’utilizzo di bambini e adolescenti di età inferiore ai 16 anni nelle miniere e nelle fabbriche. Anche l’India si era mossa su questo versante, vietando, fin dal 1937, il lavoro per i bambini inferiori ai 14 anni di età nelle fabbriche e nelle miniere.
Quando? Sappiamo che, purtroppo, quanto riguarda il rispetto di queste misure sia stato in molti casi disatteso. Tanti bei propositi, tante nobili e allettanti prospettive, tanti progetti da avviare nel mondo intero per arrivare a raggiungere le intese condivise da molti Stati e Organismi. Soltanto in Italia abbiamo ancora il 28,8% di minori inferiori ai 16 anni a rischio di povertà e di esclusione sociale, con la endemica discrepanza che parla del 18,3% al Nord, del 21,4% al Centro e del 46,6% al Sud e nelle Isole.
Il mio regno non è di questo mondo.
Sentito dire, vero?
Avevo iniziato queste mie dissertazioni accennando a un cumulo di situazioni insostenibili facenti capo alla parola cardine che ne regge la sequenza: le contraddizioni. Non abbiamo la certezza che la via, intrapresa con tutta la buona volontà che vi viene e vi verrà profusa, si dimostri veramente efficace. Ne abbiamo due fondamentali esempi. Il primo della serie è quello del degrado ambientale e dell’inquinamento globale in combutta con l’effetto serra e il surriscaldamento del Pianeta. Si sono organizzati Convegni, si è discusso a lungo, sono state varate deliberazioni, si sono stabilite date e scadenze, si sono analizzati metodi e provvedimenti di intervento, si sono stipulati contratti multilaterali. E, poi, che cosa s’è visto? Null’altro che un saltare all’aria di tante belle parole, mentre il nostro amato Pianeta ha iniziato a entrare in agonia.
A partire dalla COP-1 del 1995 a Berlino, al Protocollo di Kyoto del 1997, sino a tempi a noi prossimi, si è lavorato, attraverso le deliberazioni prese in una trentina di Conferenze mondiali, per ottenere un pugno di mosche e si è cercato persino di svalorizzare l’impatto del problema sul futuro dell’umanità, semplicemente denegandolo o parlandone sempre meno. E già ne stiamo assaporando le conseguenze.
Il secondo esempio, manco a dirlo, sta nelle guerre divampate in una vastità di ambienti planetari. Come preconizzava giustamente Papa Francesco, siamo di fronte a una terza guerra mondiale, non simile alle precedenti, ma mondiale perché spezzettata in molteplici eventi che martirizzano popolazioni e territori con una voracità inaudita.
Historia magistra vitae, la Storia avrebbe dovuto insegnare, a noi miserabili, stolti, sprovveduti esseri “sapiens sapiens”, portatori di un’intelligenza degenere, che cosa significano le guerre per le generazioni presenti e per quelle a venire, e in effetti l’ha insegnato, ma l’umanità non ne ha recepito il messaggio. Anche in questo ambito conflittuale, un vomitare di parole, di propositi e spropositi, di diritti accampati e alienati, ma, in fondo, una sete insaziabile si supremazia, di soppressione, di vendetta. E il mondo fila dritto verso una terza guerra mondiale di dimensioni globali, come i nembi temporaleschi che si uniscono e si accavallano per esplodere con violenza, questa volta con l’incubo delle armi nucleari che saranno capaci di fare piazza pulita delle attività umane, ma anche della superbia, dell’odio, del disprezzo per la natura e per i propri simili. Una contraddizione che pare non potersi superare, vista la direzione che stanno prendendo gli eventi e la dichiarata impossibilità dell’uomo di ubbidire alla ragione, al buon senso e al diritto comune.
L’ultima contraddizione sulla quale desidero soffermarmi è quella che riguarda la posizione attuale della Chiesa cattolica nel mondo. Di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze che dilagano quasi dappertutto, alla terribile situazione che coinvolge i bambini sfruttati, la Chiesa non può stare in attesa, fare soltanto da spettatrice, commiserando e pregando, magari anche un po’ distrattamente. Mi immagino che lo stesso Papa Francesco sia stato a lungo assillato da questo gravissimo problema e abbia elaborato nelle proprie intenzioni qualcosa da farsi, in dimensione reale e in tempi stretti.
