Che titolo strano, parlare di qualcosa che non si è riusciti a comprendere: avrà un significato? È quanto mi accingo a prendere in esame, da un’idea che mi è balzata in mente riflettendo sulla dipartita di Papa Francesco e su alcune sue affermazioni peraltro difficili a metabolizzarsi.
Siamo avvolti da un’atmosfera che sa tutto di mistero, viviamo in un’epoca e in un contesto umano che oppongono molta resistenza ai nostri tentativi per riuscire a interpretarli. Lo stesso mondo che ci ospita, il pianeta Terra, già rappresenta un mistero di ampie dimensioni per noi terrestri che non ne conosciamo la maggior parte delle caratteristiche. Il cosmo, poi, questa crescita continua di un Universo che si espande creando spazio nel vuoto, di galassie che si allontanano l’una dall’altra in una corsa soltanto appariscente, dopo che si è accertato l’accrescersi della distanza fra le une e le altre essere dovuto alla dilatazione dello spazio ipoteticamente sferico sul quale sono impiantate, dilatazione che le porta con sé lontano a distanze via via maggiori. E i corpi celesti più lontani, localizzati a quasi 14 miliardi di anni luce, visti solo ora con l’immagine trasmessa 13,81 miliardi di anni or sono – l’età calcolata dell’Universo conosciuto – del destino seguito dalle quali nulla si sa, e se ci sono ancora, e quale forma possano aver assunto in tutto questo enorme lasso di tempo. Noi, infine, che siamo qui, ci guardiamo intorno e ci chiediamo se mai ci sia vita là fuori, oltre la nostra apparenza terrestre.
L’Al di là. Ma poi l’idea tormentosa che non siamo qui per sempre, che un giorno dovremo lasciare la nostra dimora con tutto ciò che a noi ha riservato. E dove andremo, che cosa sarà di noi? Qualcosa di vero ci attende oppure il nulla, la negazione di tutto l’osservabile? Papa Francesco, si annuncia dagli Uffici vaticani, avrebbe lasciato testimonianze scritte del proprio pensiero per ciò che riguarda il trapasso. Questo momento terribile che mai ci possiamo immaginare per quanto riguarda noi stessi, non è uno strapiombare nel nulla, sostiene Papa Francesco. Secondo lui il momento in cui si presenta la morte non indica che ogni cosa sia giunta a termine, ma segnerebbe addirittura l’inizio di una nuova esistenza, l’inizio di qualcosa, indefinibile anche agli occhi di Francesco. Trapasso, allora, nel senso del valicare un ponte sospeso per raggiungere una sponda sconosciuta dove si apre e ci appare una nuova realtà, diversa da quella fatta di materia a noi familiare nell’ora e qui. Secondo Francesco con l’estinzione del corpo organico si apre la porta che va a offrirci un nuovo inizio, come se finalmente si cominciasse a vivere una vita vera, pura e limpida, di bontà e di amore. L’inizio di qualcosa che non avrà più fine, un camminare sul sentiero dell’esperienza di vivere l’eternità.
Credere? Non credere? Ancora mistero! Papa Francesco ha lasciato, con la propria vita terrena, anche un cumulo stragrande di contraddizioni, suo tormento perenne. Ha sempre supplicato i potenti di abbandonare la pazzia dei conflitti armati e di portare in ogni nazione la pace. Si interessò nondimeno degli aspetti più terra-terra riguardanti la continuità nella vita dell’umana progenie, come quello dello sfruttamento demenziale delle risorse naturali, dell’uso e della distribuzione delle ricchezze, come quello delle ingiustizie sociali, delle conflittualità politiche inalienabili. Lo si trovava molto spesso raccolto in preghiera, sofferente, inorridito e scoraggiato dalle nequizie dilaganti quasi dappertutto. Nella palude delle disgrazie che prostrano questo nostro vecchio mondo emerge una situazione penosa all’eccesso, che stava molto a cuore e destava profonda afflizione, fra le altre sue preoccupazioni, a Papa Francesco: quella dei bambini costretti a lavorare per non morire di fame.