Ma si sa come vanno le cose a questo mondo: le decisioni vengono assunte da pochi membri del ceto dominante, quelli che hanno le mani sul potere. Vediamo le guerre: è la volontà di pochi che in modi del tutto stravaganti riesce a trascinare la moltitudine e a imporre, come attraverso un’eco insistente, le proprie decisioni. Così un papa non è mai un monarca assoluto con pieni poteri; dovrà fare i conti con un manipolo di cardinali che sono portati a limare le controversie, fedeli, più che al loro Dio, all’istituzione ecclesiastica che rappresenta un vero e proprio impero secolare e una sicurezza del tutto mondana. E sono per lo più i cardinali coloro che si assumono la responsabilità delle direzioni politiche da attribuire al colosso finanziario che del fenomeno “Vaticano” sostiene l’esistenza.
Mi esprimo in questo modo perché muovo dalla contraddizione di una Chiesa, da sempre proclamatasi povera, ma sospinta da venti di fortuna che nei capitali e nei movimenti finanziari incontrano la loro forza vitale. Penso a un Concistoro, penso a un Giubileo, a un Conclave: mi prefiguro le spese per addobbare l’ambientazione, per vestire i cardinali abbigliandoli con una varietà di paramenti di raffinata fattura, impreziositi da ornamenti di finissimo pregio, sostituibili in gran copia a seconda dell’alternarsi delle funzioni religiose; alle spese, poi, per mantenere quel gregge fedele nel corso della residenza romana, per la vistosità delle residenze assegnate, non proprio semplici e modeste; penso alle spese affrontate nei viaggi, penso alla capillarità dei sussidi da distribuire alle parrocchie per sostenere la loro attività evangelizzatrice. Sarebbe curioso poter mettere il naso fra le pagine dei libri contabili della Santa Sede e prendersi la briga di commentare il bilancio finanziario che vi viene esposto. Anche questo fa parte di uno di quei misteri non rivelati e insondabili che, qualora sciolto dai vincoli di segretezza, potrebbe riservare certamente non poche sorprese.
Il denaro arriva di continuo nel rimpinguare le casse vaticane. Si sa, lo Stato vaticano non vive di attività produttive dell’industria, non vende manufatti, si avvale piuttosto di introiti ricavabili dal turismo, da lasciti di squisito valore, dalle rendite sui beni acquisiti, di transazioni quasi sempre avvolte da nebbia fitta, e delle mille e mille gocce delle elemosine e donazioni conferite da tutto il mondo. Con queste fortune può affrontare le spese di gestione, che sono alte assai. Ma pensiamo anche agli sfarzi e alle sontuosità dimostrati in gran pompa, i quali, oltre ad affascinare la sensibilità popolare, parlano di spese coperte grazie anche alla monetina rilasciata con sacrificio e fede da tanti piccoli esseri diseredati e privati del necessario.
Vorrei suggerire al nuovo papa Leone XIV, insediato sul soglio pontificio l’8 maggio 2025, l’apertura in bilancio di un nuovo capitolo: “Per i bambini deprivati della loro infanzia” che dice tutto agli orecchi delle persone sensibili.
Avete presente la contrarietà che vi assale allorché, nel corso di una trasmissione che vi interessa in modo particolare, la sequenza di immagini e del suono si interrompe di botto per dare seguito a qualche minuto di pubblicità commerciale estremamente seccante? Succede spesso e non possiamo evitarlo. Ebbene, vorrei che le immagini di Cardinali in pompa magna alle soglie del Conclave per l’elezione del nuovo Papa fossero state interrotte, mettiamo ogni mezz’ora almeno, per dare spazio, non già a pubblicità commerciale, ma a un’altra serie di immagini ugualmente attuali, ugualmente reali: madri e spose colpite da ordigni esplosivi, private del cibo e delle cure necessarie, senza acqua, senza medicine, senza tutto, bambini trasportati via in barella, alcuni ripresi monchi di un braccio o di una gamba, stracciati e piangenti, altri senza vita, su uno sfondo impregnato di urla strazianti che lacerano l’aria rovente della guerra. E, dopo appena un paio di minuti, la telecamera tornata a trasmettere le figure dei cardinali in magnifico abbigliamento e in lenta, austera processione. Sarebbe da farsi, perché no? Almeno qualcuno fra noi inizierebbe a riflettere e a porsi qualche domanda imbarazzante.