L’infanzia negata. È un tema doloroso da affrontare, ma proprio per questo ho voluto documentarmi di quel tanto che mi consentisse di comprenderne i risvolti più incredibili, e allora mi sono affidato ad alcune pagine di Internet dedicate al tema.
Ecco quanto vengo a sapere, o che mi viene confermato, e che quasi sicuramente non era sfuggito a Papa Francesco. Una folla sterminata di bambini è costretta a svolgere lavori pesanti, pericolosi, in molte parti del mondo, soprattutto in Asia, Africa, America del Sud ossia nell’emisfero australe dove le condizioni di vita lasciano molto a desiderare e, spesso, sono insufficienti a mantenete in vita bambini inermi. Le cifre riportate al riguardo del problema in parola sono raccapriccianti: parlano di 70-80 milioni di bambini nel mondo, costretti, per campare con tutta la loro famiglia, a lavorare in miniere, nelle piantagioni, nelle fabbriche, a contatto con sostanze tossiche, nella manovra pericolosa di macchinari. Altre fonti alzano la cifra relativa ai bambini lavoratori a oltre il doppio, ma ciò che più colpisce la sensibilità dell’uomo equilibrato riguarda le condizioni in cui i bambini svolgono attività lavorative: dagli ambienti malsani, dall’attribuzione di mansioni lesive e minacciose per l’incolumità e per la stessa vita dei bambini, alla mancanza di igiene e di servizi sanitari, alla deprivazione dell’istruzione scolastica, allo schiacciante orario di lavoro, alla retribuzione da schiavismo e, infine, ai maltrattamenti, alle punizioni anche pesanti, allo sfruttamento senza riguardi, persino in materia di sesso e di pedo-pornografica.
Le signore che si abbelliscono le unghie con smalti sgargianti dovrebbero fare un pensiero su quei bambini che estraggono dai cunicoli stretti delle miniere la mica, utilizzata dall’industria dei cosmetici per dare più effetto e lucentezza ai loro prodotti. In quei tunnel, a oltre dieci metri sotto la superficie, i bambini si arrampicano per ricavare piccole quantità di mica, scavando con le proprie mani, immersi nella polvere che, molto spesso, è responsabile di danni ai polmoni, sino anche all’avverarsi di forme di fibrosi, tali da non lasciare scampo. Il lavoro di questi bambini in genere non arriva a fruttare il guadagno di un dollaro al giorno.
E noi tutti, che siamo ormai totalmente asserviti alle comodità del cellulare, dovremmo riflettere almeno un po’ sulla realtà che gli strumenti elettronici di cui facciamo uso quotidiano funzionano grazie a trattamenti eseguiti con il cobalto, estratto a mani nude da bambini impiegati nel lavoro in condizioni e con un impegno orario impossibili.
Nelle miniere del Burkina Faso, per esempio, già a partire dagli otto anni di età i bambini sono spinti sottoterra, fino a 170 metri dal suolo, costretti a inalare aria infestata da cianuro, da mercurio e dai gas delle esplosioni.
È tutto un deprivare i bambini della loro infanzia, della loro dignità umana, sottoposti a danni, spesso irreversibili, sul piano fisico, psicologico e morale. Le vene diaboliche del comportamento di certi affaristi implicati in atti di vera crudeltà riversati sui bambini di cui sto argomentando sono arrivate a tingersi di veleno orrendo là dove si è pervenuti a uccidere letteralmente i bambini per alimentare un perfido traffico d’organi umani. Termino momentaneamente questa triste rassegna ricordando i bambini che scavano con le mani fra i rifiuti delle discariche nella speranza di raccattare qualcosa che possa almeno per un po’ lenire i morsi della fame, e tutto quello stuolo di minori ammaestrati nel realizzare piccoli furti e spinti alla delinquenza.
Sappiamo quanto Papa Francesco si sia battuto con energia, coraggio e determinazione contro soprusi di questa fatta e abbia dedicato molte preghiere perché tutto il male che dilaga si arresti e non si ripeta più.
Pregare. Poi mi fermo ancora a riflettere: la preghiera serve a qualcosa, è mai servita alla pace e al benessere dell’umanità? Si è pregato in tutte le guerre, sotto l’impeto di disastrose calamità, nel propagarsi dei contagi più virulenti, ma, poi, le cose sono andate per il loro verso, la magia in cui avevamo confidato non ha funzionato. Perché? È capitato sempre, viene da pensare, come avviene in quelle rogazioni di popolo allorché la siccità, per esempio, imperversava al punto da negare l’accesso al minimo delle risorse naturali necessario per la sopravvivenza. Si portava in processione il simulacro di una persona in odore di santità e si pregava perché intercedesse a nostro favore. Meraviglia, appena il giorno seguente il cielo si copre di una spessa coltre nuvolosa e, nel giro di poche ore, butta giù acqua in quantità tale da saziare ogni zolla del terreno riarso. Al miracolo, si grida! La realtà, però, a ben vedere è un’altra, e già le previsioni meteo ne avrebbero dato cenno: il ciclo infernale di calura secca andava ormai esaurendosi e il ricorso alle rogazioni superstiziose non era altro che un mettere in coincidenza, una presa di posizione comunque necessaria da proporre alla popolazione credente pervenuta, sul filo delle illusioni, al culmine della disperazione.
Sembrerebbe, da quanto sono appena venuto affermando, che io sia contrario alla preghiera, che ne voglia sminuire l’importanza e l’efficacia del rapporto con l’Entità suprema. Eppure io prego, non ne posso fare a meno, e ricado così in questa che è una mia assoluta contraddizione. Prego per ringraziare, per implorare, per non farmi sovrastare dal senso di solitudine e di inutilità che a ritmo incalzante mi assale. Prego per dirgli che ho bisogno di Lui, della sua comprensione, del suo aiuto, della rivelazione di verità. Prego per comunicargli che credo in Lui, per non uscire di senno, e la mia supplica si costituisce come un atto di adorazione. Niente di più. Poi accetto tutto ciò che mi capita, so che non dipende, quasi per nulla, dalla mia volontà. Forse mi illudo, tuttavia resto fermamente nell’attesa di una risposta, di un cenno di risposta, che mi lasci almeno un minimo di speranza. Se io credo? Penso di poter sperare di poter credere, ma non ho certezze e comunque non desisto dal continuare a cercare: è la mia religiosità, non già religione.
Allora, dicevo, tutto accade per un processo semplicemente naturale, dove cause e conseguenze si rincorrono per dare agli avvenimenti un aspetto singolare. Da quanto sopra affermato, siamo nell’area storico-mitica dello sfruttamento della credulità popolare sulla quale attecchiscono ancora oggi i tentativi prodotti per convincere ad accettare il miracolo dell’intervento divino e, per immediata comparazione, a prostrarsi di fronte alla verità detenuta da un ceto insospettabile nelle proprie declamazioni.
La divinità. Ciò che infatti mi lascia più basito si riferisce al ricorso alla preghiera nel divampare delle guerre, mentre quelle continuano imperterrite a portare distruzione e morte fra grandi e piccoli. Si chiede a Dio o a chi per Esso, di fermare le guerre, ma pare purtroppo che Dio faccia per lo più, anche qui, orecchie da mercante.