Se veramente la Chiesa cattolica è povera, come ama definirsi, allora dia a vedere di essere povera per davvero, nelle opere, non solo a parole. Essere povera per davvero, e dimostrarlo nei fatti, significa voler rinunciare alle ricchezze, alle transazioni finanziarie, alle pomposità, ai fasti, ai lucri persino, al benessere perpetuo epocale e, infine, al potere. Ossia una Chiesa di Cristo Gesù, di colui che nacque e visse povero, vestito di un semplice camice, con la forza del CHI nel cuore.
Vorrei ancora chiedere, a Papa Leone XIV, visto che ha affermato di essere Agostiniano, di rammentare e seguire, egli stesso e tutti i suoi sottoposti, il grande atto di fede e di carità seguito dal suo “padre” religioso, Sant’Agostino, il quale nell’anno 388 da Milano tornò a Tagaste e vendette i propri beni per farne dono ai poveri. Vorrei ancora umilmente suggerire, al nuovo Pontefice, di accogliere e comprendere chi non fa parte della fede cattolica per vari motivi, soppesando attentamente alcune affermazioni di Sant’Agostino allorché sviluppò il tema dell’interiorità: “Non uscire da te stesso, perché la verità abita nell’uomo interiore”. Nell’intimità della coscienza, sosteneva ancora Sant’Agostino, si ritrova la certezza che ci aiuta a superare il dubbio scettico: “Anche se uno dubita, vive; se dubita, ricorda; se dubita, sa di dubitare” e, nello tesso tempo, si scopre la presenza di Dio.
Improbabile? Forse, ma non del tutto, se la ragione arriverà a vincere l’avidità e l’orgoglio. Credo anche, dopo quanto ho affermato, che, detto con i piedi ben saldi per terra, sia necessario l’intervento dello Stato italiano, eventualmente di rappresentanti volontari interni ed esterni allo Stato pontificio, per prestare una dovuta opera di controllo e di gestione sui beni finanziari di cui gode la Santa Sede e per farne oggetto di rigenerazione fra le genti diseredate.
Sto dicendo uno sproposito, me ne rendo conto, e questo potrebbe valere anche per lo Stato di San Marino e casi affini, ma lì si fa politica locale e basta, mentre nello Stato vaticano vige l’arroganza di abbinare la cristianità del messaggio evangelico a una potenza multinazionale con addentellati in molte realtà munifiche sparse per il mondo, assoggettando per lo più la prima alla seconda, estraendo da quest’ultima benefici terreni di valore incalcolabile. Una Chiesa del Cristo Gesù, dunque, semplice, umile e povera, come avrebbe voluto Lui, e una gestione dei beni finanziari devoluta alla salute sociale, a iniziare dall’Infanzia depredata del suo diritto al pieno sviluppo del proprio potenziale umano. Grande dubbio che non potrebbe funzionare? Già, abolito il dio denaro, che cosa succederebbe? Resterebbe peraltro, sola, unica e intramontabile, la vera fede, quella in CHI ha voluto tutto questo e sta in attesa che noi ce ne rendiamo conto per davvero.
In quanto a me che sto scrivendo, sono così ricaduto nel mistero più misterioso di tutti i misteri. Sto sognando? Forse, ma credo si tratti di un sogno che presto o tardi si avvererà, dovrà avverarsi, allorché molti misteri verranno alla superficie e saranno sanati della loro virulenza.
Immagine di Copertina tratta da Basilica di San Pietro.