Ora sto fabulando nella mia mente contorta: se Dio sa tutto e prevede tutto, perché per Lui il tutto non è altro che un eterno presente, sapendo delle atrocità che le guerre portano con sé, perché mai, allora, se proprio ama le proprie creature, così come Madre Chiesa ci vuole convincere, perché mai permette che scoppino le guerre e l’umanità sia posta sotto tortura per un’infinita serie di calamità che l’affligge? Non lo sapremo mai, è come voler cercare di indagare nella sua Mente, per superbia, per presunzione e stoltezza da parte nostra. Eppure, chi è al centro del vortice annientatore continua a elevare le proprie suppliche. Questa la chiamano fede. Già, ma fede in chi? In una divinità suprema che non accenna a intervenire? Sono trascorsi i vecchi tempi dell’Antico Testamento allorquando, in senso contrario al desiderio di pace, era Dio stesso a portarsi a capo delle sue orde guerresche, il Dio degli eserciti appunto, e a mandare in avanscoperta stuoli di angeli sterminatori per avere ragione dei popoli infedeli.
Allora, con il buon senso di oggi, che cosa si può pensare? Per conto mio ho qualche idea personale, che posso esprimere in una trilogia di versioni: o Dio non esiste, e allora noi siamo inspiegabilmente scaraventati senza speranza nelle fauci della pura fatalità, privati anche della possibilità di porci domande, tanto meno di trovarvi risposte. Al termine della vita, quindi, un perderci nel nulla assoluto, come se non fossimo mai nati. Oppure Dio c’è, ma non si cura gran che degli affari nostri, ci degna appena di qualche sguardo distratto, ma poi lascia che le cose vadano come vogliono: la sua volontà è diretta in tutt’altra direzione, che a noi è escluso sapere. Anzi, ha affidato questo mondo, e forse questo Universo che vogliamo insistentemente penetrare con il nostro desiderio di conoscere dove mai siamo capitati, a una divinità inferiore, forse malata di contrasti interiori, spirituali, oppure spinta dalla superbia e dalla pulsione a ribellarsi, oppure ancora degenerata nella propria opposizione all’Idea assoluta, sino a diventare una creatura potente e insieme malvagia. Il Dio al quale eleviamo le nostre preghiere, e che forse gode nel vederci soffrire e ardere di bestemmie! Oppure, ancora, Dio ha voluto concedere diritto di esistenza a una logica degli opposti, perché dalla elaborazione secolare della medesima si generi via via un necessario processo di perfezione e il compimento dell’unità nel tutto. In questa ottica è possibile che Dio abbia permesso il verificarsi di episodi affini alla ribellione per scorgere la luce che sarebbe scaturita dal confronto degli opposti: da una parte l’immobilità di un Bene assoluto, senza restrizioni, fuori dello spazio e del tempo; dall’altra la creazione di mondi affidata a spiriti devianti dalla Legge suprema, mondi che ospitano intelligenze alle quali è demandato il compito di discernere fra il bene e il male. Un vero Universo in lotta perenne, in guerra, nel quale si susseguono rapide trasformazioni, nascite e morti, poche gioie in un mare di sofferenze. Tutto insieme, un ipotetico terreno necessario per la creazione della consapevolezza di sé e della completezza dell’Essere. L’Entità suprema, in questa ottica di analisi improbabile, proverebbe compassione per quei vermiciattoli invisibili, abitatori dei mondi galattici, in continua lotta fratricida nella lontana illusione di diventare, essi stessi, Dio. Un Dio imperfetto, in ultima analisi, perché in quanto divinità avrebbe dovuto possedere ogni requisito più recondito, anche quello del conoscere tutto, compreso il futuro, e pertanto non avrebbe avuto bisogno di sottoporre la propria curiosità di conoscere a prove di qual che sia sorta.
La sua intima identità di Tutto gli suggerisce tuttavia che ciò è necessario, come lo sono la notte, il dolore, la menzogna, la disperazione perché sia consentito assaporare il nascere della luce mattutina, il benessere fisico e morale, la verità, la speranza e la certezza di una meta meravigliosa da conquistare. E la lotta abissale fra il bene e il male troverà finalmente soluzione nel ritorno degli spiriti ribelli, constatata l’ineluttabilità ma anche l’inefficacia della loro missione di puro mistero, al Bene assoluto arricchito di una consapevolezza anch’essa assoluta e dal compimento della Giustizia universale. Con tutto ciò non ci liberiamo dalla nostra tendenza ad antropomorfizzare quel Dio che non conosciamo, a cominciare dal rappresentarlo con ritratti di vecchio fornito di una folta barba. Siamo dunque ancora fuori tema, anche per il motivo che sto parlando di una divinità che cerca la propria perfezione attraverso vie inconcepibili, una divinità imperfetta dunque, di conseguenza poco credibile.
Io penso di avere una visione, non già di Dio, ma di ciò che vedo esserci attorno a me, di un certo interesse epistemofilico. Ho un indubbio interesse per l’Universo, per la sua evoluzione, per il suo destino, e per ciò che vogliamo intendere con il termine “infinito”. Mi avvedo che l’Universo segue determinati ordini, pur nel caos madornale, obbedisce a leggi precise e tali da consentirci di fare persino previsioni esatte sugli accadimenti cosmici. Allora, di fronte a questo guazzabuglio di mondi e di movimenti, penso che, se l’Universo e la Natura stessa del nostro Pianeta si evolvono seguendo alla lettera le leggi che ne informano il percorso, allora queste leggi neppure possono essersi formate “spontaneamente”, come taluno vorrebbe suggerire. Nel nostro modo di osservare come si svolgono i fatti, quando si parla di leggi ordinatrici si fa riferimento a un piano che le raccolga, e un piano o progetto deve essere elaborato attorno a un fine da raggiungere ossia deve esserci un’intenzione che guida tale dinamica. Piano e intenzione, anche qui, non sono cose che prendono esistenza da sé, ma presuppongono una Mente, una Volontà, una Potenza di attuazione, una estensione vitale la cui luce lontana ci terrorizzerebbe se potessimo scorgerla. Sto facendo ricorso a una ridda di termini che non possono fare a meno di ricondurmi all’idea di un’Entità suprema, invisibile, incoglibile, inarrivabile, ma che esiste. La mia fede inizia da qui.
Tornando di getto alla preghiera, allora, inutile la sua elevazione al Cielo. Se le cose vanno come vanno, questo non è altro che lo svolgimento di un canovaccio che risiede da sempre nell’atto di volontà del Creatore, diciamola così. Egli sa ciò che fa e ciò che deve fare, ne conosce il percorso e gli esiti. Inutile che noi insistiamo con le nostre voci impure e immerse nell’ipocrisia, quasi credessimo di costringere Dio a ricredersi, a mutare atteggiamento, noi stessi influenzando quell’Entità suprema che sta avanzando nella sua direzione, quasi direi evolutiva, a noi perfettamente ignota. Eppure preghiamo, non ce ne possiamo esimere quando arriviamo al punto della disperazione e ci avvediamo di essere stati abbandonati nella più squallida impotenza: là dove si dice che null’altro resta se non la fede.
I dotti e gli esegeti di ogni epoca si sono posti una miriade di domande sulla questione che vado trattando, senza arrivare a una conclusione poco poco soddisfacente. Papa Francesco stesso credo abbia molto argomentato fra sé su tutto ciò che sta all’interno e nei contorni della nostra esistenza mondana. Non credo abbia risolto il problema sul piano filosofico; nei dettami della fede, però, immagino avrà riposto le proprie speranze, ma la certezza l’avrà incontrata nella seconda parte del suo cammino, quella verso l’eternità.
Ricordo ancora le parole confidatemi da un sacerdote, parroco in un sobborgo di un piccolo centro, allorché svolgevo il mio lavoro di insegnante di Scuola elementare; mi disse: “Sapesse, maestro, quanti dubbi!”. Come non commuoversi di fronte a tanta sincerità e a tanto coraggio? Anche qui, ancora, mistero, mistero a non finire.
Immagine di Copertina tratta da Variety.

